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Noir

Jack the ripper

Pubblicato il 11/07/2018

Incubo o realtà?

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“Cosa la porta da me?” Domandò la dottoressa Hunt appoggiando gli occhiali sulla scrivania.

Seduta, davanti a lei c’era una ragazza esile, con il viso magro e pallido segnato da profonde occhiaie, in cui sparivano i piccoli occhi verdi.

“Niente. Mi scusi se l’ho disturbata.” Rispose Ann, pronta ad alzarsi.

“Non mi disturba. Mi sembra stanca, ha difficoltà a dormire?” Chiese la psicologa.

“Sì. Passo le notti in bianco a causa di un incubo che non mi dà pace.”

“Vuole raccontarmelo?”

Ann dopo un breve silenzio disse: “Va bene. Inizia in un vicolo stretto e buio. Mi copro la bocca e il naso con il mantello: l’odore di urina è insopportabile. Girato l’angolo, illuminata dalla luce del lampione a gas, c’è una donna in attesa di clienti. Mi avvicino sorridendo. Scambiamo poche frasi in inglese. E appena si volta, estraggo il coltello dalla giacca e la sorprendo alle spalle. Le premo con forza una mano sulla bocca, per evitare che urli, mentre con l’altra le squarcio la gola partendo dall’orecchio sinistro. Il sangue cola, lento, sul polso macchiandomi la camicia. A questo punto mi sveglio sudata con i muscoli doloranti per la tensione.”

“Quando ha avuto il primo incubo?”

“Dopo che sono tornata da Londra.”

“È successo qualcosa che l’ha turbata, quando era lì?”

“No, niente. A parte ... ” La psicologa sollevò le sopracciglia. “Nulla. È un’assurdità.”

“Non si preoccupi lasci a me il compito di giudicare. Mi dica, cosa è accaduto?”

Arrossendo disse: “È avvenuto di notte. Eravamo sul marciapiede, dove Jack lo squartatore ha ucciso la prima donna. Io ero dietro il gruppo. Un po’ in disparte. Non volevo sentire i cruenti particolari della mutilazione. Mi sono appoggiata, con la schiena, al muro del cortile, dove la Walker cercò rifugio. Ricordo la parete ghiacciata e una fitta, acuta e profonda, che mi ha attraversato le vertebre arrivando al centro del petto. Ho sentito il freddo scorrere nelle vene fino alla punta delle dita e il cuore tornare a pulsare dopo lo spasmo. Mi sono spostata subito ma era come se quel gelo, ormai, facesse parte di me.”

“Capisco. Penso che sia vittima delle suggestioni create dal racconto della guida. Se vuole, posso ipnotizzarla e annullare questo ricordo.”

“Grazie. Sono disposta a tutto pur di uscire da questo incubo.”

La dottoressa chiuse la tenda e la stanza cadde in una scura penombra. Ritornata alla scrivania, accese l’abat-jour. La luce, calda e soffusa, illuminò alcune riviste mediche e, accanto alla pregiata carta intestata, una penna stilografica con il pennino in oro. Dopo aver preso dal cassetto quella che sembrò una collana, girò intorno alla scrivania  e si sedette davanti ad Ann.

“Adesso la porterò a Londra, dove tutto è cominciato. Con gli occhi segua il movimento dell’orologio. Qualsiasi cosa accada non abbia paura. Io sono qui. Se la vedrò agitarsi, interromperò l’ipnosi. Ha capito?” Ann annuì col capo. “Allora iniziamo.”

Dopo pochi minuti, la voce della psicologa le giunse lontana. Rispondeva calma e tranquilla alle domande della dottoressa. La trance era riuscita con successo.

“Adesso è in fondo al gruppo. Sono tutti attenti al racconto della guida. Sente cosa sta dicendo?”

“Sì, la sento, ” rispose in affanno “dice che lo spirito di Jack aleggia ancora in questo luogo e che il soffio gelido che sentiamo, alle spalle, non è il vento, ” e sotto voce disse “è il suo alito.” Dopo di che svenne accasciandosi sulla sedia.

La dottoressa si avvicinò per controllare il respiro. In quel momento la giovane donna spalancò gli occhi: lo sguardo freddo e il sorriso beffardo sembrarono sfidarla. Sorpresa da quel mutamento non la vide afferrare la penna, né si accorse del braccio che si abbatteva su di lei. La ragazza con un colpo, preciso ed esperto, le conficcò il pennino nella giugulare. Il sangue sgorgò copioso bagnando la mano dell’assassina, che stringeva con forza l’arma del delitto.

“La ringrazio Signora di avermi liberato da quella pusillanime di Ann. Mi ha riconosciuto, no? Il mio nome è Aaron ma tutti mi conoscono come Jack the ripper.” Disse schernendo la psicologa, che lo fissava incredula.

Soddisfatto, respirò avido l’aria. Nessun senso di colpa, nessun rimorso, solo la curiosità di sapere dove fosse. Osservò appesi alle pareti i titoli di studio in medicina, ma la sua attenzione si concentrò sulla foto di una rivista. Mostrava il viso di un uomo, cui avevano impiantato, metà faccia, prima e dopo l’intervento chirurgico. L’articolo Stress psicofisico nel trapianto di volto era datato 5 marzo 2018. Calcolò che erano passati centotrenta anni dalla sua morte.

Arrivato alla finestra prima di aprirla, pulì le mani nella tenda, poi guardando la piazza, con i ristoranti affollati per la cena, ricordò che “Il buon dottore” gli aveva pagato l’ultimo cuore cinquanta penny. Si voltò a osservare il corpo senza vita, circondato da una rossa e densa pozza di sangue, e si chiese quanto potesse valere quello della donna.

“Peccato che non possa conservarlo nell’alcool.” Pensò e sospirando disse: “Un cuore sprecato.”

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Ghiren73 ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Alcuni soggetti pagano la forzatura delle 5000 battute; meriterebbero più spazio per rendere al meglio. Comunque è scritto bene.Segnala il commento

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Mela Golden ha votato il racconto

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Rosalba Nappo ha votato il racconto

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Pauuraaaa!! Fa paura! Ed è un complimento visto il genere! Obiettivo centrato.Segnala il commento

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di Cellegato Guendalina

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