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Narrativa

Io odio i bambini

Di ALE
Pubblicato il 24/01/2018

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«Io odio i bambini» Come un lampo che attraversa la mente in un attimo per poi sparire, lasciandomi sorpreso di averlo pensato. Il salone é pieno. Nessuno é voluto andare a fare il pisolino oggi. Ho bisogno di una pausa. Cerco Antonia con lo sguardo. Non vedo i suoi riccioli scuri e disordinati da nessuna parte. Ho bisogno di respirare. Di silenzio. Volto le spalle ad un caos di scarpe con il velcro. Chiudo la porta. Finalmente. Il corridoio é saturo di cappottini colorati ammassati su cappelli con il ponpon. Dalle finestre si vede la sala ricreativa, che inferno. Antonia si erge sopra il mare urlante di bimbi vorticanti con quel suo golfino sgualcito. Sono quattordici anni che lavoro alla Scuola Materna con asilo Bambino Gesù e non l’ho mai vista indossare qualcosa di diverso dai completi marrone muffa.

Lascio che l’acqua scorra nel piccolo lavandino sotto di me. Devo piegarmi per potermi guardare nello specchio a forma di coccinella, taglia 3-5 anni. Sento la busta di carta graffiarmi la pelle della pancia. Quella cazzo di busta é arrivata stamattina. Aspettavo gli esiti da mesi ormai, tra bestemmie alle poste e alla clinica.

Sono sterile.

Certo, avrei preferito saperlo prima di accompagnare mia moglie all’ecografia del terzo mese. Quando Sofia mi ha mostrato il test di gravidanza ero l’uomo più felice della terra. Chi poteva aspettarsi che a 38 anni sarei potuto diventare padre? Non pensavo più ai 5 anni di tentativi falliti e neanche a quello stupido test di fertilità. Però stamattina questa busta gialla risaltava sulla tovaglia a quadretti, in cucina. Lei era già uscita. Pensavo fosse una raccomandata. Non sono riuscito a muovermi. Non le ho ancora detto niente, non saprei nemmeno cosa dirle. Non posso che pensare a tutte le nottate in ufficio, alle lezioni di pilates, alle rimpatriate con le amiche del liceo. Durante uno di questi “impegni di lavoro” é stato concepito mio figlio.

Cazzo.

L’acqua fredda gocciola dal mio viso.

“Giulio dove sei?” La voce stridula di Antonia attraversa il corridoio. Come é possibile che quella donna sicuramente sopra i cinquanta abbia ancora la voce irritante da preadolescente?

Sono ancora accovacciato davanti alla coccinella che mi riflette sorridendo le occhiaie e la barba sfatta. “Lavati bene le mani!” ammicca una farfalla proprio di fianco.

“Arrivo subito”, urlo di rimando. Ma cammino con calma, le grida filtrano da ogni fessura. Sospiro e apro la porta.

Antonia mi aspetta con il suo naso contorto; “Devo accompagnare Marcantonio in portineria. Sono venuti a prenderlo. Pensaci tu qui, torno subito”. Prima di poter anche solo pensare di strapparle il piccolo dalla mano la vedo attraversare le finestre sul corridoio. Che cazzo di nome é Marcantonio poi? Un gattino giallo sul muro mi dice sorridendo che ho ancora mezz'ora. Sospiro. Le grida entusiaste mi sembrano sempre più alte. Cerco di attraversare la stanza senza calpestare nessun completino coordinato, evitando le scarpette con le lucine, le bambole abbandonate e i pezzi di lego ovunque sul pavimento. Ho sempre voluto avere un bambino mio, un piccolo Giulio a cui insegnare come essere migliore. Non posso fingere di non sapere, non posso lasciarmi prendere per il culo da lei. Così sfacciata. Sposto con il piede un agglomerato informe di mattoncini colorati. Con chi se la fa? Me l’avrebbe mai detto?

“Non metterti le dita nel naso Andrea”. Che schifo.

