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Young Adult

L'Ante e il Retro

Pubblicato il 25/03/2020

Ariminum Circus. Stagione 2 "Where is Where" - Ogni giovedì, solo su Typee! Episodio 9.

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Le ragazze si erano spogliate. Avevano deposto sotto l'ombrellone i costosi paramenti quel giorno ispirati all'eleganza borghese di Jackie Kennedy (i pareo di Givenchy, i caftani di Cassini, i bikini di Chanel, gli accessori di Tiffany), in bizzarro contrasto con i neri tatuaggi da selvaggia di Daisy, ma anche con l'aristocratica biacca Asian Persuasion (un carbonato basico di piombo) che copriva il viso plastificato di Helen. Adesso, sdraiate al Sole della Spiaggia Iperurania, tentavano un’improbabile abbronzatura invernale dei loro corpi da bambole. 

La cui Bellezza levigata era evidente, ma senza profondità. Jay indugiava sul pube tondeggiante e rigoglioso di Daisy, per passare alla sottile linea depilata di Helen: una visione che provocava la medesima, effimera, eccitazione di quando le due si abbandonavano alle esagerazioni di Dolce e Gabbana. Un piacere immediato che svaniva presto nel Nulla. Sessualità e desiderio sfociavano nel banale e nell’inutile, nella loro stessa Assenza – come accadeva con le scintillanti esposizioni dei centri commerciali di Ariminum, che parevano celare il coito dietro una superficie di vetro. Una pornografia più bugiarda di quella visibile nei siti per adulti dallo schermo di un pc. La Verità è non-nascondimento, checché ne dica Earnest, pensò.


Ma… e se Daisy avesse ragione? Se lo svelamento del mondo aprisse una finestra sul vasto (molto vasto), ma inconsistente cortile del Vuoto universale, consentendo agli ariminensi solo di assistere, impotenti come paralitici su una sedia a rotelle, all'uccisione della presunta Realtà  – smembrata in pezzi stipati dentro a una valigia (leggera, molto leggera) e gettata nella discarica delle illusioni?

Nel dubbio, organizzò una call conference con gli amici disponibili online per chiedere delucidazioni. Oggetto: Vuoto. Essere o Nulla? Appurò che c’è sempre qualche cosa, sia pure infinitamente piccola, anche nei più minuscoli intersizi tra gli elementi della materia: per la Fisica Quantistica, aveva specificato il Maestro, il Vuoto è un equilibrio dinamico di particelle di materia e antimateria in perpetua trasformazione.

«Lo stesso accade in Matematica. Dopo la Teoria degli Insiemi di Cantor, si conoscono i numeri naturali, reali, razionali, irrazionali, interi, decimali e immaginari. Attraverso l’ipotesi del continuo si può affermare che il Vuoto non è il Nulla perché la vacuità è piena di numeri» aveva aggiunto il Piccolo Ed, che si era laureato ad Harvard in Logica Positronica.

E il vecchio buddista neoaristotelico della pineta aveva proclamato: «Per Zen Vuoto non è Assenza o privazione di Essere, non è Nulla, ma pausa, attesa che si farà attività, compimento di ciò che verrà. E come zero è un non-numero che forma altri numeri, così Vuoto è Potenza di Atto, promessa indistruttibile di Eterno Divenire».

«Il Vuoto è Pieno» aveva sintetizzato da par suo il Pescivendolo.


Ok, ma pieno di cosa? si domandò Jay, finito il collegamento. Non nell'infinitamente piccolo dei Quanti o nell'immensamente grande di Galassie e Buchi Neri. O in astrusi modelli matematici. O nel Nirvana. Qui, ad Ariminum, dove il Dove è Dove – Where is Where. Una città definita dai suoi luoghi caratteristici – la piazza della Stazione, il parco del Grand Hotel, il viottolo che conduce dal lungomare alla Fortezza Bastiani... Perché l'uomo è un animale politico. Quando battezza uno spazio urbano lo chiama alla vita, che è sempre un essere con, se non per, gli altri. Senza abitanti, che interagiscono con lei e fra di loro, ma anche nomi, che la articolano orientando le interazioni umane, la città aleggia nel Limbo dell'Essere. È una ghost town, uno spettro.


La città, concluse Jay, è un Vuoto in attesa di vivere attraverso le storie dei suoi abitanti. E quante se ne raccontavano ogni sera alla Fortezza Bastiani! La sua preferita: Tim adescato in treno da una sacerdotessa di misteri femministi. Seguendola, si era trovato in un congresso di donne che starnazzavano stereotipate formule antimaschio e inneggiavano a Mia Farrow. Disorientato, era scappato via.

Qui la narrazione, in sincrono con lo svuotamento della prima bottiglia di vodka, aveva iniziato a frammentarsi. Vagando per le strade, il Custode era giunto al Castello malatestiano. Aveva intravisto la sacerdotessa calarsi in una botola. Di nuovo nei panni del coniglio zoppo che insegue Alice, penetrò nei sotterranei e nei meandri dell'edificio. Arrancava sulle protesi, la perdeva in un corridoio, si fermava, ma quando sentiva il suo richiamo «Tim, Snaporaz, vieni da me, Snaporaz!» riprendeva ad annaspare nella semioscurità.

