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Jhonni

Pubblicato il 16/04/2019

La storia di un capo.

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Jhonni viveva tranquillo, come aveva fatto fin da quando era nato, nel suo emisfero boreale, nella sua porzione di calotta semisferica del globo terrestre, posta a nord dell'equatore.

Ormai era adulto e portava con dignità sia le sue zanne lunghe e prominenti, che i baffi, che la sua grande mole. Le zanne in particolare le impiegava per combattere e per le prove di forza contro gli altri maschi. Erano quelli con le zanne più grandi, come lui infatti, ad essere quelli più potenti, i capi. E lui lo era diventato.

Nuotava nelle acque poco profonde e trascorreva gran parte delle giornate sulla banchisa, sotto la quale trovava il suo cibo prediletto, i molluschi. Le zanne le usava anche anche per creare ed allargare le cavità nel ghiaccio, che gli erano indispensabili quando voleva uscire fuori dall'acqua, dopo aver finito il pranzo, arrampicandosi sulle lastre.

Jhonni, come tutti gli altri, era ricoperto solamente da pochi peli sparsi e appariva quasi completamente glabro con la pelle estremamente spessa, soprattutto intorno al collo e alle spalle. Lui e gli altri giovani erano di colore marrone scuro, mentre con l'età il colore della pelle diventava più chiaro. Così i suoi genitori e zii erano color cannella, mentre i vecchi maschi, i nonni, erano diventati nel tempo quasi rosa. Poi, quando si tuffavano nell'acqua gelida e i loro vasi sanguigni si costringevano, tutti apparivano quasi bianchi mentre nuotavano, cosicché quasi si confondevano, mentre zigzagavano sopra e sotto le lastre, tra il luccichio del ghiaccio che brillava al sole.

Possedeva una sacca piena d'aria sotto la gola, che funzionava come un’enorme bolla e che gli consentiva di stare a galla verticalmente e di dormire anche in mare aperto.

Durante l’anno, con il resto del branco, formavano vaste aggregazioni di decine di migliaia di esemplari sulle spiagge. Ma nella tarda primavera e in estate, alcune centinaia di migliaia di loro, dal Pacifico migrava dal mare di Bering a quello a Chukchi, attraverso l’angusto stretto.

La migrazione tra queste colonie e la banchisa poteva essere anche molto lunga e difficile. Ed ora anche quest’anno erano arrivati a destinazione, stremati ma felici.

Ma Jhonni, come gli altri, si sentiva a disagio.

Il sole, quella mattina, abbacinava già dall’alba. Sarebbe stata un’altra giornata molto lunga e infuocata, più di quelle che ricordava di quando era ancora un cucciolo.

Anche lui, come tutti, era disorientato dal caldo, che stava aumentando a dismisura, e piano piano stava sciogliendo il ghiaccio dell’artico.

Quindi a mattina inoltrata, quando il sole aveva già percorso mezzo cielo dalla riga dell’acqua, gli era presa la smania di rifugiarsi sulle coste rocciose per cercare refrigerio.

I suoi amici lo avevano seguito, come sempre. Perché lui era il più potente ed era il loro capo. E decideva il meglio per tutti.

Ma quella maledetta mattina di aprile alcuni di loro persero il senso dell’orientamento per la calura insopportabile e si arrampicarono troppo in alto, senza rendersene conto.

“Ehi, Jhonni, aspettaci “ gridarono da sotto, mentre tentavano di raggiungerlo sulle rocce più alte. La loro vista era molto scarsa, quando erano fuori dall’acqua. E lui lo sapeva, ma aveva proseguito diritto fino alla meta, con la determinazione che solo un vero capo conosce.

Gli altri ebbero paura, non vedevano bene, l’altezza li stordiva quasi.

Decisero di tornare dagli altri del branco perché erano gregari e non riuscivano a restare soli troppo a lungo e lui senti’ solo l’eco delle loro voci che dicevano:” Jhonni, lui sì che è speciale. Noi non ce la facciamo”, mentre avevano cominciato a scendere.

Ma più tentavano di riscendere a tentoni e più la loro massa sembrava aumentare di peso, trascinandoli verso il basso, prendendo velocità. Non sapevano che fare.

Allora cominciarono a lanciarsi di sotto, cercando di raggiungere il mare. Lui, che li vedeva tutti da sopra, aveva urlato dalla roccia della vetta più alta di non farlo.

Ma quelli parevano anche non sentirlo più, oltre a non riuscire a seguirlo. 

Ed invece di scivolare semplicemente sul ghiaccio, si schiantarono ad uno ad uno sulla spiaggia sottostante in un suicidio collettivo.

Jhonni continuò ad urlare loro di stare fermi e di smetterla, ma le sue parole finirono nel nulla, insieme al rumore dell’infrangersi delle onde.

Guardò dalla sua roccia più alta quell’ammasso di carne bianca, e zanne bianche e sangue che si stendeva sotto di lui e che continuava ad aumentare.

Non era il più potente, non lo era mai stato. Ora lo sapeva. Un capo vero si sarebbe reso conto che i suoi compagni non sarebbero riusciti a seguirlo fin lassù. E sarebbe rimasto più in basso o li avrebbe aspettati. Oppure guidati indietro fino alla banchisa. Loro lo avrebbero seguito, perché ci si fida sempre del proprio capo.

Ora era rimasto l’unico cricheco sopravvissuto sulla terra.

E mai si era sentito così solo, nel suo emisfero boreale. Ora, che non aveva più nessuno rimasto vivo da comandare.

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Ondina ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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di Hollyy

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