Ernest alzò il muso verso il viale, mentre la luna piena usciva da una nube. Le auto sfrecciavano a tutta velocità, e il vento squassava a folate le chiome dei cipressi, rischiarate da una luce bluastra. Annusò quel forte odore di smog. Lo respirava sempre da quando il suo amico lo aveva portato a vivere in strada. Guido si chiamava, lo aveva capito quando le persone venivano a trovarli a casa. Ora però erano rimasti soli.

Soli, con nessuno al mondo che tenesse a loro.

Si girò verso di lui, scodinzolando. Berretto rattoppato di stoffa, maglia scucita, jeans mezzo strappati. Guido gli drappeggiò la coperta, proteggendolo da quelle forti raffiche di vento.

Ernest appoggiò il muso sulla sua gamba, Guido iniziò a carezzargli la testa. Dai suoi occhi marrone scuro traspariva la consueta dolcezza, il solito amore incondizionato. Un affetto sincero, genuino e soprattutto… reciproco.

Ernest lo aveva sempre intuito, senza capire bene cosa dicesse. Aveva un’aurea davvero buona, Guido, un’aurea unica in mezzo a quella accozzaglia di essere umani che camminavano per il marciapiede. Astio, rabbia, nervosismo, rimorso. Ernest percepiva tutto, era un linguaggio che lui riusciva a tradurre anche più di Guido.

Ernest si leccò una zampa, guardò il viso di Guido. Mugolò. Aveva un aspetto oltremodo trasandato, due cerchi scuri intorno agli occhi che non promettevano bene. Appoggiò così entrambe le zampe sulla gamba di Guido, per infondergli forza, fiducia. Il periodo brutto passerà presto, troverai di nuovo la tua strada. Gli umani sanno essere egoisti, ma alcuni di loro hanno il cuore buono, altruista. Come il tuo.

Guido gli sorrise, come avesse intuito le sue intenzioni. Si mise di fianco su quello stretto materasso. Ernest si sistemò accanto a lui, sotto la coperta. Lo sentiva respirare a fondo, percepiva il suo calore famigliare entrargli nel corpo.

Arrivò mattina. Una lama di luce riscaldò il muso di Ernest. Ma aveva addosso un’inusuale sensazione di freddo. È vero, non era di certo il periodo più caldo dell’anno, però qualcosa non gli tornava. Uscì veloce dalla coperta. Osservò il viso di Guido, mugolando. Era cereo. Aveva gli occhi spalancati. Ernest gli leccò la fronte, voleva reagisse. Gli toccò con il naso inumidito le guance, poi il collo. Adagiò il muso su una mano, era fredda come il ghiaccio.

Mise le zampe sulle spalle di Guido. Non voleva muoversi? Com’era possibile?

La tristezza poi lo avvolse. Capì. Capì che era volato via.

Si mise seduto sulla strada, gli occhi rivolti ai passanti. Non sapeva bene come comportarsi. Abbaiò. Una signora bionda con due bambini per mano si girò sorridendo, ma non si accorse di nulla. Un ragazzo con gli auricolari non riuscì a sentirlo, proseguì dritto per la sua strada. Una donna con tre sporte di spesa non lo degnò di uno sguardo. Aveva un’aria rabbiosa, palesata tutta da una ceffa disegnata sul volto.

Nessuno sembrava badare a lui. Passò infine un basso signore in giacca e cravatta, emanava un’energia molto positiva. Ernest si avvicinò a lui, scodinzolando. L’uomo fece correre lo sguardo tra Ernest e Guido più volte. Si mise la mano sulla bocca, poi fece un paio di chiamate.

Da lì a poco arrivò un mezzo bianco a sirene spiegate. Ernest lo aveva visto più volte da quando erano in strada, ma non aveva capito a cosa servisse. Due uomini scesero a passo affrettato, senza degnare Ernest di uno sguardo. Posero Guido su una barella, con freddezza.

Poco dopo arrivò un veicolo tutto nero. Ne scese un uomo barbuto, trascurato, ma dall’aurea positiva. Accarezzò Ernest, gli mise collare e guinzaglio.

«Non ti preoccupare, ti porto in un posto tranquillo.»

Ernest leccò la mano al suo nuovo custode. Ma sentiva che le ragioni della sua bontà erano dovute a qualcosa. Non aveva quell’aria genuina, spontanea di Guido. Lo mise sul vano carico del veicolo. Ernest si sentiva soffocare, e quella rete di demarcazione con il posto di guida lo rese inerme.

Mise le zampe sul finestrino, abbaiando. I due uomini coprirono Guido con un lenzuolo, e il mezzo bianco partì. Ernest aveva il cuore affranto: portavano via per sempre il suo Guido. Quel Guido che si era sempre preso cura di lui, con cui aveva condiviso tutto: passeggiate, corse in mezzo al parco, giochi con la palla. Rispetto.

L’unico che lo aveva trattato sempre bene.

L’unico che lo aveva saputo davvero amare.

Ernest si distese in un cantuccio. Pose il muso sulle zampe, mentre una tristezza infinita cavalcava il cuore.