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Noir

Interno 7

Pubblicato il 03/11/2020

Silenzio.

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Tutto sommato è sopportabile.

Cioè, è una gran rottura di palle, ma basta alzare la musica a palla per non sentirla più.

Vorrei sapere il perché, però. Perché passi l'aspirapolvere cinque volte al giorno? E perché sposti tutte le sedie e tutti i mobili ogni volta?

Vivi da sola, idiota, chi è che lascia briciole sotto il tavolo cinque volte al giorno?

Cazzo, io soffro di disturbo ossessivo compulsivo zia, però pure tu non scherzi.

Queste cose vorrei dirle a lei, ma sono appena arrivata nel condominio; c'è tempo per farmi chiamare stronza e squinternata.

Quando esce di casa la guardo dal terrazzo e la odio. Ha esattamente l’aspetto che ti immagini sentendo il baccano che arriva da casa sua. È sempre di fretta, vestita male, i capelli in disordine. Perché cazzo corri? Parcheggia male, poi non fa in tempo a infilare la chiave nel quadro che la macchina è già in moto. Non te l’hanno insegnato ad aspettare cinque secondi perché le spie si spengano? E poi perché cazzo corri?

Comunque la sopporto. Ogni volta che lei accende l'aspirapolvere io accendo lo stereo. E sparo la musica a molti più decibel di quanto i miei timpani possano sopportare. Sembra ci sia un rave nell'appartamento.

Ore 10.00 : Aspirapolvere = Rave (e chi cazzo ne ha voglia di ascoltare musica a quell'ora?)

Ore 12.00: Aspirapolvere = Rave (però nel mentre attacco le cuffie alla televisione e ascolto il telegiornale)

Ore 17.00 : Aspirapolvere = Rave (però esco dall'appartamento dal retro del condominio dove c'è i box auto)

Ore 21.00 : Aspirapolvere = Rave (oh, sì. Due birre e la musica la alzo ancora di più)

Ore 23.00 : Aspirapolvere = Rave (talmente ridicolo che manco andrebbe commentato)

Ore 08.00 : Rave = Silenzio assoluto

Ore 08.10 : Sono venuti a bussare in tre.

«Sì?»

Hanno tutti la stessa espressione. Tipo di quando fai assaggiare il limone a un bambino. Mi guardano stringendo gli occhi. Finalmente le labbra del vecchietto si muovono, insieme a quelle del giovane. Tolgo i tappi dalle orecchie.

«PUOI SPEGNERE LA MUSICA?» grida l'altra.

È lei, la stronza psicopatica. Faccio un passo indietro e spengo la musica.

«E tu la smetti di passare quell'aspirapolvere di merda tutto il giorno?» chiedo con calma.

Si guardano tra di loro, poi guardano di nuovo me.

«Cosa c'entra l'aspirapolvere?» chiede a sua volta.

«Buona giornata.»

E chiudo la porta. Abbasso anche la serranda, ora è buio pesto anche se sono le 8.00 di mattina.

Mi siedo e aspetto che inizi il concerto dell'aspirapolvere. Appena sento la prima, fottuta, irritante sedia muoversi che porca puttana cosa ti costa alzarla, mi infilo i tappi, riaccendo la musica e sempre seduta sul divano appoggio la mano sulla parete, così se bussano sento le vibrazioni. Il groviglio allo stomaco mi fa ballare le gambe e infilzare le unghie nei palmi.

Per fortuna passano pochi minuti. Mi tolgo i tappi e apro la porta.

«Allora lo stai facendo appos...»

Ma il mio pugno la interrompe. Dal basso verso l'alto, sul naso. Così forse l'osso le buca quel cervello malato del cazzo. Indietreggia finché le spalle incontrano la parete opposta del pianerottolo, la mia mano le copre la faccia e le schiaccia la testa sul muro. Non so nemmeno quante volte, ma devono essere parecchie visto che sul muro appare un'affascinante macchia rossa. Sembra un'opera d'arte. La stronza non la guardo nemmeno più, tiro verso di me la sua testa e poi la spingo di nuovo solo per vedere la macchia cambiare, evolversi.

E' perfetta. Lei è una gran rompipalle ma la sua macchia è perfetta. Che poi la macchia è mia, in realtà.

Quando mi accorgo che sto facendo troppa forza per tenerla in piedi, la lascio cadere e torno dentro.

Prendo una sigaretta e l'accendino tastando il tavolo, ancora nel buio pesto, e mi butto sul divano.

Silenzio, finalmente. Così tanto silenzio che finalmente riesco a pensare. Ci sono voci, ma sono lontane. Chiudo gli occhi e vedo la macchia diventare più grande, forse anche più rossa. Il colore più vivo che mi sembra di ricordare.

Di colpo il rumore del metallo mi assorda. Mi stringo le orecchie sperando che i tappi facciano più presa.

«Fastidio, eh?» urla lui, infilando la chiave nella serratura. «Forza, Rowenta, vai a mangiare.»

Apre le sbarre e si sposta di lato, invitandomi a uscire.

«Se tocchi qualcosa ti ammazzo, stronzo» lo avviso passandogli accanto, ma sento a malapena la mia stessa voce.

«Ma sì… ergastolo più, ergastolo meno.»

Quel secondino mi piace, a parte quando fa il cazzone è un tipo silenzioso.

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Jean per Jean ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Solidea ha votato il racconto

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Salve, i discorsi diretti, mi piaccio anche il linguaggio è deciso, chiaro e inequivocabile. Ora parlo dei tappi per le orecchie, nella prima perte ne dai un ampia spiegazioni, togli metti ecc, poi perdiamo questo impartante indizio, fino a che non lo troviamo alla fine. Mi convince poco il risveglio in carcere. Controlla le e maiuscole accentate uno non è corretta. Comunque a parte quanto ho scritto sopra, che è il mio modestissimo parere, è un buon racconto.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Eric Delerue ha votato il racconto

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Bel caso di misofonia, ma è la memoria che decide per noi se un suono è gradito o no, e ci si chiede se i rumori che il protagonista sente sono reali o meno. Confesso, ucciderei anche io per il rumore.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Martina Bad ha votato il racconto

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Bomba! Bello. Lingua violenta e decisa, mi piace tutto tranne il finale. Sembra che questa relazione con la pazza dell'aspirapolvere ti riguardi da vicino, non ho avuto nemmeno per un secondo l'idea che fosse fiction, tranne sul finale. Non mi convince questo risveglio in carcere. Avrei preferito un sogno allucinato ma è il mio gusto. Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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settembre ha votato il racconto

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Matteo Alparone ha votato il racconto

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di Agorn

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