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Fantastico

Infagus

Pubblicato il 20/03/2021

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Proviene da fondi remoti, aggirando stormi di quasar e veli di comete. Punta a una galassia inquinatissima che un tempo brulicava di vita. Questa creatura, impossibile da descrivere, è un Infagus; si ciba di informazioni e, digerendole, riporta quella parte di universo al suo stato iniziale. Come un batterio che cresca sui ricordi, decompone il tempo e lo ripercorre.

L'Infagus osserva, attraverso la propria inconsistenza, la vastità uniforme che lo circonda, un oscuro tepore che bagna e rimescola sé stesso: c'è molto da levare di mezzo. Si sposta tra le polveri e le radiazioni in equilibrio, e per un po' osserva questa quiete sospesa, senza turbarla.

Mentre è quasi a metà strada, tra il bordo della galassia e il buco nero al suo centro, una raffica impazzita di bit manda un richiamo sordo, irresistibile per l'Infagus, che ne intuisce già la fonte: la cercava, l’ha trovata. Piccola come un neo su un braccio della Via Lattea.

Quanto disordine disseminato, quante tracce da azzerare. Tutta la superficie di questa rinomata Terra, e giù fino a qualche chilometro sotto il suo manto, è un complicatissimo fossile di dati. L'Infagus aleggia sui fiumi, che venano la crosta a migliaia, e fiuta (senza respiro) i ricordi delle pietre. Si inserisce tra le crepe del globo, si tuffa e riemerge da capo a capo, interroga le sabbie e gli strati alterni di metropoli sepolte.

Nessuna vita organica rimasta, non un solo lichene. Eppure, una storia enorme e sofferta sembra schiacciare questi luoghi. Una memoria organizzata in sculture di dati, che fa di ogni atomo uno scheletro antico. L'Infagus rabbrividisce di fame, e si prepara a divorare questi avanzi di tempo.

Nei pressi di una spiaggetta uniforme, una conca che l'acqua non sembra turbare, si avvicina a uno sperone scoglioso. In un solco approfondito dall'erosione vede spuntare, tra riflessi verde-oliva della muscovite, un ricciolo di legno appuntito, come un'impugnatura di pugnale. "Questo", si dice l'Infagus senza pensiero, "deve aver ucciso". La fama violenta dell'uomo ha fatto eco in ogni spigolo del cosmo. Si sistema attorno al pezzo di legno, pronuncia (senza dire) certe antiche, intraducibili parole, che riportano i numeri indietro, fino a riempire lo spazio di file di zeri. Compaiono corde che si assoldano in fila, un corpo sinuoso, alcuni piroli neri. "Non capisco", si dice, e continua a cantare senza bocca, e il violino riportato in vita risente nel suo corpo la propria anima minuscola e cilindrica, persa un giorno chissà come; con un ultimo accordo, il legno diventa tronco d’acero, e il seme dell'acero sputo di vita, e la vita una nuvola nulla.

Un sole grandissimo, ma pallido e quasi opaco, occupa gran parte del cielo. Il vento sembra estinto, ma la luce è dolcezza e tepore. Niente desidera o soffre. Mentre l'entropia viene masticata, ogni cosa ritorna da dove è venuta: piccoli transistor, occhi su tela, denti d’orologio; pezzi di carta con tracce di improvvisi, dichiarazioni dei redditi, re di spade. Si intrecciano catene di concetti che l'Infagus non può comprendere, abbracci insensati si separano, gli addii si riempiono. Segnali di radio, riflessi neurali, immagini specchiate. I libri ritrovati si gonfiano come polmoni della storia, e le storie richiamano a sé le lacrime buone e cattive che hanno bevuto, e su di esse si richiudono, esauste.

L'Infagus si perde nel racconto della terra, mentre il corpo del pianeta ritorna bambino: “Non capisco”. Questi umani, questi sublimi distruttori, potevano sognarsi l'un l'altro, inserirsi l'uno nell'altro senza perdersi; entrarsi, uscirsi, abitarsi: "Non capisco". I loro piccoli diventavano grandi, i loro adulti rimpicciolivano: "Non capisco". Favole attorno al fuoco, nature morte, crocifissioni: "Ancora non capisco".

Mentre la storia arretra, il dolore che tutto crea, che striscia dentro tutte le cose, si ritrae come un tentacolo e torna nel ventre della terra. Poco prima che del pianeta rimanga soltanto una timida palla, un feto di fuoco, per ultima rimane la paura, l'amica più antica della vita. Estinguere la paura è delicato, perché si attacca a tutto ciò che trova. Tremano perfino gli unicellulari, prima di sparire. Via la paura, e con essa la vita. Di nuovo il primato della materia inorganica.

Con uno sforzo incredibile, tutto si unisce, e l'Infagus ripercorre la separazione dei numeri chiamata superbia, la redime, la annulla. Lo spirito stremato conclude il suo lavoro in un tempo che non passa più. Quando si solleva, tutto intorno è rimasto solo un punto cavo, da cui scivola via. Fuori da tutto, si illumina di una tristezza improvvisa: e una nostalgia immensa, totale, per quello che ormai non è più successo, si impadronisce del suo cuore. Ora che nulla esiste, sente quanto è terribile la sua solitudine, ancora una volta per la prima volta.

"Ora ho capito, ora ricordo"

E tutto è di nuovo possibile.

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Commenti degli utenti

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Di eccellente qualità introspettiva.Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con il commento di Ti Maddog, tranne che per l'accento su "sé stesso" che i grammatici moderni (tra cui Maurizio Dardano e Luca Serianni) consigliano. Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Xander ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Originale nel soggetto e nel taglio.... Segnala il commento

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Mauro Scremin ha votato il racconto

Esordiente

Incredibilmente bello!Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore

Molto interessante, originale e di "sostanza" il contenuto. Ti segnalo solo quel refuso "sé stesso" perché il se con stesso perde l'accento. Bau! :) TiSegnala il commento

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di arsenotelo

Esordiente
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