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Narrativa

Kabuli Short Story

Pubblicato il 02/05/2020

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36 Voti

Il sole a picco oltrepassa il ponte di Pul-e-Sukhta e si proietta sul viso di chi ancora dorme alla base del pilastro.

Ahmad apre un occhio.

Lo richiude poco dopo, aprendo l’altro, e solleva la mano a schermarsi dalla luce. Stropiccia le palpebre che fanno fatica a restare aperte e scostando da sé il corpo che lo ha scaldato durante la gelida notte prova a tirarsi su. I piccoli cumuli di neve poco più in là sono la sua meta, da raggiungere per raccoglierne una manciata e strofinarla sul viso.

- Alla buon’ora! - dice Rahaman avvicinandolo. - Finalmente una faccia amica. Tieni, due tiri per iniziare bene la giornata.

Prende la pipa che l’amico gli porge e aspira una due tre volte.

- Piano fratello, - fa Rahaman rimettendo mano alla sua pipa. - Fortuna che ieri siamo riusciti a incontrare Gul per fare un po’ di scorta, così oggi ce ne possiamo stare seduti davanti alla moschea a racimolare i soldi per la cena.

Ahmad abbozza un cenno di assenso mettendo una mano sulla spalla dell’amico, poi ne approfitta per darsi una spinta, oltrepassarlo di poco e svuotarsi la vescica.

- Mi raccomando Ahmad, falla tutta! - dice l’altro allontanandosi con una risata.



- Ehi Alì sveglia, è ora d’alzarsi, - butta lì Ahmad gettandosi sulle spalle una lacera coperta.

- Su forza, dobbiamo andare, - insiste, ma senza ottenere risposta.

Si china a recuperare da terra il suo frusto pakol e si accuccia su Alì.

- Dai bello, in piedi, - dice mentre prova a svegliarlo scuotendolo con la mano. - Sveglia!

- Allora, - dice Rahaman alle sue spalle. - Siamo pronti?

- Quasi, - risponde Ahmad. - Se solo Alì si svegliasse. Su Alì, ci sono Rahaman e Kuchi, guarda.

- È inutile che continui a scuotere quel cane, - fa Rahaman. - Non vedi che è morto? Sei così fatto da non accorgertene. Anche Kuchi che è fatta quanto noi se n’è accorta, non la senti come guaisce?

Le parole del suo socio sembrano ridestare Ahmad una seconda volta.

- Amico mio hai una bella rogna da risolvere prima che venga la notte e con essa il gelo.

Quest’ultime parole lo svegliano definitivamente.

- Già, - riconosce Ahmad. - Se non mi trovo un cane entro stanotte rischio di morire congelato.

- Non fare quella faccia da funerale che non sei ancora morto! Kabul è piena di randagi! Ti aiuto io a recuperarne uno. Su con la vita Ahmad! Facciamoci una bella fumata alla memoria di questo piccolo bastardo che ci ha lasciati e poi partiamo alla ricerca.

- E dove?

- Tranquillo, - fa Rahaman con la pipa tra i denti. - So io dove andare.

- A proposito, - riprende lui dopo una tirata. - È meglio che lei resti qui… passami quella.

Ahmad porge la parte superiore di una mezza bottiglia di plastica all’amico che la serra sul muso di Kuchi. Dopo aver fatto un bel tiro dalla pipa Rahaman ne soffia dentro il fumo, una due tre volte.



- Non se ne parla nemmeno! - risponde secco Islamuddin.

- Ma che ti costa darci uno di quei bastardi che devi sopprimere, - insiste Rahaman.

- Potrebbe costarmi il posto se il mio capo lo venisse a sapere. Già non mi sopporta, ci manca solo che gli offra un pretesto come questo per farmi fuori.

- Il tuo capo non lo verrà mai a sapere, fidati, sappiamo tenere la bocca chiusa.

- Forse voi sì, ma con la fame che c’è in giro è pieno di gente che darebbe una gamba per essere al mio posto, e ti ricordo Rahaman che tua sorella e il buon Dio mi hanno dato quattro figli da sfamare. Io non lo corro il rischio di farli morire di fame per fare un favore a due tossici come voi.

- Sei proprio un figlio d’un cane! Tieniti caro il tuo lavoro dimmerda, i figli e quella puttana di mia sorella, - sbraita Rahaman trascinando con sé Ahmad.

- E tu dovresti tenerti più cara la vita e smetterla con l’eroina, - pispiglia Islamuddin ritornando verso il furgone mezzo pieno di cani che latrano.

- Che volevano quei due? - gli chiede il collega che era rimasto al posto di guida.

- Niente che ti riguardi, solo quel tossico di mio cognato che è venuto a scroccarmi qualche soldo.

- Per farsi?

- Già.

- E tu glieli hai dati?

- In passato l’ho pure fatto, ma ora basta. Ho quattro figli da sfamare e devo pensare a loro, non a quel tossico.