Devo lasciarla. Ormai é tardi per qualsiasi soluzione di emergenza. Sotto il mio piede qualcosa squittisce. L’ennesimo pupazzetto di plastica rosa. Alzo gli occhi al cielo. Attaccata al cagnolino c’e una manina. Le piccole dita diventano rosse mentre le guardo. Perché tutto oggi? Due occhioni blu si riempiono di lacrime. Ti prego non piangere. Ti prego. Prendo la manina schiacciata tra le mani. “Scusami Annalisa, non piangere adesso la mettiamo sotto l’acqua fredda”. Spero non dica niente a sua madre. Divorziata e risposata. Ben oltre i quaranta con la piega sempre perfetta e un’incredibile capacità di lamentarsi per ogni cosa che non sia come vuole. Ha protestato urlando perché la bambina aveva una macchia di pennarello sulla sua preziosa camicetta di seta. Che cazzo di senso ha comprare a una bambina di 4 anni e mezzo una camicia di seta. Prima che possa rendermene conto Annalisa piange e smoccola sul suo maglioncino di cachemire azzurro. “Annalisa, dai non é successo niente” La busta preme sulla pancia. Le sto stringendo il polso, minuscolo nella mia mano. “Andiamo a metterla sotto l’acqua”, ma lei punta i piedi e singhiozza. Intorno a me continua la tempesta di grida. Il rumore di 80 piedini che trottano ovunque. Dove cazzo é Antonia. Mi siedo carponi per guardarla negli occhi. Con un fazzoletto cerco di asciugarle i lacrimoni ma si divincola, le trecce bionde ondeggiano dappertutto. Le stringo le spalle, stai ferma cazzo. Continua a muoversi e a sbattere le LelliKelli luminose per terra. “0% spermatozoi vitali”. Continua ad ululare e non la sopporto più. “Smettila” le dico, le mani intorno al suo collo stretto. “Basta urlare” sussurro.

Glielo dirò quando torna a casa. La scuoto. Non mi farò prendere per il culo ancora. Continua a gridare. Continuo a stringere. Glielo farò ammettere, che pianga e urli pure. Le nocche sono diventate bianche. Non me ne frega più un cazzo di quella troia. Annalisa ha smesso di piangere. Ricade molle tra le mie braccia.

Che cazzo ho fatto.

Devo uscire da qui. Prima che Antonia mi veda.

Gli altri bambini continuano a correre.

La prendo in braccio. Che cosa faccio adesso? La devo portare via. Devo farla sparire. Potrei dire tutto, é stato un incidente. Non volevo. Non sono un mostro. Come la porto in macchina senza passare dalla portineria? Non é pesante.

La borsa da ginnastica.

Devo far finta di niente. Chiudo la porta dell’aula. Spero che Antonia non arrivi adesso. La borsa é ancora sotto la cattedra. Menomale. Sofia voleva convincermi ad andare in palestra. “Per il piccolo” diceva. Quante cose diceva, e io che le credevo. Chiudo la zip, una ciocca bionda spunta dalla cerniera. Cazzo. É incastrata. Non importa.

“Giulio ma cosa stai facendo qui?”

Cazzo.

“Antonia scusa, mi ha chiamato Sofia, é un emergenza. Ti spiace coprirmi?” Spero di essere sembrato naturale.

“Tranquillo, mancano 10 minuti ci penso io. Problemi con la gravidanza?”

“non si sente molto bene” credimi, cazzo. La borsa gonfia sulla spalla. Non chiedermi niente. Non chiedermi niente.

“Mi spiace, salutamela tanto”.

“Certo”

Devo stare calmo. Metà corridoio. La borsa inizia a pesare. Ho sempre camminato così?

“Arrivederci Maria”

“Ciao Giulio, a domani!”

L’aria fresca sul viso. La macchina.

“Giulio aspetta!” Antonia mi rincorre. Oh cazzo.

“Hai dimenticato la giacca”. Sospiro. “Grazie”. Il sorriso più tirato che mai.

Continuo a camminare.

Chiudo la portiera.

Il borsone sul sedile di fianco a me.

Cazzo.

Inserisco le chiavi.

Metto in moto.

Respiro. 

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