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Fantastico

Infanzia

Pubblicato il 25/11/2018

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Noi bambini non volevamo che ammazzassero il roscione.

Lo trovammo in un fosso e ci sembrava così fragile e tenero, con quelle zampette rosa che agitava freneticamente quando si rovesciava sul dorso, e quel musetto aguzzo, che arricciava di continuo, annusava tutto - ne eravamo certi - grazie a un odorato sopraffino. Doveva essere malato o affamato o abbandonato dalla madre, se si era fatto catturare tanto facilmente, senza opporre resistenza, quasi che la diffidenza verso gli uomini fosse piegata dall’urgenza di un aiuto. Lo chiamammo Pippo e ci sembrava un nome adeguato, affettuoso e scanzonato, per la creatura che era, una pallina di pelo nero e lucido, quando si richiudeva nascondendo il muso e le zampe.

- Ma è un roscione, buttatelo fuori, via di qui - disse mamma, in un impeto di disgusto, quando incautamente lo esibimmo in casa. - Porta malattie, - sentenziò - anche mortali.

- Combinate sempre guai, non si può mai stare tranquilli. - chiosò il babbo dalla poltrona, staccando gli occhi dal giornale - Scavano gallerie, - proseguiva mimando - veri labirinti sotto le case e… puff, la casa vien giù.

- So di un cane che morì tra gli spasimi dopo averne morso uno - rincarò lo zio Guido. E, per mostrare la sua risolutezza, vuotò una scatola da scarpe, ci fece entrare Pippo, badando di non toccarlo, e andò in fondo al prato, al limitare del bosco. Restammo muti e impietriti da tanta crudeltà. Il nostro Pippo.

Scontata la punizione, un paio d’ore in casa ad annoiarci, schizzammo fuori e ci guardammo negli occhi. Corremmo verso il punto dove si era fermato lo zio. Lo trovammo, Pippo, tra i pruni e l’erba alta: si muoveva appena e attendeva la fine. Eravamo spaventati e attratti da quella creatura. Lo presi e lo portai al sicuro, nella legnaia. Lo rifocillammo con del pane bagnato, che sembrava ora gradire ora disdegnare. Leo si ricordò di una gabbia di canarini che aveva visto in soffitta, buttata là, nel mucchio. Mettemmo Pippo nella gabbia, nascosto nella legnaia, ospite segreto e fantastico di quella vacanza.


Lassù, nella casa di montagna, dove trascorrevamo tutte le estati, coesistevano due mondi: quello dei bambini e quello degli adulti. Il nostro mondo era all’aria aperta. Si poteva correre a perdifiato o stare distesi sul prato a non far niente. Mattine fresche in cui si cercavano i lamponi o si andava alla fonte a bere l’acqua gelida che metteva i brividi. Il bosco era abitato da fate buone, nelle grotte, e da folletti dispettosi, nascosti tra gli abeti.

Invece il mondo degli adulti era dentro casa e osservava i suoi riti: il babbo che leggeva in poltrona, la mamma che cuciva e cantava, Dora nel suo grembiule che pelava le patate, il nonno e lo zio Guido nelle lunghe partite a scacchi. Era fatto della noia di dover cenare tutti insieme, stando composti a tavola, e di dover andare a letto presto. Era fatto di misteri: stranezze nel babbo, taciturno, che ogni due o tre giorni partiva per un qualche impegno di lavoro.

Enigmi della mamma: perché piangeva e correva in camera per non farsi vedere? E quella volta che la udii bisbigliare: “vigliacco”, a chi si riferiva?

Problemi della nonna, per via di quella malattia con febbre e tosse, che quando tossiva non smetteva più, e si alzava da tavola, e correva via come se la tosse non ce la facesse a inseguirla, e il nonno che scuoteva la testa e si strusciava gli occhi con il tovagliolo.

Segreti dello zio Guido, perché usasse toni sprezzanti con Dora, la domestica. Cosa avessero poi da gridare, quella sera che si chiusero in cucina. Perché lo zio Guido fosse invece dolce e premuroso con Evelina, la bambina di Dora, tanto che noi fratelli ne eravamo gelosi.

Misteri intricati che non avevano risposta.


Ma a noi bambini non importava molto. Noi avevamo Pippo, che tenevamo nella gabbia dei canarini. Ci bastava. Lo nutrivamo con vermetti, mosche e formiche, la cui cattura divenne la principale attività. Bea portò inorridita su uno stecco un enorme lombrico che Pippo divorò in un boccone. Pippo si era ristabilito e cresceva, ma dagli occhietti appuntiti scorgevamo solo ottusità. Ci ostinavamo a pensarlo buono e inerme, non credevamo alle falsità sparse dagli adulti, rifiutavamo di immaginare che quegli occhi pungenti celassero un’indole malvagia. Dovevamo proteggerlo, stavolta gli adulti non si sarebbero accontentati di allontanarlo, lo avrebbero ucciso.

Il mese di agosto volgeva al termine e dovevamo decidere la sorte di Pippo.

Una mattina trovammo lo sportello aperto e la gabbia vuota. Non seppi mai se qualcuno l’avesse liberato, se fosse stata dimenticata aperta la porta o se fosse stato ucciso.

Ma che Pippo avesse qualcosa di sospetto l’avrei dovuto capire: insaziabile, cresceva ogni giorno di più, stava stretto nell’angusta gabbietta, due dentini affilati gli erano spuntati, digrignava attraverso il fil di ferro della gabbia, gocce di bava colavano ai lati della bocca. Ma per noi non era un roscione, era il nostro Pippo, incapaci di cogliere il male che si annida dentro le cose.

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Emanuela ha votato il racconto

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Molto bello. Ben scritto. Segnala il commento

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Elisabetta.di Maria ha votato il racconto

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Linea O Linda ha votato il racconto

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YleBiancini ha votato il racconto

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zorrozagni ha votato il racconto

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Chiara Filippi ha votato il racconto

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Bello! Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Bel racconto, scritto con stile, fantasia e intelligenza. Complimenti Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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Molto carino Segnala il commento

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Danilo ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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....bella storia, Paolo...!Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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di Paolo Sbolgi

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