- Da quando sono arrivati gli americani, tossici e cani hanno invaso Kabul. Prima o poi qualcuno dovrebbe autorizzarci a sopprimere anche loro.

- Già, - dice Islamuddin mentre il collega mette in moto e avvia il furgone.



- E ora che si fa?

- Allora sei sveglio! - risponde duro Rahaman. - Credevo che stessi dormendo in piedi visto che non ti sei degnato di dire una parola. Nemmeno c’hai provato a convincere quello stronzo di mio cognato. Al posto tuo mi sarei gettato ai suoi piedi e lo avrei supplicato.

- Con le suppliche ho smesso da tempo.

- Sì, dall’ultima elemosina che hai chiesto, - commenta a denti stretti Rahaman. - Ma dico io, almeno potevi spergiurare che avremmo tenuto la bocca chiusa quando ho cercato di rassicurarlo che non lo avrebbe saputo nessuno, invece niente, te ne sei stato lì impalato, nemmeno un cenno del capo a dire “Credici Islamuddin, saremo muti come pesci”.

- Non avrebbe fatto differenza. Quell’uomo ha troppa paura di perdere il lavoro.

- Forse hai ragione anche tu, ma almeno provarci?

- Bah...

- E bah, - ribatte piccato Rahaman. – Lo sai che ora ci toccherà spingerci fino in periferia?

- Adesso!

- Certo che dobbiamo muoverci adesso se ci tieni a svegliarti domattina, - replica sarcastico. - Eppoi non voglio trovarmi ancora lì dopo il tramonto.



Le strade infangate dall’ultima nevicata trattengono i logori calzari di Ahmad e Rahaman come una distesa di mani ossute che dal sottosuolo tenta disperatamente d’appigliarsi a due scarti di vita pur di riemergere dalla morte.

- Da quant’è che ci sei dentro?

La Morte è stata per decenni l’indiscussa padrona dell’Afghanistan.

- Da quando fui concepito in un campo di papaveri.

I bombardamenti degli americani e dei loro alleati hanno causato tante di quelle vittime che non si sa più dove seppellirle.

- Tu perché hai iniziato a farti?

Per scongiurare un allarme sanitario è stato deciso di depositare i corpi ai margini della città.

- Non so. È successo, conta solo questo ormai.

Lunghe file di cadaveri accatastati danno il benvenuto a chi entra a Kabul.

- E tu, lo sai perché hai cominciato?

Dopo il tramonto i miasmi delle carni in decomposizione attirano dalle alture circostanti branchi di cani selvatici. A questi si aggiungono i cani di città che una volta avevano un padrone.

- Credo per fame.

La fame li fa incontrare lì, a competere per un osso da spolpare o a sottomettersi al più forte per lo stesso motivo, andando così ad accrescere il branco.

- Ehi, guarda quello, potrebbe andar bene.

Da dietro un angolo poco più avanti è sbucato un cane di taglia media, talmente magro e così affamato che nemmeno si è accorto di loro.

- Tira fuori quel pezzo di carne secca che ho rubato a quello storpio di Khalil, - ordina Rahaman sbrogliando la fune che ha portato con sé dalla partenza.

Tentano di attirarne l’attenzione con un paio di fischi e qualche “qui bello”. Il cane si ferma e volge la testa verso di loro, immobili nel crepuscolo.

- Avviciniamoci. Senza spaventarlo. Intesi?

Sembra che li aspetti, docile e fiducioso, poi d’un tratto decide che è bene non fidarsi e riprende la sua strada.

- C’eravamo quasi, seguiamolo.

- Dai cerchiamone un altro.

- È tardi, mal che vada sarà lui a portarci da un altro.

Non ci sono lampioni che si accendono e gli occhi si adattano al calar della luce; fino a un certo punto anche quelli degli uomini, poi d’improvviso il buio nasconde ogni cosa.

- Dov’è finito?

- Credo si sia fermato, poco più avanti.

- Su prendiamo quel bastardo e andiamo via.

Poco dopo un guaito e lo scalpiccio frenetico di zampe che corrono nel fango rompono il silenzio. Ahmad sente qualcosa sfiorargli le gambe oltrepassandolo in corsa.

- Era lui? Ci è scappato? – chiede Rahaman appena prima che un rumore sommesso e continuo catturi la sua attenzione.

- Non lo so, forse, però…

- Shh… lo senti anche tu?

- Cos’è?

La risposta arriva dopo che un brivido ancestrale ha percorso la schiena di Rahaman.

- Sono ossa che vengono frantumate, andiamo via!

I due ritornano sui loro passi con rumorosa rapidità, attirando un’attenzione che era meglio non suscitare. Alle loro spalle un ringhiare feroce cresce d’intensità con l’affannarsi del respiro in corsa, poi i latrati danno il via alla caccia.

