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Non-fiction

Io, DFW ed Infinite Jest

Pubblicato il 06/10/2018

...quello che rimane e come si guarda a ciò che c'è là fuori, dopo.

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Ho finito Infinite Jest! Di notte, disteso nel letto, ho voltato l’ultima pagina - ultima prima delle duecento pagine di note scritte in carattere sei - e zac!, è finito. Non me l’aspettavo, mi sembrava ci fossero almeno altre venti pagine e comunque non mi sentivo ancora (sic!) pronto.

Sgombro subito il campo da alcune FAQ: il libro mi è piaciuto (impossibile che questa frase abbia un senso così esatto. Vedi seguito.) Lo rileggerei?: sì, anzi in qualche modo l’ho già fatto (Vedi ancora seguito) ma non lo rileggerò almeno nel prossimo futuro perché sono un lettore troppo lento (riflessivo, interpretativo). Ricomprerei l’edizione cartacea (definita nell’introduzione: pregiata)? Forse no, il mio polso sinistro ne sa qualcosa. Mi chiedo cosa osti ad immaginare il libro diviso almeno in due parti se non in tre magari concedendosi, non dico il font, ma almeno l’interlinea un po’ più umana. Ad ogni modo poter sfogliare avanti e indietro il libro è essenziale: ergo niente Kindle. Questa-non-è-una-recensione: è solo quello che rimane e come si guarda a ciò che c’è là fuori dopo IJ.

Quattro anni fa, quattro estati fa, non pensavo minimamente a DFW e tantomeno ad IJ. Per me DFW era l’autore di “Tutto e di più: storia compatta dell’infinito” letto molti anni addietro, comprato per caso non per l’autore ma per il tema, e mai avrei pensato che il DFW di Tutto e di più… fosse lo stesso DFW di IJ. Ma quattro anni fa tante cose sono cambiate tra me, la scrittura, i libri ed il mondo. Questa è però un’altra storia che non ho ancora imparato a raccontare.

Dopo quasi milleduecento pagine, perché dovrei aggiungerne altre due (anzi una misurandole con la metrica di IJ), a quell’universo creato da DFW? Questa è una di quelle cose che appunto rimangono dopo IJ: che è tutto un grande scherzo infinito e che non conta quante persone sono d’accordo con te. E si badi non è una questione di mancanza di rispetto, anzi. “Ma scherzava. Era fissato con l’intrattenimento, lo criticavano perché i suoi intrattenimenti non intrattenevano la gente ed erano statici.” (IJ, 1129). Amo terribilmente quello che afferma questa frase.

Ho segnato con una bella grande orecchia trentasei pagine, memorabili, assolute. Diciamo che ognuna si estende più o meno a due o tre pagine, quindi fanno circa un centinaio. Su milleduecento. Meno del dieci percento. Sembra poco? E’ necessario contare?

Ricordo tutti - no dai magari molti - posti in cui e situazioni durante le quali, ho letto IJ. Nel letto, tante e tante sere, anche se gli occhi mi si chiudevano dopo giornate estenuanti. Al mare sotto un albero enorme sonoramente ricolmo di cicale. In giardino in un giorno senza suoni. Al parco mentre gli altri chiacchieravano e giocavano a pallone (lì ho riso come veramente non avevo mai riso in vita mia, fino alle lacrime, col mal di pancia, per l’uomo che scriveva una lettera alla “Sezione Accertamento Incidenti sul Lavoro”, IJ, 165). Mistero sulla ragione per cui questo episodio è stato inserito nel libro: forse perché c’era bisogno di ridere e niente più.

Cosa rimane dell’Anno del Glad, dell’Anno del Pannolone per Adulti Depend, dei videofonini con riproduzioni cartonate nonché del “Mascheramento ad Alta Definizione”, soluzioni industriali che perfezionano il nostro aspetto pur rendendolo definitivamente non correlato alla nostra figura umana (cfr. Snapchat Selfies, etc.)?

Cosa rimane dopo le trasmissioni radiofoniche di Madame Psychosis? Mi sembra ancora di sentirle, avrei voluto ascoltarle. Ma-che-dico?!: l’ho fatto.

La Ennet House. C’è tutto il mondo lì dentro, ognuno dei mondi che ognuno di noi avrebbe potuto abitare se le cose non fossero andate come in realtà sono. Una grande lezione di umanità, un capire senza giudicare, alla faccia di qualsiasi intrattenimento, trama, plot, climax, nonché delle estenuanti ripetute semplificazioni che ascoltiamo e leggiamo giornalmente.

Dicevo poco più su che, finito il libro, l’ho iniziato di nuovo istantaneamente, come un rimbalzo condizionato, sentendomi perso nel girare l’ultima pagina e vedendo l’inizio delle note - che ho letto, ma confesso non tutte, questo il mio limite; ho dunque ripreso quelle prime trenta pagine che in un pomeriggio piovoso mi hanno convinto senza possibilità di redenzione ad affrontare le altre millecentosettanta.

“L’impulso USA per essere spettatore,” (IJ, 381): e siamo tutti lì dagli anni ’80 ad ascoltare le risatine di ripròva sociale delle sitcom. O-mio-Ddio M*A*S*H, quante puntate avrò guardato? “Sembrava che quel cazzo di programma non finisse mai.” (IJ, 767). Se tornassi indietro se avessi capito allora, quello che ho compreso adesso.

Dare una forma geometrica all’inizio della depressione di Day: “L’orrore triangolare” (IJ, 780). Non avevo mai pensato fosse possibile, dare una forma.

Mi rendo conto che queste note si stanno Madame-Psychositizzando, ma dopo IJ, è tutto un turbinare, le cose sono polvere luminosa in sospensione, la paura di dire e fare scompare, tutto si espande fino a …

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Grazia Ferro ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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....ti consiglio di vedere Brazil, dei e con i Monti Python, regia di Terry Gilliam....per via di "sezione accertamenti incidenti sul lavoroSegnala il commento

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Rosnikant ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Germana Caranzetti ha votato il racconto

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di Maurizio Ferriteno

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