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Noir

L'Albero Rosso di Mondrian all'Imbrunire (Kafka non È sulla Spiaggia). Ariminum Circus, S 4, E 5

Pubblicato il 28/01/2021

Ariminum Circus in versione multimediale è qui: https://www.wattpad.com/story/246636837-ariminum-circus Indice completo dell'opera: shorturl.at/kxyV1

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Nei momenti (ormai piuttosto scarsi) di lucidità, il Roc amava dedicarsi allo studio dei romanzi polizieschi. Si era convinto di essere divenuto un’autorità nella risoluzione di casi criminali. Guai a non riconoscerne le capacità investigative, maturate in giorni, settimane, mesi interi spesi a enumerare, catalogare e analizzare il bizzarro bestiario prodotto da quella letteratura dozzinale, comprendente fra l’altro:

le indagini autoreferenziali di Edipo,

i trucchi funerei di Daniele,

i dubbi superflui di Amleto,

i filosofemi improbabili di Zadig,

i crimini intricati di Jonathan Wild,

le cialtronesche memorie di Vidocq,

i misteri grotteschi di Dupin,

i lugubri omicidi di Émile Gabouriau,

le pietre lunari di Wilkie Collins,

i castigati delitti di Dostoevskij,

gli pseudo-sillogismi di Sherlock Holmes,

i boriosi preti di Chesterton,

i noiosi rompicapo di Poirot,

i ripetitivi meccanismi logici di Edgar Wallace,

i cazzotti incassati instancabilmente da Marlowe,

i terrori infantili di Maigret,

la giurisprudenza positronica della U.S. Robotics,

le sedentarie abbuffate di Nero Wolfe,

i Martini agitati, le donne aliene e i supercattivi di James Bond,

gli impossibili poliziotti di Flann O’Brien,

le rivelazioni epifaniche di Martin Heidegger,

i pensieri di Pippo,

i detective selvaggi di Bolaño

e le ancor più insignificanti avventure dei loro innumerevoli epigoni.

Il Roc aveva messo a punto una propria tassonomia per ordinare questa magmatica materia. Era basata sulla convinzione che i libri, e soprattutto i romanzi gialli, non esauriscono mai in se stessi i loro significati, come se fossero autosufficienti monadi verbali, ma ne generano di nuovi e imprevisti attraverso il loro accostamento.

Distingueva dunque gli Scrittori di detective story in due grandi categorie: gli idealisti e i realisti. Considerava “idealisti” gli Autori che descrivevano universi finzionali ipertrofici e grotteschi, oppure tragici, o fantastici, o deliranti. In questa scuola, o tendenza, fra gli ariminensi collocava Autori come King o Gadda. Quel Pasticciaccio di via Rubicone 42 era per lui il rappresentante tipico di un romanzo giallo dove la verosimiglianza lasciava subito il posto all’allegoria e poi al mito e infine alla cibernetica. Sempre idealisti, anche se un po’ diversi dai primi, erano per il Roc quelli che si lasciavano invece andare all’elencazione onnivora e agli spostamenti dei protagonisti lungo le linee di storie un po’ traballanti, quasi fumettistiche o da serie tv: come nel caso del felliniano Ariminum Circus.

Agli idealisti contrapponeva i “realisti”, creatori di storie basate su fatti veri, raccontati spesso in prima persona, che però ben presto risultano essere del tutto immaginari. Anche il giallo realista aveva tante declinazioni diverse: tutto il filone che dalla Teogonia di Esiodo passa per il Don Chisciotte arrivando ad American Psyco, ma ancor prima all’Antologia nera di Spoon River e ai Racconti dello zio Tibia, secondo lo studioso era stato sfruttato da Scrittori che, in modi diversi, potevano essere collocati in questa direttrice.

Comunque fosse, il Roc trascorreva le notti insonni addentrandosi – e percorrendoli infinite volte – nei risibili labirinti fatti d’inconsistenti enigmi che tenevano occupati i suoi eroi, quasi volesse ricavare da quelle storie insulse un superiore senso metafisico; quando nemmeno Kafka riuscirebbe, se pure resuscitasse apposta, a cavare qualcosa da quegli intrighi banali e da quei personaggi primitivi, pensò il JubJub. Ricordò la litigata  con il Capitano al laboratorio: non condivideva le sue idee fasciste, ma sulla questione specifica non aveva tutti i torti. Non c’è dubbio, concluse: ha ragione chi afferma che la letteratura non è una virtù, ma un vizio.