La strada infangata trattiene la loro corsa come una distesa di mani ossute che dal sottosuolo cerca di tirarli a sé. Il fiato si fa sempre più corto. Il cuore pompa sangue e paura. Una scintilla di disperazione avvampa nell’animo di Ahmad quando il suo polpaccio viene azzannato dal più veloce del branco. L’urlo che segue fa arrestare Rahaman, che lo chiama nell’oscurità.

- AHMAD DOVE SEI?!

- SONO QUI!

Ma il branco l’ha già raggiunto e gli si avventa addosso sbattendolo a terra.

Scalcia nell’oscurità che riempie i suoi occhi sbarrati e si dibatte rabbiosamente per la propria vita.

- RAHAMAN!

Invoca l’aiuto dell’amico mentre decine di zanne sbrandellano le gambe e dilaniano le braccia con le quali prova a proteggersi il volto.

- AIUTAMI TI PREGO!

Sente il ventre squarciarsi e le viscere che vengono strappate via. Col furore dell’agonia tenta di trattenerle in sé girandosi pancia a terra e offrendo così il collo al morso letale.

- ECCOMI! - urla Rahaman quando il corpo dell’amico coperto dal branco viene illuminato dai fari di un veicolo sbucato all’angolo della strada.

- AIUTO! AIUTATECI! - si sbraccia ripetutamente, correndo verso Ahamad e incontro al veicolo che avanza con un rombare di ferraglia che allontana il branco.

- Ahmad, sono qui, - dice inginocchiandosi in una pozza di sangue.

- Alzati, andiamo via, - continua scuotendolo un po’.

- È inutile. Non vedi che è morto? – sente dire dal furgone che si è fermato accanto.

- È così fatto da non accorgersene, - commenta qualcuno con una ghignata.

Rahaman alza lo sguardo e lo vede.

- Fratello mio, è il Cielo che ti manda!

Islamuddin lo sta fissando negli occhi. La bocca serrata sembra aprirsi in un sorriso che potrebbe rassicurare.

- E se a mandarmi fosse l’Inferno...

I due colpi battuti sul cruscotto risuonano come un’astiosa condanna; poi il rombante sferrazzare del furgone sfuma nel buio lasciandosi dietro un grido rabbioso a lacerare la notte.

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RobertoM ha votato il racconto

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Mauro Scremin ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Biodegradavide ha votato il racconto

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Enrico R. ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

È la prima volta che leggo un tuo brano. Caspita se hai stile! Non so dove sia finito il mio stomaco, mi sembrava di vederli quei cani, di sentire il rumore di ossa masticate e il "grido rabbioso a lacerare la notte." Leggerò anche gli altri, c'è molto da imparare da teSegnala il commento

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Matilde di Folco Portinari ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Non so se me lo sono immaginato solo io o semplicemente gli altri lo considerano fin troppo scontato per scriverlo, ma io ho sentito un forte parallelismo tra i cani randagi e i tossici protagonisti, tant'è che all'inizio richiede un attimo, capire che quando si parla del corpo che lo ha scaldato la notte non si tratta di una persona. Nel complesso mi è piaciuto molto, anche se avrei curato un po' di più la punteggiatura. Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Maurizio Melzi ha votato il racconto

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Massimo Tosatto ha votato il racconto

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Usi due volte l'immagine delle mani ossute, la seconda perde forza. Ma l'insieme mi piace, parli di reietti della terra in un linguaggio secco, crudo. Mi sfugge la motivazione del cane, forse per scaldare, giusto?Segnala il commento

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Mauro Bertoli ha votato il racconto

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Fiorenzo ha votato il racconto

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mi è piaciuta la capacità di descrivere in modo realistico un mondo lontano.Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Elisabeth La valle ha votato il racconto

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Crudo e dolente.Segnala il commento

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Anonimo Piacentino ha votato il racconto

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"come una distesa di mani ossute che dal sottosuolo tenta disperatamente d’appigliarsi a due scarti di vita pur di riemergere dalla morte" Crudo e poetico. Molto bello tutto il racconto con ottimo finale.Segnala il commento

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Gabry1978 ha votato il racconto

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Davide ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Su tutto colpisce l’amicizia che lega i due personaggi. Buoni i dialoghi e l’ambientazione, descrizioni curate. Unico neo, per me, qualche lungaggine qui e là.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Scrittura asciutta, grande rabbia tra le righe. Un mondo privo di speranza e lacrime che dissangua nel fango. Segnala il commento

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Lysimachos ha votato il racconto

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Graziano ha votato il racconto

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Major Tom ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Ottima tensione narrativa, alta drammaticità. Dialoghi perfetti e intensiSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Di atrocità in atrocità, l'ho letto senza respirare. Tanto evocativo che sembra di vedere un film. Bello e terribile.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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AmbrA ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Mi piace la "distesa di mani ossute" che emerge lentamente come la situazione Segnala il commento

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di Ti Maddog

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