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Soggetti per il cinema/teatro

Irraggiungibile

Pubblicato il 19/07/2021

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Sto percorrendo la statale ottanta dell'appennino. Finalmente trovo una piazzola dove fermarmi. È impossibile proseguire; l’acqua scende giù a secchi, la visibilità quasi inesistente. Lascio acceso il motore e aspetto che passi. Boati nel cielo, lampi e paurosi fulmini. D’un tratto la macchina si muove, oscilla al vento, slitta sull’asfalto. Il motore si spegne. Provo a riaccendere. Niente, è muto. Tremo. La macchina continua a slittare e l’oscurità pare inghiottirmi. L’acqua crepita forte a onde continue e potenti e spingono come un’enorme mano. Balzo fuori e mi ritrovo sotto un inutile ombrello, con la pioggia che esplode sulle scarpe. Attraverso la strada, mi porto a ridosso della parete rocciosa per cercare un parziale riparo. Avanzo accostando poi, sotto una sporgenza di roccia, un’apertura mi accoglie in una protezione inaspettata. In quella cavità, rinfrancato, attendo seduto sui calcagni. La pioggia inizia a perdere intensità, il cielo rimanda un po’ di luce. Osservo l’orologio e un’ombra passa veloce sul margine opposto della strada. Ricompare e io urlo ‘Ehi, serve aiuto? Serve aiuto?’

Faccio per uscire fuori, ma quella sagoma dopo un breve oscillare scompare. Mi asciugo il volto con dei fazzoletti di carta. Attendo. Ora la pioggia cade senza intensità. Vedo passare alcune automobili e, rincuorato, ritorno in macchina. La pioggia continua sottile, il cielo s’apre alla luce. Metto in moto senza difficoltà. Poco dopo rallento e osservo la mia ‘grotta’. Torno a guardare avanti e rabbrividisco all’immagine di una fanciulla dritta davanti alla macchina. È scalza, indossa solo una corta sottana viola bagnata e incollata al corpo. Mi osserva con gli occhi sgranati, col viso imperlato d’acqua. Fisso il volto, bello e strano; un voluminoso, lungo e stretto naso con una bocca piccolissima. Scompare. Mi rimetto in movimento ed eccola di nuovo che corre davanti velocissima, quasi nuda, affiancando la macchina sulla corsia opposta. Mi guarda e sorride e con difficoltà le sto dietro pur accelerando. Ha lunghe, bellissime gambe atletiche. Freno inchiodando. Lei si ferma a una quindicina di metri. Esco dalla macchina col cuore in subbuglio. Ipnotizzato e attratto cerco di avvicinarmi a lei che continua a sorridermi senza emetter suono. È a pochi passi, mi sta aspettando e una gran voglia di prenderla mi assale. Gli balbetto qualche cosa. Stendo le braccia e quasi la tocco ma lei si scosta indietro sorridendo. Eccitato faccio un balzo per afferrarla, ma mi precede. La inseguo, poi le corro dietro, ma è velocissima con le sue gambe poderose e s’allontana col sedere all’aria.

Sconsolato mi fermo, piegandomi per il grande affanno.

Ritorno verso la macchina col viso avvampato e la cerco ancora intorno. Cammino per una decina di metri e un urlo tra un grido e un ululato mi raggela. Guardo in su e, nella fitta boscaglia, la vedo per un istante che si arrampica in alto.

Resto a osservare e attendo non so quanto tempo, sicuro che da quella enorme massa rocciosa e selvosa, a prima vista inaccessibile, la ragazza torni di nuovo in strada. Decido di salire. Inizio ad arrampicarmi su per un canalone. Dapprima procedo con estrema calma, ragionando sugli appigli migliori, poi, voglioso di raggiungere il punto più alto, mi inerpico con maggior decisione, senza sostare a lungo, assolutamente indifferente alle punte aguzze della roccia e ai graffi brucianti. Le gambe intirizzite dall’ombra del monte non ancora illuminato dal sole del pieno mattino, si sciolgono al calore delle energie consumate. A passi piccoli e continui, avanzo zigzagando. Arrivano luoghi invalicabili che mi costringono a ripiegare sui passi già fatti, alla ricerca dello spuntone espugnabile. Man mano che salgo, la vegetazione si dirada, solo l’erba resiste tra le crepe e nei buchi della roccia ricolmi di sabbia dilavata giù dalla vetta. Il respiro si fa più affannoso, l’andatura rallenta, l’aria fredda sembra non saziare i polmoni. Anche il riposo è faticoso. Poi il desiderio torna forte e incontrollabile; la vetta è là, fredda e luminosa, sotto un cielo più corto. Inizio l’ultimo tratto, il più difficile, usando le mani a mo’ di piedi. Ora il respiro è l’unico compagno in quella solitudine totale, ora la paura è l’energia ulteriore che scuote il corpo. C’è lo scontro tra l’io che sale e l’io istintivo che fugge il pericolo. Il cuore batte forte, le braccia fanno male, il respiro è convulso. Quasi ci sono e impreco forte. Ancora un po’! Ci sono per davvero, la gioia mi fa tremare. Seduto sul punto più alto del monte, piacevolmente riscaldato dai raggi del sole, sopraffatto dalla bellezza respirabile di tanti chilometri di monti e boschi, di vento e luce, riesco finalmente a osservare anche il lato opposto da dove sono salito. All'enorme piacere subentra un'angoscia profonda e inattesa. Giù, a venti metri, in un spiazzo pietroso, ci sono i resti ossei di un corpo avvolto in un groviglio colorato di indumenti femminili. Un braccio è proteso nella mia direzione.

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di Mauro Serra

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