Il Roc si era sprofondato tanto in quella roba, adatta, per usare le parole del Capitano “solo a gente stanca o malata”, che si era convinto di essere un formidabile investigatore delle cose umane e divine. Il JubJub, dunque, non si stupì troppo del fatto che l’amico si riscosse dal lungo torpore riprendendo a parlare del caso del robottino trovato morto nella fontana, come se il dialogo che avevano avuto il giorno precedente leggendo il giornale non si fosse mai interrotto.

«Non è stato un suicidio. È stato ammazzato. Se ripensiamo ai dettagli dell’altra sera sono certo che scopriremo il colpevole, quasi certamente uno di quelli che è passato dalla Fortezza Bastiani proprio quando eravamo lì. Ha compiuto il crimine sotto i nostri occhi, in pratica».

Quando parte per la tangente con deduzioni e controdeduzioni diventa insopportabile, pensava il JubJub (con scarso senso autocritico, bisogna ammettere). Elabora storie liquide, discontinue, dal tempo reversibile: vicende diverse si moltiplicano, si frantumano, si accavallano, s’intersecano, si confondono l’una con l’altra per sciogliersi in una combinazione inaspettata ma del tutto coerente; almeno in apparenza. Ha poi la capacità di arricchirle con mille trovate, colpi di scena, particolari agghiaccianti che non finiscono di stupirmi.

E, a un bel momento, di annoiarmi. I fatti non sono mai quello che appaiono: però non si può pensare di scardinare la cassaforte che ne custodisce la Verità e il senso ultimo con il mero grimaldello dell’eloquenza, la semplice fiamma ossidrica della retorica, il rigido software della sofistica, il plastico sconvolgente dell’invenzione immaginifica. Anche quelle fantasie sull’omicidio del robottino: tutte sciocchezze. Il Roc avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui fatti di cronaca nera che si susseguivano a un ritmo sempre più inquietante.

Come il caso della piccola dodicenne affetta da autismo, risucchiata dai boschi e dalle grotte carsiche dell’Elephant Cliff, durante una gita organizzata dalla Forap (Fondazione romagnola assistenza psicodisabili) due anni prima. Si era messa a correre mentre giocava con l’educatrice di riferimento, salvo non tornare indietro e scollinare lungo il sentiero. Fino a scomparire nel giro di poche decine di metri. L’avevano cercata ovunque, centinaia di tecnici e volontari, fin dentro le grotte, anche un paio di mesi dopo la sparizione, dopo la segnalazione di un residente. Ma niente. Nessuna traccia della "Bambina A", come era stata definita dall'Ispettore Perecco della Securité ariminense, cui era stata affidata l'indagine, dopo che molti altri casi di bambini rapiti erano stati denunciati e non risolti. Fino alle ultime ore. Secondo l’edizione straordinaria dell’Ariminum Post di quella mattina, un cacciatore aveva chiamato i carabinieri: «Ho trovato qualcosa, venite». Nei boschi, piuttosto visibile a terra, un piccolo cranio, compatibile per dimensioni con il cranio di un bambino. Nessun altro frammento osseo nella zona era stato recuperato durante il sopralluogo che ne era seguito da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia si trattava probabilmente della piccola. Non era quella una storia degna dell’attenzione del Roc? Ma lui sembrava perso dietro altri pensieri.

«Guarda quell’albero che langue,

colorato come il sangue,

nato da talee di tasso rosse

colte con la Luna in eclisse»

buttò lì il JubJub, per ricondurre la conversazione alla realtà del mondo circostante.

«Somiglia a una di quelle macchie d’inchiostro dei test di Rorschach ». Il Roc pronunciò correttamente le parole, benché avesse toccato il fondo della bottiglia di vodka allo zafferano che aveva in mano e che gettò sul mucchio delle altre.

