Ho un'amica, che vive in un'altra città.

Ci scriviamo da un po', ma non ci siamo mai incontrati.

Lei sta al sud, io al nord, però siamo entrambi del centro. Per anni abbiamo vissuto nella stessa regione, in province confinanti, e con ogni probabilità ci siamo perfino sfiorati, più di una volta, senza sapere che ci saremmo scritti, molti anni dopo.

Ho sentito la sua voce al telefono, per la prima volta, mentre parlavo con Caterina, una  cugina di terzo grado, che vive a Palermo. La mia cugina preferita.

"Sembra simpatico, da come ci parli, prima o poi... me lo fai conoscere!?  poi un battibecco divertito fra donne, e ancora la voce di mia cugina.

"Scusami Franck, ma Ipazia è un un'impicciona, le piace origliare, perché sostiene che conosco un sacco di uomini interessanti.

"Che bella voce... Ipazia, hai detto che si chiama?

"Si, è un tesoro, sai, Ipazia, e si comporta così perché è infelice, anche se cerca di non farlo vedere" 

"Perché dici che è infelice?"

"Ma come sei pettegolo, oggi!"

"Dai, dimmi qualcosa, lo sai, che sono un galantuomo."

"Cosa vuoi sapere?"

"Perché, dici che Ipazia é infelice?"

"Ha una storia da 15 anni, una storia importante, ma sembra che siano in crisi, perché lui ha smesso di amarla, dice lei.

" E lei com'è?"

"Come faccio, al telefono?"

"Dai, Caterina, tu sei brava, a descrivere le persone."

"A me piace molto, lei è...  divertente, un po' sognatrice, ma concreta, nel quotidiano, ha gli occhi grigio verdi, le piace ballare, la mousse di cioccolato semiamara, e lavora in banca"

" Le piace ballare?"

"Molto, ma lui, non la porta quasi mai"

"E perché?"

"Lavora troppo, non ha il tempo, dice."

"E lei lavora in banca?"

"È vicedirettrice di filiale, ma basta, non ti dico altro!"

"Secondo me, non le piace."

"Cosa, non le piace?"

"Lavorare in banca"

"Ti ho detto che...."

"Dimmi soltanto se ho ragione."

"No, non le piace"

"E perché ci lavora?"

"Non mi va, di dirtelo."

"Dai, Caterina, lo sai..."

"Non mi dire ancora che sei un gentiluomo!"

"Ma è la verità!"

"Parli come mio padre, ma hai trent'anni di meno."

"Dai, dimmi soltanto perché non le piace lavorare in banca."

"Poi non mi chiedi altro?"

"Promesso"

"Ci lavora da trent'anni, ma solo perché è un lavoro sicuro, e lei ha bisogno di stabilità"

"E ha fatto anche carriera!?"

"È anche intelligente, oltre a essere carina!"

"Ma non è delle vostre parti?"

"No."

"È Toscana?"

"Come hai fatto, a capirlo?"

"Da come ha detto "simpatico", strascicandolo."

"Non ti scappa niente?"

"Mi fai un altra gentilezza?"

"Parli ancora come mio padre!"

"Come faccio, a mettermi in contatto con lei?"

"Sono problemi tuoi!"

"Caterina, potrei rendere felice la tua amica!"

"La smetti, di fare lo stronzo!"

"Lo sai, che sono sempre le donne, che mi mollano, no!? Come faccio, a essere io, lo stronzo?"

"C'entra invece, tu sei più... uno stronzo di sottofondo, più uno stronzetto, uno stronzacchietto, simpatico, ma solitario. Te ne stai a scrivere per conto tuo, chiuso in camera, passi il tempo a leggere, guardi film di serie c, ti fai i tuoi giri fuori, e poi, quando ti viene il pallino, inviti le tue donne a cena, cucinando per loro, parlando di poesia e di legni strani, o del curry che cambia ogni due chilometri, in India."

"Te lo ricordi ancora?"

"Il tuo curry è mitico, Franck, te l'ho sempre detto"

"Secondo te, gli piacerebbe, il mio curry, a Ipazia?"

"Ora ricominci!"

"Dammi soltanto una speranza!" 

"Non fare il lumacone, con me!"

"Una piccola speranza, un indizio!"

"Posta i suoi racconti in una piattaforma letteraria, dalle tue parti."

"E poi?"

"Come nickname, usa un anagramma, di due parole. Una è Pia, mia zia.

"La zia Pia!   Pia... ia... ipa... ipa... zia... ipazia ...   IPAZIA... !! Che é un anagramma di ZIA PIA!

"Io non ti ho detto niente!"


Da lì è nata una corrispondenza epistolare, che è andata avanti per un po', tra alti e bassi. Poi c'è stata una pausa, perché lei aveva bisogno di tempo, per una serie di motivi personali.

Passa qualche mese, e poi, complice qualche altro commento reciproco ai nostri scritti, la corrispondenza riprende: lentamente, dapprima, poi con una frequenza sempre maggiore, finché siamo arrivati a scriverci tutti i giorni, come fanno gli amanti, che continuano a cercarsi, esplorarando tutto quello che le nostre parole sapevano regalarci, in termini di affetto, intimità e reciproca accoglienza.


Credo che "vivere" una relazione, voglia dire soprattutto accogliere le differenze della persona che abbiamo scelto, e che ci ha scelto, a sua volta, senza stravolgerle, senza mai dare per scontata la relazione stessa, che sia fatta di sole parole, o di quotidiano convivere. 

Non c'è da vincere niente, in una relazione: forse c'è soltanto qualcosa da perdere, in termini di supponenza e di presunte certezze, che ci portiamo appresso, convinti di non poterne fare a meno.

Ieri Ipazia mi ha detto che sono un galantuomo, e che vuole assaggiare il mio curry.

Io ho fatto l'indiano. Ma lei non ha abboccato. 

Ipazia è un nome pazzesco, secondo me.