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Narrativa

Jonny che ritorna - Cronache di Lentisco

Pubblicato il 21/07/2020

Tornano le Cronache di Lentisco. Una storia vecchia, con cui noi abitanti del ventunesimo secolo non abbiamo ancora fatto del tutto pace. Loro, gli abitanti di Lentisco, continuano a passare il dito su quella ferita, ormai cicatrice, ma mai completamente rimarginata.

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Jonny scende alla stazione di Lentisco. Odore di candeggina e caffé. Proprio come 30 anni fa, pensa. Qui non è cambiato niente. A una prima occhiata, nemmeno lui pare cambiato. Jeans sdruciti, zaino di tela grossa. Soltanto più curve le spalle e non per il peso dello zaino. Allora lo riempiva di pagine e volantini in ciclostile. Ora solo una fotocopia: quella del permesso di libertà per un giorno. Stasera dovrà tornare là dentro. Ma è appena mattina, adesso. E fuori c’è il mondo, il suo mondo, continua a ripetersi piano, per darsi coraggio.

Per uscire c’è il sottopasso. E’ obbligatorio. Questione di sicurezza.

Una volta tutti correvano sui binari, appena scesi dal treno, fidandosi del semaforo rosso all’imbocco della galleria. A volte si sacramentava, trascinando valigie e pacchi tra i ciottoli della strada ferrata. Anche adesso c’è chi fatica, con i bagagli pesanti, su e giù dalle scale del sottopasso puzzolente di ferro e di piscio. Per fortuna il mio bagaglio è leggero, pensa, ma fatica comunque a portarselo dietro e prova a sfilarselo, quello zaino, forse su una spalla sola pesa meno.

Subito fuori dalla stazione, alla sua destra, trova la galleria della vecchia linea ferroviaria dismessa negli anni ‘70 e abbandonata. Adesso è un tunnel pedonale illuminato con i colori del mare, un tuffo nel blu di luci azzurrate e immagini delle nostre profondità: la prima attrazione turistica di Lentisco. La prima e l’unica, pare.

Di nuovo al sole, Jonny ritrova il suo paese, fatto di sassi grigi e muri stinti; riconosce ogni ciottolo sconnesso, i tombini, i buchi sull’asfalto bagnato di fresco davanti ai portoni, le vasche di basilico sui gradini delle case; le bottiglie di plastica tra i vasi, per tenere alla larga i gatti.

Identica anche Santa Maria. Fa per sedersi sulla gradinata; ma sarebbe l’unico in tutta la piazza seduto come un mendicante. Rinuncia. Poi le ginocchia, quelle fanno male a piegarsi e soprattutto a rimettersi in piedi. Pensare che ci si passavano i giorni e le notti su quei gradini; a chiacchierare, a fumare, a litigare. A volte anche muti, ognuno dentro la propria rabbia, ché sembrava non si potesse cambiare niente fino a che i vecchi non si fossero tolti di mezzo; ma quelli non mollavano: la resistenza, la liberazione, l’antifascismo… e intanto noi eravamo in mezzo ai fasci all’università, in fabbrica, tra le bombe che nessuno si azzardava a chiamare per nome.

Gli sembra di essere ancora lì, nel tempo di prima, a ridere e bere wodka lemon per farsi grande al bar da Antonio. Che sbronza, quella volta; Antonio mi aveva dovuto riportare a casa a braccia, la maglietta sporca di vomito e sudore e ancora voglia di ridere. Perché così, senza pensieri, si stava bene in fondo; sarebbe stato bello se tutto fosse andato avanti come dentro una sbronza.

Dopo, invece, solo caffè. Caffè per tenere i nervi saldi di giorno, per stare pronto a scappare di notte; caffè per sopportare la paura. Caffè per non soffrire il freddo in cella, sotto la luce gelida dei neon 24 ore al giorno per tener sveglio l’orrore, dicevano loro, di là dalle sbarre.

Oggi però niente caffè; magari una coca da Antonio, tanto mia madre può aspettare… c’è un giorno intero di tempo per andare da lei.

Scende Jonny verso il chiosco sulla spiaggia. Un patio di legno lucido, ombrelli di paglia; ma il mare dove è; Jonny fissa un punto indefinito e non sa.

Antonio saluta con diffidenza, come si fa con gli sconosciuti, che non sai ancora se consumeranno qualcosa o se soltanto chiederanno le chiavi del bagno. Sembra diventato suo padre. O forse questo è suo padre; rimasto identico, da trent’anni: stesse braccia ossute, stessi baffetti bianchi; secco come un tronco spiaggiato. A Jonny comincia a girare un po’ la testa: E non è la Coca Cola.