«Mi sembra un uomo anziano,

nodoso e umiliato,

respinto in una topaia,

cacciato come un marziano,

pronto per essere bruciato

nell’inferno della sua vecchiaia».

«Strano: è come se fosse vivo, ma in punto di morte».

«Un coinvolgimento con gli esseri viventi

è un coinvolgimento con la morte.

Abbraccia, nei suoi molteplici elementi,

la natura, nel mondo e nell’arte:

vivere e sognare,

rispondere e interrogare,

bianco e nero,

bugiardo e sincero,

antichità e neoluddismo,

modernità e tecnoentusiasmo…».

«Chandler e Conan Doyle, P.K. Dick e Isaac Asimov…».

«Segui il mito:

è l’interconnessione

di tutto il concepito».

«Ben detto, fratello, ben detto» farfugliò il Roc.

E si addormentò, mentre il JubJub gli rivelava le origini leggendarie di Ariminum.


«Addio, e grazie per tutto quel pesce!» salutò una voce squillante, strappando il Roc dal dormiveglia.

Non sembrava esserci nessuno, tranne i due amici. L'uccello s’impegnò a fondo per riuscire ad alzare le palpebre, tramutate da una spiritosa fattucchiera di passaggio in pesanti saracinesche di ghisa. Intravide sparuti residui dei raggi solari, avvinghiati senza speranza all’estrema ora del pomeriggio, assumere la tinta rosso-giallastra del siero sgorgante da una ferita infetta; sopraffatti dalle avanguardie dell’oscurità notturna, sprigionavano un lucore irreale, che metteva in dubbio la solidità di quanto, nel pacifico fulgore diurno, appare resistente e robusto.

Nell’alto dei cieli, nere squadre di minuscoli squali-elefante disposti in triangoli perfetti si fondevano con la deformità della tenebra proveniente dal lontano Oriente; altre speculari figure trilaterali e bianchissime, simili a nugoli di pipistrelli, fuggivano a Ovest, insieme ai miseri avanzi del vespro.

Attraverso la luce filante una trama reticolare d’etereo réfe, le seriche schiere corvine, eleganti orli della notte, e gli stormi di sfilacciata ovatta, lembi stracciati del giorno, vestivano di un ingannevole velo indiano uno spazio bidimensionale, privo d’inabissamenti o apogei.

Anche nella porzione del basso mondo sublunare intorno a lui la sabbia, le conchiglie e i ciottoli levigati dal battito delle onde risultavano immersi in un’atmosfera cangiante tale da connotarli con il marchio dell’ambiguità ontologica.

Nel diffuso chiarore, la realtà materiale aveva la stessa consistenza di un’immagine riflessa sulle acque mutevoli del mare, dapprima appena increspate, poi agitate e sconvolte da un cristallo incantato lanciato da una mano invisibile.

La realtà stava tornando a essere irreale. Dormiva, sognava o era sveglio? Era stato un incubo o aveva assistito al crimine, come se fosse collegato in streaming mentale al luogo del delitto?


«Ho fatto un sogno» raccontò il Roc al JubJub più tardi. «Entravo nel mio stesso cervello. Ero insieme al Maestro e ai protagonisti del film Viaggio allucinante, miniaturizzati da uno scienziato tale e quale a Jay. Mi facevo strada fra irrorazioni nervose che si trasformavano, mi spiegava il Maestro, nella sequenza ritmica del Melo in fiore di Mondrian. Mi spingevo più avanti e rimanevo inviluppato in un gruppo di cellule tumorali che si confondeva con l’alternanza di pietre colorate che dialogano con i buchi del Concetto spaziale di Lucio Fontana. Per via della tinta dell’actina che lo scienziato aveva distribuito su quella neoplasia, le metastasi si coloravano di giallo e verde, con un effetto uguale a quello della scia di bombe sopra lo squarcio dove avanzano gli elefanti deformi e dalle lunghe zampe di Idillio atomico e uranico melanconico di Salvador Dalí.

