Josh esce di casa e non sa di essere tornato bambino.

Entra in un locale e chiede un aperitivo. Il barista rifiuta di servirlo: dubita che, così piccolo, lui abbia un documento con sé.

Esce dal bar e telefona a Sheila. Che inizia a riempirlo di vocine dolci e gli fa i complimenti perchè le ha telefonato tutto da solo. Serata sfumata: ha l’impressione di essere stato scambiato per suo nipote Aaron.

In centro ci sono degli specchi, due deformanti e uno normale. Si guarda in quello normale, ma non si rivede. E’ invisibile?

No, non lo è. E non c'è un bambino tra lui e lo specchio. Quel bambino è lui.

Rimane fermo davanti ad una vetrina senza guardarla, per riflettere. La vetrina di un negozio di giocattoli. Ha scelto lui di fermarsi lì o è un caso?

Dopo qualche secondo, per una trovata del titolare del negozio, cade neve finta su chi guarda la vetrina. Ora è un bambino con i capelli imbiancati. Di bene in meglio.

Ripercorre con la mente cosa ha mangiato, bevuto quel giorno, con chi si è incontrato, chi ha toccato. Una malattia, una follia?

Eppure non è angosciato: il suo self check personale, il controllo che scatta non appena sente un dolorino, lui ipocondriaco, allarmista, salutista… Beh, quel controllo prima dell’avviamento dice: tutto ok.

Per forza, si sorprende a pronunciare a voce alta: se sei matto non lo sai.

“Come hai detto scusa?”, dice una signora corpulenta accanto a lui. Ha tre pacchetti natalizi in un sacchetto che sta dentro un altro sacchetto; quello con la marca più prestigiosa si vede all’esterno, il secondo della spesa sta dentro al primo. Probabilmente quello della farmacia sarà dentro quello della spesa.

“Dov’è la tua mamma?”, gli chiede.

“Fa un weekend in montagna, signora. Ci conosciamo?”

La signora aggrotta la fronte e gli blocca un braccio con una mano.

“Rimani qui con me: ora la cerchiamo. Non devi camminare per strada da solo”.

Si divincola e poi riscopre una cosa bellissima: da bambini si corre velocissimi. Si guarda le gambe estasiato. Non sembrano neanche sue. Fa duecento metri con l’aria che gli fischia nelle orecchie, lontano dalla signora i cui urli si sentono sempre più lontani, poi cambia lato della strada per sicurezza. No, la signora non corre. Troppo profumata per farlo.

Arriva in piazza e c’è Babbo Natale. Si ferma a guardarlo e non capisce perchè. Si avvicina facendosi largo tra la folla e non lo faceva da decenni. Era la folla a chiedergli permesso, ma ora vede solo sederi e cappotti. “Fate passare i bambini”; gli si apre un corridoio.

“Ecco qui un nuovo piccolo amico”, dice al microfono Babbo Natale. Gli fa segno di avvicinarsi. Non ci pensa neanche. O forse solo un po’. Più che altro per quei dolci nel cestino. Tanto Sheila non lo vede. E poi mica è Babbo Natale davvero. Quello vero arriva dopo. E poi si può raccontare sghignazzando al prossimo addio al celibato e poi… si ritrova sulle ginocchia di quell’uomo. Come diavolo fa a reggere il peso? Gli sta raccontando una favola, ma Josh non la sta ascoltando. Sta guardando dentro, non fuori. C’è qualcosa che non quadra. Vede la bocca parlare, la barba muoversi, e poi lui stesso muove la bocca e dice qualcosa e quel qualcosa finisce con la parola “elicottero”.

“Scrivi la tua letterina e imbucala qui, vedrai che ti arriverà. Prendi un dolcetto”.

Mentre mastica allontanandosi, nessuno lo insegue per riportarlo dalla mamma; sono tutti occupati ad ascoltare la musica.

Meglio parlare con qualcuno, meglio parlare con Sheila. Proverà a fare la voce grossa.

Ma ha fatto il numero di sua mamma.

Squillo. Risposta. ”Ciao, mamma”. Nessuno parla.

Si sentono dei singhiozzi però.

“Non è possibile… Josh… La tua voce...”

“Sono io.”

“Sì lo so, ma…”

Riattacca e si siede sul marciapiede. Sa come tornare dalla mamma. Era già tornato a piedi una volta, quando c’era tanta neve e nessuna macchina si spostava dal garage. Solo che erano ventidue anni fa, quando lui aveva quella voce da bambino, la stessa che ha adesso.

Si sente in forma, con energie da vendere, lucido come un’auto nuova. Sparita ogni traccia di operazione al ginocchio e di ricordi e rimpianti scomodi. Un altro bambino si siede accanto a lui. Ha le mani sporche ed è convinto che sia raffreddato. Gli batte il cinque.

“Come ti chiami?”.

“Io Josh”.

“Io Stan. Vediamo se la fontana qui dietro è ghiacciata?”

“OK. Prima prendiamo due pietre per spezzare il ghiaccio e fare le spade.”

Con le pietre in mano gli suona il telefono. Sheila. Lo lascia squillare. Troppo grande e noiosa per lui, e non vuole mollare le pietre, troppo preziose.

Solo per un attimo, un ultimo attimo, chiede a se stesso come sta. Per un ultimo attimo si rende conto di cosa sta succedendo, e si domanda cosa fare. Forse chiedere aiuto, andare da un dottore.

Guarda le pietre tonde che ha in mano, e conclude che non è matto. E che va benissimo così. Ricomincia a correre verso la fontana ghiacciata.

“Josh, cos’hai chiesto per regalo?” urla Stan.

“Un elicottero!”, risponde lui. E ride. Perché quello che conta, in fondo, è che mancano cinque giorni a Natale.