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Avventura

Josè Guerrillo Pedroso Mendoza

Pubblicato il 18/01/2018

In carcere, è difficile scappare da chi ti insegue. Soprattutto in Sud America.

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Josè Guerrillo Pedroso Mendoza corre, corre solo, corre e basta. Il fiato lurido dei suoi inseguitori si mescola alle loro urla rabbiose. Sono tre, sono enormi, sono armati. Puzzano di fritto, di ascelle e carne marcia. Sangue di macello e fetore rancido scorrono ai bordi delle strade, gonfiano la terra rossa. Josè Mendoza si butta nella via principale, urta un vecchio che spinge una carriola, si avvita su se stesso e vede i suoi inseguitori: ora sono cinque, ai tre si sono aggiunti il guercio e il Muñoz. Agitano i bastoni, il guercio impugna un machete. Gente si accalca all’ingresso del mercato coperto, Mendoza strappa verso destra, si lancia e striscia tra gambe ruvide bruciate marchiate, gattona e si perde dentro la ressa. Uno cade e impreca, uno gli sferra un calcio nelle reni. Il dolore lo acceca per un secondo. Non si ferma, apre gli occhi: è dentro, si alza sulle gambe e si getta nelle scale. Dal piano superiore cerca i suoi inseguitori: forse li ha seminati. E invece eccoli: a bastonate si aprono un varco tra i carcerati. È rissa: bastoni, testate, ginocchia, unghie, pugni, morsi. Il machete del guercio brilla per un secondo sopra le teste rasate, poi scompare di colpo. Un urlo disumano buca la folla: in mezzo c’è il colombiano, piegato, imbrattato. Si tiene il braccio destro, monco di fresco. La sua mano si dimena in una pozza di sangue, anguilla agonizzante. Un conato di vomito assale Josè Mendoza che osserva dall’alto: il guercio e gli altri stanno arrivando e lui è in trappola. Si guarda attorno disperato, il sangue pulsa nelle tempie. Il mercato al piano di sopra è affollato, nessuno ha dato peso alle urla del colombiano, è solo l’ennesima rissa a Palmasola. Tra poco il Muñoz, il guercio e gli altri lo raggiungeranno e lui non può nascondersi. Intercetta lo sguardo dell’intarsiatore di legno: lo sta fissando. Lancia un cenno alla finestra aperta. La finestra: l’unica via di fuga. Esita, trema, corre e guarda: Palmasola è immensa, una società maestosa che ha il crimine marchiato addosso. Un salto di cinque metri lo separa dalla terra. Josè Mendoza alza gli occhi al cielo e li stringe nel segno della croce. Si lancia, atterra e rotola: un dolore sordo lo pervade all’altezza della spalla. Si rialza e tenendosi il braccio si trascina fino ai gradini della chiesa. Il predicatore evangelico, dentro per stupro seriale, sta invocando il regno di Dio. Josè Mendoza sente qualcosa di caldo e viscido sotto la mano che stringe il braccio ferito, un rigagnolo di sangue arriva al gomito: gocce dense a terra. Tutto rimbomba attorno a lui. A un tratto, la voce rabbiosa del guercio lo riporta alla realtà e scappa. Corre disperato, inciampa nell’ora di pranzo per strada, abbatte una griglia di carne rovente nascosta nel fumo, disperde cuore di manzo e pezzi di maiale arrostiti. Si fa largo tra i tavolini in plastica e sfocia nello stadio: deserto, sabbia, vuoto. Gli spalti si riempiono di curiosi: il Muñoz, il guercio e gli altri stanno arrivando. Lo stadio è l’arena, loro i gladiatori.

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di Claudi

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