Terrorizzato, fuggivo verso l’ippocampo, confondendomi fra la folla: i circuiti con cui in questa area il cervello costruisce la memoria erano stracolmi di spettatori che assistevano all’Incendio del Palazzo dei Lord e dei Comuni di William Turner, quasi fossero sulle rive del Tamigi. Mi fermai anch’io a guardare. Percepivo positivamente le forme quando erano modulate in tonalità calde, con ribrezzo se erano rese con quelle fredde. Quest’ultimo prese il soppravvento. Vomitai una bile gialla. Una quantità enorme, in cui affondai.

Lottai per non affogare. Alla fine tornai a galla. Mi ritrovai dentro un guardaroba, un mobile a ripiani, chiuso a chiave, contenenti oggetti di vario genere. Li scrutavo nell’oscurità senza riuscire a distinguere l’uno dall’altro: ma comunicavano una sensazione orrenda, che mi soverchiava. Guardai all’esterno attraverso il buco della serratura. E vidi quell’Essere fare cose indicibili».

«Dicono» rispose il JubJub «che quando la Sera, per tamponare il Cielo sanguinoso del Crepuscolo, comincia a estrarre le prime bende dal kit di pronto soccorso, un Essere livido e ghignante con le protesi trascina a dormire i bambini in una cabina mobile azzurra lungo la spiaggia, se si sente irritabile.

La Luna fugge tra le sbarre di una finestrella, su una nave distante che veleggia oltre l’orizzonte, spaventata dal telefono che squilla e squilla e squilla, facendo vibrare la cornetta-aragosta tanto da portarla in ebollizione.

Quell’Essere, raccontano, apre il grande armadio giallo.

Poi

prepara le punte del trapano,

affila l’ascia,


appende gli uncini,

toglie la ruggine alla motosega,

sistema le mazze-fenicottero,

predispone una scatola vuota di sardine per il suo nuovo uso,

riempie una tanica di benzina,

cantando una ninna nanna ariminense, una cura per il loro cuore raggelato:

On candy stripe legs the Spiderman comes

Softly through the shadow of the evening sun

Stealing past the windows of the blissfully dead

Looking for the victim shivering in bed

Searching out fear in the gathering gloom and

Suddenly

A movement in the corner of the room

And there is nothing I can do

When I realize with fright

That the Spiderman is having me for dinner tonight!».

Il JubJub voleva così stimolare il Roc, per cercare di tenerlo sveglio. Sapeva che il Maestro aveva sviluppato una teoria sulla neuropsicologia del sogno applicata alla criminologia, attraverso l’uso della tomografia computerizzata: un'elaborazione degli studi classici di Carroll, Dick, Darko e Spielberg. Aveva analizzato le immagini create durante la fase rem da persone addormentate che, contrariamente a quanto avviene di norma, per sognare non disattivano la corteccia visiva primaria. Era come se in sogno questi soggetti “vedessero” azioni criminali che sarebbero state compiute nelle ore successive. Che il Roc avesse in qualche modo gettato uno sguardo su un delitto in procinto di avvenire…? Era il genere di ipotesi che poteva ridestare l’attenzione dell’amico.

Ma la ninna nanna fu una pessima idea. Il Roc era caduto di nuovo addormentato.

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Ogni volta mi sembri più bravo. Non può essere.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Helenas ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Episodio onirico e lucido di una lucidità chimica. Le numerose citazioni qui forse servono a occupare spazio e trovare il tempo giusto per dirci cos'è successo sulla spiaggia. Particolarmente gradite mi sono quel relative alla Guida galattica e all'amatissimo Turner.Segnala il commento

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StefanoS ha votato il racconto

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Hai un enciclopedia, un romanzo, un gesto letterario impressionante e godibilissimo. Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Tante indagini e pista aperte dalla narrazione. Letteraria, criminologica, onirica.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Enrico R. ha votato il racconto

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Isabella Ross ha votato il racconto

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Amid Solo ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

Esordiente

Kafka resta sempre il mio preferito, anche emotivamente (un poeta nella prosa), grazie per averlo introdotto nel tuo immaginarioSegnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Io ti porterei al cinema: tu leggi e io chiudo gli occhi... wow!!! :-)))Segnala il commento

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Cinzia m. ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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di Federico D. Fellini

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