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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

Inizio

Pubblicato il 17/05/2018

Racconti dell'inizio di altre cose che poi verranno forse dopo, di amicizie o di avventure, di amori o di sacrifici. Inizio sono due amici per la vita prima di esserlo.

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Quel giorno piove sempre. Forse anche da prima, non importa.


Una 127 blu parcheggia nel piazzale dove c’è solo un'altra 127 bianca, special. Le nuvole nascondono le montagne, la vista è splendida nelle giornate così. I tetti bagnati riflettono la luce metallica del cielo, i contorni sono nitidi. Da lì la fabbrica è più piccola, si vede meno degli alberi che per contrasto colorano i parchi, e si confonde con il resto degli edifici, e non rappresenta ciò che invece è, che ogni casa, ogni negozio, ogni pensiero ne sono l’espressione, e il benessere e il malessere della città vengono solo da lì.

E poi altre colline, e tanto verde. Il fiume è una linea di pennarello, un colore intermedio, scuro, tra il cemento e i boschi. Nei murazzi le barche capovolte, i pescatori dalle panchine, cappello e sigaretta, anche se da lontano non si vede. In piazza il posto di blocco, non si distinguono i poliziotti, solo le pantere che costringono le auto a rallentare e una Giulia bianca ferma.


I colori sono un film in bianco e nero, con il fascino delle ombre e la stessa tristezza. Sono anni duri e di piombo.


Una madre carina nonostante, o in virtù, dell’espressione sofferta, di chi la giornata la costruisce ogni mattina e non è facile, e un bimbo, la maglia di una squadra e il pallone di cuoio, gli esagoni neri consumati dall'asfalto. Ha nove anni e si fa sempre portare lì il 4 di maggio.


E piove, sempre.


Mancano due partite e i giochi sono ormai fatti, poche soddisfazioni anche quest'anno. Non ha visto molti successi, e pochi ne vedrà nella vita, e forse lo sa già. Ricorda papà imprecare per uno scudetto rubato, che si vedeva benissimo che era entrata di un metro. E papà che glielo spiega, che ripetono la scena in cortile, una volta lui è il portiere, una volta è papà.

Gli ultimi ricordi, poi ha preso a tossire, è andato in ospedale e ci è morto, e allo stadio va con la mamma. Quando può.


Sull'album coppe e scudetti, ma l'ultimo troppi anni prima.


L'amore tra esseri umani non dura. Diventa stima, amicizia, odio, complicità, astio, qualche volta indifferenza. Con l’amore per quella squadra ci nasci, e non finisce. Mai. E' come il tuo nome, come la mamma. Forse non è così per tutte le squadre, ma lui non lo sa.

A scuola tutti fanno il tifo per l'altra squadra, quella della fabbrica, quella che di scudetti ne ha vinti un sacco e altri ne vincerà. I cowboys, e sono più simpatici gli indiani. Anche il maestro tifa per gli altri, per forza che non è simpatico.


“Conta a chi voglio bene, non la più forte".


Mamma dice di rimanere vicino, di non correre, è bagnato. Ma ci sono cose che non si possono fermare, che non è giusto fermare.

E corre. Tocchi brevi, non sa ancora usare bene l'esterno. Salta avversari e passa a compagni che non ci sono e poi riceve lo stesso passaggio, e si accompagna con la cronaca, negli anni di Nando Martellini e del secondo tempo in tv, prima di cena. La pioggia colora il sogno, la parte guerriera che affascina i bambini. Davanti alla basilica, chiede il triangolo all'alzata del gradino. Un cross, e col pallone supera l'angolo dell'edificio. Poi la fuga sulla fascia, tutto il sentiero, tra il muro e la collina.

Il fiatone, e il cronista è sempre più concitato. Ma non urla.

Non è luogo di urla.

Lì, dove è successo. A immaginare lo schianto. E la pioggia. Scarta a destra, verso alla lapide. Ora è silenzio, ora si soffre e si ama e non si gioca, neanche a nove anni. Mamma è rimasta indietro, tanto sa bene dove si fermerà e dove lo troverà, gli occhi lucidi, a onorare i morti che per lui hanno vissuto nelle sole parole del padre, in quella storia gloriosa e triste che si faceva raccontare tutte le sere per addormentarsi e per sognare, i morti dei quali chiedeva "giocherebbero ancora?".

C'è un altro bambino. Sulla lapide un disegno in una bustina di plastica. L’aereo che vola sulla collina, e una grande bandiera, che nasconde quasi tutta la basilica. Il tratto incerto, l'aereo è il doppio della chiesa. Ci sono delle facce, dietro a oblò grandi come il campanile. Anche lui in silenzio, legge quei nomi muovendo solo le labbra. Anche lui con la mamma.

Si guardano, e guardano la lapide. Sanno a memoria tutto.

Le mamme guardano i figli, e si sorridono.

Ripercorrono a ritroso il sentiero fino al sagrato. Il pallone sotto il braccio. Lenti, la testa china, l’espressione compunta. La stessa età, la stessa squadra, provano su quella collina le stesse inspiegabili emozioni per qualcosa che è avvenuto sedici anni prima della loro nascita, e non si sono detti una parola.

Ora l'onore è stato reso, gli occhi sono umidi ma non piangono più. Fabrizio calcia il pallone.

- Gioco ala sinistra.

I bambini che amano quei colori sono ala sinistra, destra o portiere. Cicloni, poeti, giaguari.

- Come ti chiami?

- Giorgio.

- Ci vai allo stadio?

- Sempre.

- Io qualche volta, quando mamma può.

- Anche io vado con mamma.

- Quest’anno vinciamo.

- Sì. Vieni a giocare ai giardini?

La mamma annuisce.

- Sì.

Ci siamo conosciuti lì, e poi si è vinto, e qualcosa vorrà dire.

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di Ezio Ormezzano

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