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Narrativa

L'amore è un sistema binario

Pubblicato il 24/07/2018

Una partenza e un treno che non viene preso.

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Eravamo alla stazione Termini: tu già nel vagone del tuo treno per Torino, in partenza alle prime luci dell'alba, ed io tre gradini più in giù, sulla banchina. Entrambi reduci da una notte in bianco, ma per ragioni opposte.

Tu eri ancora elettrizzata per aver accolto la passione di un corpo il cui nome sarebbe sbiadito col passare dei chilometri su quel treno. L'euforia tua mi prendeva a schiaffi, ogni tua frase sembrava concludersi con un punto esclamativo che mi si andava a stampare sulla fronte ed io cercavo di abbozzare dei sorrisi, ma erano pallidi spicchi di luna calante.

Io ero solo scarico e divorato dalla febbre della passione, per me era stata una notte di pellegrinaggi: da casa mia al pub, poi sotto casa di tua sorella e infine alla stazione con un unico bagaglio con la scritta fragile, pieno d'emozione. Lì avrei dovuto semplicemente aprire quella valigia, ma il tuo racconto mi è franato addosso seppellendomi. Così, nell'affanno, cercando di riemergere da quelle tue confidenze indesiderate, ho commesso l'errore più stupido inciampando nel clichè delle mezze frasi che al massimo alludono ma non rivelano nulla.

“Ti devo dire una cosa ma è meglio se ne parliamo quando torni”

La tua vorace curiosità non sono proprio riuscito a saziarla. Mi sono girato e me ne sono andato via a passi svelti, non volevo che l'ultima immagine che mi sarebbe rimasta negli occhi fosse il tuo treno che partiva.

Stavo andando verso la macchina, l'avevo parcheggiata in via Giolitti, la testa bassa al punto che il mio sguardo incrociava solo cicche e cartacce lungo il marciapiede e poi un piccione che deve essersi sentito minacciato dal mio incedere ed è volato via portando con sé i miei occhi, quasi lacrimanti per la stanchezza, verso l'alto, nel cielo sfumato dal colore tenue della luce del sole neonato di un nuovo giorno che per me era solo l'appendice di una notte infinita. Così mi sono detto: cosa c'è di più bello di accompagnare questo sole ad inondare le bellezze di Roma?

Ho girato le spalle alla mia macchina e ho iniziato a camminare. Il sonno era passato, anche se ero cosciente che prima o poi avrei dovuto spegnermi, ma non ora, quello era il tempo di lenire, passo dopo passo, quella ubriacatura analcolica di passione trattenuta e vigliaccamente inespressa.

La mia prima meta è stata Santa Maria Maggiore e già prima di arrivare pensavo: va bè uno sguardo alla facciata, un sorso alla fontana, magari entro e poi torno indietro e me ne vado a casa. Una volta lì però ho attraversato via Cavour e, senza pensarci, sono sceso verso il Rione Monti.

Un pomeriggio ci siamo incontrati lì. Credo fosse un sabato o una domenica perché qualche volta nei weekend venivi a Roma a trovare tua sorella. Per riuscire a vederci mi è sembrato di dover diventare procuratore in una trattativa, non è che tu volessi fare la preziosa, ma due giorni volano quando vuoi rivedere tante persone. Così alla fine eravamo riusciti a trovare un accordo per incastrare il nostro appuntamento prima di quello con tuo caro amico. Passeggiando per Monti ti ho fatto scoprire il mercatino vintage, che ero sicuro già conoscessi, e lì hai trovato pure una felpa nera col cappuccio che hai preso perché ti stava molto bene, anche se, hai ripetuto più volte che era un acquisto che non avresti dovuto fare. Il tempo che restava l'abbiamo trascorso con due fumanti tazze di cioccolata al bar Illy.

Maledette gambe mi avete riportato proprio qui davanti, io cercavo di ingannare il mio pensiero fisso facendo due passi in libertà, cercando d'ammirare la poesia di queste strade protette dalla quiete del mattino, e voi dispettose gambe mi portate ancora da lei. Come le gambe indipendenti contro la mia volontà sono tornate sui nostri passi, così pure la mia mano, una volta che tiene una penna tra le dita va a tracciare i segni che mi hai lasciato, tratteggia a poco a poco un quadro completo, seleziona le sequenze più salienti e le monta in un ordine che non ha nulla di cronologico. Un ordine che segue i picchi delle curve delle emozioni provate, o almeno che ha creduto di provare. Seguire la scia dei ricordi non è poi così affidabile: il tempo è una lente che può ingigantire quanto rimpicciolire gli eventi a seconda del verso in cui guardi. L'ho imparato rileggendo i miei vecchi diari: opinioni che non avrei mai pensato di avere, emozioni devastanti per persone dimenticate, nomi scomparsi come meteore. Però un diario è affidabile rispetto al tempo perché fissa i pensieri sul momento, trattiene le emozioni per quello che erano senza passare per il filtro del tempo, è pura cronaca libera dalle riflessioni a freddo, è magma che zampilla dalle proprie viscere e scorre senza diventare roccia solidificata.   

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Filacrio ha votato il racconto

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romanticamente disilluso e lucidamente vero, bellissimo.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Anche in assenza di una trama, belle queste considerazioni descritte magnificamente.Segnala il commento

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YleBiancini ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Mela Golden ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Ci stavi parlando di lei, la vostra storia...perché le considerazioni sul diario?Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Gianluca Zuccheri ha votato il racconto

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Un’idea di fondo che non arriva a compimento.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Gabriella Pilotti ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di baccaja

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