Non parla, non chiede, non dice. Nessuno lo riconosce. Forse dovrebbe presentarsi: sono il figlio di Pietro, nome di battaglia Walter; oppure sono Jonny di Margherita, la farmacista. Chi se li ricorda i suoi ormai… forse nessuno saprebbe identificarlo nemmeno come Giovanni Rossi, il compagno, il brigatista, il dissociato, il carcerato.

In fondo al molo riconosce i pescatori, quelli del paese. Pochi a dire il vero, che è già tardi per stare sulle barche se non c’è da prendere il largo. Uno, il più vecchio, in disparte da solo a pulire le reti. E’ Giovanni, l’uomo cui Jonny deve il nome. Comandante di brigata, segretario di sezione, coordinatore del sindacato. Una volta pescatore; adesso solo addetto alle reti, a quanto pare. Le mani nodose che conoscono la trama anche senza guardare, lo sguardo che sa, anche sotto le palpebre afflosciate dagli anni, Giovanni fa un piccolo cenno con la testa: Jonny capisce che l’ha riconosciuto.

“Sei andato a trovare tua madre?”.

“Vado ora”

“Vengo con te”.

Insieme si incamminano lungo il carrugio con lo stessa andatura stanca anche se tra loro ci sono almeno trenta anni di passi.

Salgono lungo il sentiero stretto che corre a mezza costa tra ginestre e agavi. E’ poco frequentato, perché non porta da nessuna parte: si avvia verso la spiaggia senza raggiungerla mai, ché una roccia a strapiombo, improvvisamente, impedisce di continuare il cammino verso il mare.

“L’hai trovata laggiù, vero?”

“Sì, era là, cullata dalla risacca. Si notava perché una scia lunghissima l’accompagnava fino a riva”.

“Una scia…?”

“Erano papaveri; petali stropicciati, bagnati, accartocciati… erano mille papaveri rossi che galleggiavano intorno a lei”.

“Mille volte mi sono chiesto perché l’abbia fatto… lei non sapeva niente di me; mi mettevo a rischio pur di farle avere notizie da Genova, come fossi studente regolare; lei non poteva avere sospetto a quel tempo”.

“Alle madri non serve avere sospetto. Le madri sanno”.

“Lei non poteva sapere, nessuno sapeva: era l’inizio del ‘76 ero in clandestinità da tre mesi, e nessuno sapeva”.

“In ogni segreto c’è sempre un nessuno di troppo. Dovresti averlo imparato, nella tua guerra di tutti questi anni”.

I miei occhi abituati al neon della cella non reggono la luce del mare, il colore dei papaveri, il corpo di mia madre cullato dalla risacca. Un groppo in gola; nelle orecchie continua a martellarmi la parola “guerra”.

Per tanto tempo la parola è stata “lotta”. Era un’idea potente: sembrava un sogno da fare tutti insieme… non è forse questa la rivoluzione, sognare tutti insieme? Lo aveva sentito dire Jonny, lo aveva creduto; poi si era svegliato di soprassalto, e non aveva dormito più.

Giovanni, notoriamente duro d’orecchio, aveva ascoltato in silenzio quei pensieri, continuando a non capire, come 30 anni fa. Ma ormai e troppo tardi, è ora di raggiungere Margherita in cima alla salita del camposanto.

Da sotto, le tombe sembrano navi bianche pronte a salpare. Guardano ogni sera il sole che si butta in mare. Margherita è un po’ riparata, per fortuna, ché a lei il vento carico di salmastro ha sempre dato fastidio, e ora le tocca beccarsi anche il libeccio, quando tira forte.

Jonny si guarda intorno. Solo morti, e tutti sembrano morti suoi. Lo sguardo di Giovanni è muto; e non è solo colpa della cataratta.

“E’ stata colpa mia”.

“No… tu avrai altre responsabilità, ma questa non te la pigliare; lei voleva tornare indietro, a quando si combatteva per la libertà. Non si rassegnava all’ingiustizia: lei era una combattente”.

Improvvisamente sembra non ci siano più ricordi, né passi da fare insieme; Giovanni non ha più voglia di parlare.

Non racconta la storia delle armi che lui e Walter avevano nascosto dopo la liberazione nella galleria ferroviaria in ingresso a Lentisco. Non racconta che la linea, dismessa a favore di un doppio binario più a monte, negli anni ‘70 è stata bonificata. Non rivela che le armi non sono state mai ritrovate; non dice che Margherita non si è più data pace, da allora.

Jonny ha attraversato proprio quel tunnel illuminato dai colori del mare solo tre ore prima e solo ora ricorda come era prima: buio umido e puzzolente. Proprio come la cassa nascosta dietro la parete di sassi e muschio, marcia e pesante di ferri vecchi. Non chiede dettagli; potrebbe venire a sapere che sua madre si è lasciata cadere da punta piatta proprio un mese dopo l’inizio della bonifica di quella maledetta galleria.

