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Narrativa

Integrale

Di Stefano Adesso - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 09/12/2020

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Dovette sforzarsi per tirare su lo zaino. Trascinò sul tram anche la piccola valigia, il manico ancora avvolto dal tagliando del volo. Sotto il cappotto portava un’altra giacca, leggera.

Scese in Ticinese, percorrendo gli ultimi metri a piedi. Non era ancora giorno. In Darsena il murale dedicato a Dax era stato coperto da almeno tre mani di grigio.

La valigia rullava sull’asfalto e intanto lo zaino lo tirava indietro, costringendolo a star dritto (concerto degli Ska-P al Macao, 2016, Carlottina gli aveva chiesto se poteva salire sulle sue spalle: l’unica altra volta).


Citofonò Giusti-Bompiano.

«Michele».

Lo accolse un rumore di zoccoli che gli correvano incontro. L’aveva avvisata. La trovò in vestaglia da notte, che non sembrava venire da un lungo sonno.

«Dov’è?», gli chiese.

«Nello zaino».

«Oh», si lasciò scappare. «Vieni, andiamo di là».

«Un attimo, c’è anche questa». Michele si sfilò il cappotto, e la giacca che portava sotto l'appese all'attaccapanni. Quindi seguì la donna in corridoio, poi in cucina.

Dovette sforzarsi anche per tirarla fuori. La donna lo osservava. Quando l’ebbe poggiata sul tavolo lei si avvicinò, diede un’occhiata alla targhetta, la strofinò, osservò di nuovo e infine s’afflosciò sulla sedia.

Ora il titolo di osservatore era passato a lui. Lei parve ricordarsene solo dopo un po’.

«Scusami», gli disse, «Vuoi qualcosa? Mangi qualcosa?».

«Caffé, signora. Se lo prende anche lei».

«No, ma devo comunque prepararlo a mio marito. Rientrerà tra poco».

Mise intanto in tavola un grosso vassoio di dolci.

«Il suo lavoro», disse, abbozzando un sorriso.

Michele prese una pasta. Si strofinò sui pantaloni la mano sporca di farina.


Qualche minuto dopo erano seduti, faccia a faccia. La madre fissava il suo volto, velato dal fumo della tazza.

Interrompendo il silenzio, disse: «Lo amavamo così tanto».

«Non ne dubito, signora». Sotto al tavolo, la gamba destra di Michele non riusciva a star ferma. «Mi aveva raccontato un po’ la situazione».

«Oh, sì, suo padre… non erano d’accordo su tutta la questione, la politica sai, non erano d’accordo. Suo padre si chiedeva sempre che bisogno avesse di complicarsi la vita così».

«Mi aveva detto che non si parlavano da un paio d’anni».

«Sì, da quella volta che è scappato, io ogni tanto lo chiamavo, sono andata anche a trovarlo… ma mio marito… anche se lui l’ha sempre amato.», si interruppe. Raccoglieva le briciole sul tavolo una ad una.

«È un vero peccato, sa. Andarsene così. Sarebbe stato felice di sentirlo, anche solo una volta». Il movimento della gamba si era ora trasferito alla mano.

«Proprio qualche settimana fa avevo pensato di chiamarlo. Fedro si è licenziato, suo padre e io adesso ci ammazziamo di lavoro, insomma… il posto c’era. Lo amavamo così tanto...».

«Avrebbe dovuto lasciare il campo per tornare qui al forno?».

«Perché no», ribatté lei, «sono sicura che suo padre ne sarebbe stato fiero».

Michele gettò uno sguardo verso l’urna all’altro capo del tavolo. Lei se ne accorse.

«Com’è successo?», gli chiese.

«Come per tutti, signora. Eravamo ad Aqwrah. Sapeva che sarebbe potuto accadere. Ha semplicemente deciso che ne valeva la pena».

La donna sembrò finalmente crollare.

«Io… tuo padre, quanto ci farai soffrire Max, quanto...», singhiozzò, nascondendo il viso in un tovagliolo. «Perché, perché non hai dovuto capire?».


Fu in quel momento che si udì il rumore della serratura. Era rientrato.

Si stava sfilando il cappotto all’ingresso quando notò la giacca verde, coperta di stemmi. Appese la sua affianco e s’incamminò per il corridoio.

Dalla cucina, Michele e la madre lo videro passare attraverso la porta lasciata aperta, a testa bassa. Non si voltò nemmeno.

Michele le lanciò uno sguardo. Prima che lei potesse accampare una qualunque altra scusa, le sue dita smisero di muoversi. Aprì il palmo, lo sbatté sul tavolo e si alzò, correndo dietro all’uomo.

Lo trovò in camera, intento a togliersi gli abiti da lavoro coperti di farina.

«Nemmeno una parola?», gli chiese.

Piegato, una mano poggiata sul comò per tenersi mentre sfilava i pantaloni, l’uomo alzò la testa, lo squadrò, quindi riprese a svestirsi.

«Gli sarebbe bastato anche solo un saluto».

A questo punto non si degnò nemmeno d’interrompersi.

Michele si guardò le mani. Gli venne in mente cosa gli aveva detto Max, una volta: gli interessa solo il lavoro.

Continuò a fissarlo mentre procedeva nelle sue cose.

«Sa», disse, «scherzando un giorno mi confessò che da morto riusciva a immaginarsi solo cremato».

L’uomo parve rallentare, la maggior parte della concentrazione ora non più dedicata ai vestiti. Michele aspettò che fosse lui parlare. Almeno una volta.

E, dopo una decina di secondi, la parola arrivò: «Quindi?», disse.

Il ragazzo sorrise.

«Glielo chiesi anch’io. Gli domandai: perché?».

L’uomo adesso lo fissava, la fronte attraversata da un presentimento.

«Mi rispose che non lo sapeva bene neanche lui, che era semplice istinto».

Michele sembrava essersi tranquillizzato, ora. Osservó i vestiti dell’uomo, che se ne stava immobile.

C’era farina anche a terra.

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Caro Stefano Adesso, il tuo racconto è stato commentato da Cristina Marconi per la rubrica "La scrittrice che legge". Guarda il video su BellevilleNews.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Una storia che appare avvolta nel mistero, che si dipana poco a poco, nell'orrore, lasciando nell'oscurità altri aspetti. Molto belli i dialoghiSegnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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MeAlCubo ha votato il racconto

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Luigi Celardo ha votato il racconto

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fedigloria ha votato il racconto

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Molto bello. La scena è vivida, i personaggi rotondi. Forse non del tutto credibile l’inquadratura nella stanza da letto, ma la forza del racconto tiene e in qualche modo giustifica anche quella. Bravo!Segnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Enrico R. ha votato il racconto

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omALE ha votato il racconto

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Marco Carcereri ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Bravissimo come sempre, Stefano. Quell'accenno alla cremazione mi ha fatto venire i brividi (dio mio, i dolci che bruciano nel forno, l'odore di caramello...)Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

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Luciano Rossi ha votato il racconto

Esordiente

EccellenteSegnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Amid Solo ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Mi ricorda alcune scene di Rossellini, l'impossibilità di trovare sempre le risposte all'agire umano. Bello.Segnala il commento

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nadelwrites ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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di Stefano Adesso

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