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Autobiografia

INES

Pubblicato il 13/10/2017

I ricordi quando scaldano, aiutano

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La mia madrina aveva un nome bellissimo, Ines, e bella lo era anche lei.

Portava capelli lunghissimi, biondi, attorcigliati su se stessi, fermati da forcine in uno chignon.

Faceva la sarta, una vera maestra del mestiere, ora non so, non so più niente di lei, ma capita che la pensi.

Dicevo bella, gli occhi azzurri, come il padre, il signor Cek! Occhi che sembravano avere solo certezze.

Mi colpivano le sopraciglia, perfettamente disegnate, una cornice per gli occhi. Ben curate e ben spuntate. Ne toglieva alcune, quelle superflue che per sbaglio si trovavano lì.

Incarnato chiaro e un sorriso da metterti allegria.

Il naso non piccolo, leggermente arcuato, finiva con un piccolo poretto, proprio sulla punta, una continuazione dello stesso che le dava un’aria particolare, interessante.

Me la ricordo curiosa, una curiosità non pettegola, quasi un bisogno di sapere come gli “altri” fanno ad andare avanti, come se ci fosse sempre o da imparare o scappare dagli altri!

Una dolcissima donna certo, ma quando si arrabbiava col padre, allora il suo Dio si affacciava e si metteva in prima fila ad ascoltare.

Si affacciavano tutti, perché la dolcissima Ines diventava una furia.

Non si capiva bene cosa scatenasse in lei tutta quella rabbia.

La voce cambiava continuamente di tonalità, suoni acuti e gravi si rincorrevano continuamente ed erano parole, parole grosse!

“Ma sant’iddio!” “sant’iddio!” Solo queste parole si capivano bene.

In realtà a nessuno importava sapere perché, ma bastava ascoltarla perché la mattina o il pomeriggio si riempisse di qualcosa di nuovo, di diverso, di emozionante, di vivo.

Ho visto una volta la sua rabbia da vicino, in un giorno qualunque.

Raccontava a mia madre vicino alla vasca i fatti successi.

Era estate e il collo abbronzato si gonfiava tutto, si sentiva pulsare e i pori della pelle sembravano allargarsi, dividersi. Aveva una vitalità da fare invidia! Non ascoltavo le parole, la guardavo, mi incantava. Le guardavo il collo immenso che sembrava espandersi, le vene gonfiarsi e temevo, si temevo che da un momento all’altro…

La adoravo per quella sua carica, tutta quella vitalità in una sola donna.

Una donna forte, anche quando dopo tutto quel sacramentare finiva sempre col piangere ed io la adoravo ancora di più.

Non ho mai visto nessuno piangere con tanta dignità. Le lacrime le cadevano, mentre continuava a parlare, così per conto loro, lei sembrava non poterle trattenere, le scappavano via, ma la sua voce pian piano si addolciva, non era una resa, era compassione per se, una rassegnata presa di coscienza che le cose a volte, vanno diversamente rispetto a come dovrebbero andare e non ci puoi fare nulla.

Da ragazza aveva avuto un solo grande amore. Oddio mi incantava anche per questo. Quando ne parlava a mia madre, io ascoltavo e guardavo la sua bocca animarsi.

Un grande amore, tormentato, ma lei che era una donna pratica spiegava le ragioni di quel non volare: incompatibilità di carattere. Poi un giorno tutto finisce. Lei no, lei va avanti.

Molti anni dopo Ines incontra di nuovo l’amore, ha quasi cinquant’anni. Ricordo splendeva tutta. I capelli, il naso, la bocca, le braccia, le sue gambe.

Si è sposata. E’ partita e ha lasciato tutto, la sua casa Natale, il suo lavoro di sarta, noi. Era felice.

Ora non so più nulla, ma capita che la pensi.

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