“Tuo padre, tua madre ed io avevamo nelle vene lo stesso sangue, era il nostro patto. Nessuno lo sapeva tranne noi… ma come ti ho già detto, ogni segreto ha un nessuno di troppo”.

Il fischio di un intercity, da lontano, si mangia le ultime parole di Giovanni. Sui poggi lungo il sentiero del cimitero nessun papavero; solo sterpaglie bruciate dal vento.

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Sira ha votato il racconto

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Paolo Basso ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Racconto di gran classe, scritto benissimo. Crea partecipazione. Davvero ammirato.Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Difficile non provare emozione in questo tuffo in un passato doloroso, che ha segnato più di una generazione, dalle due parti della barricata. Filo comune l'affiorare ed il sedimentare dei ricordi, le ombre e le luci della vita che si confondono, a restituire comune appartenenza e memorie condivise. Grande lirismo descrittivo.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Avendo in mente i tuoi racconti delle feste dell'Unità di un tempo ormai perduto, e della dolce nostalgia di quelle sere, mi sarei aspettato un sequel. Invece la storia si apre su un passato doloroso, su una vicenda personale che ha per sfondo gli eventi che hanno segnato gli anni '70. Positivamente sorpreso dalla svolta che hai impresso, in cui comunque confermi il tuo apprezzatissimo stile. Piaciute le citazione di De André Segnala il commento

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Giorgia Nicolini ha votato il racconto

Esordiente

"Caffè per tenere i nervi saldi di giorno, per stare pronto a scappare di notte; caffè per sopportare la paura. Caffè per non soffrire il freddo in cella, sotto la luce gelida dei neon 24 ore al giorno per tener sveglio l’orrore, dicevano loro, di là dalle sbarre." Stupendo. Brava!Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Da genovese ti dico che De André, probabilmente, avrebbe apprezzato, parecchio. Peraltro, papaveri a parte, ho notato parecchi richiami ai contenuti di Faber. Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Letto due volte perché questo è un racconto che merita di restare ben impresso. Il contorno storico-politico e l’aspetto umano conferiscono alla storia un’amalgama ricca di sfumature, bella anche l’immagine dei papaveri rossi. Riconfermi l’ottima scrittura.Segnala il commento

Photo

Andrea S. ha votato il racconto

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Jacopo C. ha votato il racconto

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Bello, piaciuto molto.Segnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Un gioco sottile sulla percezione. Tra memoria, corpo e visione.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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La parte storica forse non è molto chiara a chi non ha vissuto quel periodo e qualche dettaglio in più sarebbe stato utile, ma non ho nulla da dire su come scrivi... Anzi, sì, meravigliosamente!!! C'è tutto in questo racconto: la spensieratezza della gioventù, il diventare adulti con la fine degli ideali e la delusione, i rimpianti, e un'atmosfera funebre ma poetica. Su tutto due immagini bellissime: la scia di papaveri e "la stessa andatura stanca anche se tra loro ci sono almeno trenta anni di passi". Stupendo. Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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BelloSegnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Lettura colta e piacevole. Sinceri complimenti!Segnala il commento

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Andrea Bertorelle ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

Esordiente
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StefaniaSR ha votato il racconto

Esordiente

Trovo che sia ben raccontato lo spaesamento di chi sopravvive ai propri ideali. Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

Echi della "Guerra di Piero" e dei mille papaveri rossi. Hai un'ottima scrittura e il tuo "ogni segreto ha un nessuno di troppo" è fantasticoSegnala il commento

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nadelwrites ha votato il racconto

Esordiente
Editor
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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Il mito della lotta. Da quella partigiana alla lotta armata degli anni 70. narrazione maschia, virile, secca, che evoca la prosa fenogliana de "Il partigiano Johnny" ---- E il fantasma delle armi nascoste per il fatidico giorno dell'insurrezione. Il 1976 è anno chiave (io passavo dal Pci a Democrazia Proletaria) --- Il governo delle astensioni. Mi pare, l'uccisione del giudice Coco, l'ingrossarsi di Autonomia Operaia. Il fluire dentro Prima Linea di vari Po e Lc.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Filippo Hanemann ha votato il racconto

Esordiente
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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello e scritto davvero beneSegnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello. Non conosco l'episodio a cui ti riferisci, ma forse non è neppure reale. Non ha importanza: in fondo, la delusione dopo quegli anni di lotta è stata uguale per tutti e ovunque, credo. Qui c'è in più quell'essere figlio - e anche queste sono conseguenze dell'amore. Sarà un caso, ma ho apprezzato il riferimento a Genova, proprio oggi.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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di Roberta Spagnoli

Scrittore