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Narrativa

Inventario di frasi inutili per lasciarsi

Pubblicato il 17/12/2020

Andare in mille pezzi, sognarlo in mille modi, accumulare accuse. Tutto inutile se l'obiettivo é lasciarsi.

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Ero morta in un incidente, ma non avevo sentito nulla. Morire non era stato doloroso, solo irreparabile. Una cazzata irreparabile successa per pura disattenzione, mentre attraversavo alla cieca cercando di mandare un messaggio sul cellulare. La morte non era un affare così importante, s’infilava tra un giorno e quello dopo come una lisca tra i denti. E benché non perdessi la capacità di essere me stessa, non ero più legittimamente quella persona. Ero, più che altro, una falla legale. Como succede agli apolidi. Anche così, l’unica cosa che mi dispiaceva, nel sogno, era non aver finito di spedire il messaggio prima che un camion mi scaraventasse in aria.

Miguel non avrebbe mai saputo che lo stavo lasciando.


Apro gli occhi nel buio compatto nella stanza. Allungo una mano verso il comodino. Ci dev’essere il cellulare da qualche parte. Un peso da nulla sui bulbi oculari mi dice che ho dormito poco. Non mi sono riposata, sono stanca peggio di prima, accidenti. Morire in sogno è una faticaccia! Sento i pensieri staccarsi a scaglie e andare a pigiarsi sulle palpebre intorpidite – di nuovo quella brutta sensazione di sonno bloccato a metà. All’improvviso, il giallo lampeggiante di un messaggio riempie tutta la camera, dagli armadi allo specchio ovale sulla parete opposta. Sento un brivido. A quest’ora? Ma che ora è poi? Balzo a sedere, tesa come una corda. Di nuovo mando la mano a caccia del telefono che cade sul pavimento. Sul monitor, sotto una fioritura di schegge, il nome di Miguel. Sono due messaggi, uno di seguito all’altro. Solo il secondo è visibile: mi spiace. Con tre puntini di sospensione.

Ecco che arrivano i pensieri a raffica: mi molla. Non può farlo così, che faccia tosta, cristo santo! Mi spiace potrebbe voler dire tante cose, ma i tre puntini sono difficili da fraintendere. Fossero due, penserei a un errore, ma tre? Tre chiazze di sugo sulla maglia la domenica, tre passi avanti verso un dirupo. Non due, tre. Non ho ancora il coraggio di leggere la prima parte. Non so che fare, in che posizione ricevere la notizia.


Per un breve istante, mi torna in mente il sogno. Nell’attimo in cui il camion mi investiva, l’aria si rompeva. Improvvisamente era solida, era infida, mi stava attorno segmentando lo spazio, sparigliandomi come un mazzo di carte. Io non sentivo nulla, solo l’aria che si rompeva. Era una sensazione alata, speciale.


In questo momento, Miguel é in ospedale: probabilmente sta schiacciando il suo corpaccione in uno dei lettini dello stanzino di guardia. Oppure gira per il reparto con il telefono in una mano e un bicchiere di caffè nell’altra. È un uomo che riempie gli ambienti in cui entra con un robusto senso di calma. Da l’impressione che, a uno come lui, non possa succedere niente di imprevisto, di sicuro non sogna di morire o di spartirsi dal suo corpo. Miguel vive insaccato ben stretto nella massa viva dei suoi muscoli, beandosi persino del suo addome prominente e un po’ rilassato. Insieme siamo una coppia legata perché chiaramente sbilanciata.


Ogni giorno ripasso le frasi che userei per lasciarlo.

Siamo troppo diversi Miguel, ne ho fin sopra ai capelli del tuo cazzo di autocontrollo.

Miguel, puoi prendere le tue cose e uscire dalla mia vita. Che comunque sono poche, le cose tue, non hai mai bisogno di niente!

Miguel, vattene in ospedale e non tornare più, tanto lì ci stai meglio che a casa.

Il mantra delle accuse mi placa, mi riporta a uno stato di equilibrio.

Io, Miguel, ti lascio ogni giorno per restare in allenamento, ma non lo farei mai per davvero. Questo gliel’ho detto tante volte, a mezza voce, soprattutto quando mi scuso dopo un litigio. Ma non è del tutto vero. Non in senso letterale.


Adesso però è lui che si scusa. Mentre stringo i pugni in apnea, sento come un fiotto di aria compressa che mi schizza al cervello e finisce che lancio il telefono contro la parete con un gesto un po’ comico.

Ho lasciato i piatti sporchi nel lavandino, metto a posto io quando torno. Mi spiace…

Decido che è quello il testo del messaggio completo. Decido anche che è meglio forzare un po’ le cose e ingollare un paio di pastiglie per ricongiungermi con quella me onirica perfettamente capace di mollare Miguel.

Decidere è un sollievo. Per non andare in pezzi, neanche per sogno. Neanche nei sogni.

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baccaja ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Chiara Bocci ha votato il racconto

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Annalisa è bellissimo. (E' il sollievo che mi manca)Segnala il commento

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sfingeindisciplinata ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Saverio C Pèpe ha votato il racconto

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Debora P. ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Comprendo perché è nella vetrina di Bellevile: è davvero un bel brano.Segnala il commento

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Valentinacomesai ha votato il racconto

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Molto interessante, ma ammetto di avere un debole per l'onirico!Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

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Ottimo. Si sente addossoSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Luigi Celardo ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Esperimento riuscito, direi. Piaciuto molto, sarà per identificazione - anch'io ho sempre paura di aprire il vaso di Pandora :)Segnala il commento

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Cinzia M. ha votato il racconto

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BelloSegnala il commento

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aldoviano ha votato il racconto

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Non sono un bravo commentatore, né uno specialista della scrittura cosiddetta "creativa". Ti posso solo dire che il tuo racconto mi ha emozionato davvero. Un racconto speciale.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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belloSegnala il commento

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Biemme ha votato il racconto

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di Annalisa Maitilasso

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