Con l'arrivo di un giro di assenzio offerto dal Pescivendolo, il resoconto si fece confuso. Si era imbattuto in un santone che vegetava collegato a teche digitali  colme di formosi ologrammi femminili. Quando Tim aveva provato a violentarne uno, il Castello si era trasformato in un Tribunale, presieduto dalla Regina Rossa: «Tagliategli la testa!» fu il verdetto. A quel punto il Custode era svenuto. Si era svegliato la mattina dopo nella cucina dell'Asilo, senza sapere come ci era arrivato.

Una storia vera, un'invenzione, un sogno? Del resto, quante volte, chiese Jay a se stesso, anche tu ti sei perso ad Ariminum, questa città onirica abitata da donne angelicate, pervertite, materne, virginali, amazzoni, mistiche,  gemelle, gigantesse – da donne cannone, donne donne, donne uomo, donne Vampiro? 


I tempi però stavano cambiando: le avventure metropolitane avevano sempre più luogo attraverso i computer. In una città diventata smart, il movimento che l’attraversava, animandola, somigliava al tango ballato dalla buonanima di C1P8 e dalla Tabaccaia – o da un quark top con la sua controparte di antimateria, un anti-quark top.

Analogia da intendersi in senso letterale, gli aveva spiegato il Piccolo Ed, in una chat privata al termine della call con gli altri. Il Maestro, la sera prima, aveva ipotizzato che la Tabaccaia potesse soffrire del morbo di Planck, detto "sindrome dello Stregatto" poiché determina, a causa di irregolarità imprevedibili nelle orbite degli elettroni dei globuli rossi, fenomeni di sparizione temporanea degli arti. Ed, incuriosito, quella mattina aveva indagato, mettendosi in modalità Blade Runner. Aveva scoperto che la donna gestiva le anormali oscillazioni submolecolari del sangue grazie a una complessa struttura di sensori innestati nel sistema nervoso centrale e connessi in Cloud con un database contenente milioni di dati relativi alla storia della danza. Poteva così creare coreografie impossibili per chiunque altro, levitando, facendo scomparire parti del corpo e persino modificandole a suo piacimento – proprio come il Bosone di Higgs può trasformarsi momentaneamente in altre particelle, per esempio quark top, bosoni W e Z e persino coppie di Bosoni di Higgs.

A loro volta, rammentò Jay, dopo la vittoria della Tabaccaia e dell'automa al Gran Prix tanghero dell'estate precedente, i programmatori del Max Planck (sempre lui!) Istitute, autori dei codici che consentivano al robot pulitore di muoversi con una grazia sconosciuta anche a Roberto Bolle, avevano dichiarato di essersi ispirati a quel passaggio del Tao della fisica in cui Fritjof Capra descrive l'esperienza vissuta seduto in riva alla Spiaggia Iperurania. "Ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me era parte di una danza cosmica. Vidi scendere dallo spazio cascate d’energia; vidi gli atomi di acqua, aria, terra e del mio corpo intrecciarsi in una sarabanda; percepii il ritmo, ne sentii la musica. E seppi che questa era la mazurka di Śiva, il dio rapper del liscio, il deejay della balera divina del mondo, la Casa Dei”.


Perso nelle sue divagazioni, Jay stava per addormentarsi. Prima di cedere al sonno, fece in tempo a realizzare che le due sorelle sembrava non sentissero freddo, nonostante la temperatura toccasse a malapena i dieci gradi. Lui invece aveva la pelle d’oca. Si strinse nella felpa e si accartocciò sul lettino. In uno stato di semi incoscienza, fece un sogno di cui in seguito ricordò un paio di frammenti.

Il primo era costituito da due figure che si parlavano, in controluce. Del loro dialogo, memorizzò un passaggio:

«Is it interesting to look at Ariminum through Windows, is not it Mr. Jobs?». 

Il questionante somigliava a un autoritratto di Marc Chagall esposto al Museo di Arte Moderna di Ariminum.

«It’s more fun with an iPhone, Mr. Gates». 

L’interlocutore era il sosia di Pablo Picasso.

I due divennero qualcos’altro. Jay seppe che erano la personificazione dell’Assenza e del Vuoto.

«Ti amo» mormorò l’Assenza.

«Ti amo» riecheggiò il Vuoto.

«Anche quando le montagne in fiamme precipiteranno nel mare, io e te ci saremo ancora».

«Certo. Siamo la coppia perfetta».

Per esserne sicuri, si fecero un selfie e lo condivisero su Facebook, stringendosi nell’Uniforme-Senza-Distacco del Web con la benedizione del Vescovo di Cloyne. 


Un'ora più tardi, Jay armeggiava con la macchina fotografica. Una macchina fotografica colossale quanto un monumento ai caduti.

Le ragazze erano distese ai suoi piedi: Jay voleva fare un primo piano della sorella di Daisy da pubblicare su Instagram. Ma non stava funzionando. Che gli fosse sfuggita una distinzione cruciale fra immortalare un paesaggio e fare un ritratto? No, ogni fotografia è un ritratto che riproduce una visione – di un paesaggio, di un individuo, di un oggetto. Esiste per un attimo; poi – un accidente qualsiasi può interromperne l’atto costitutivo: un saluto del Capitano, un verso del JubJub, un ringhio del Custode, un conato del Roc – non esiste più e nascerà un altro paesaggio, un altro individuo, un altro oggetto.

Il Maestro, tuttavia, riteneva che, di una persona, è possibile ricercare il "ritratto intimo”. Andavano eliminati gli stereotipi espressivi, convenzionali – per arrivare a qualcosa di più vero, più profondo, penetrando la superficie: «Se l’uomo vuole colpire deve colpire la maschera! Come può un prigioniero arrivare all’esterno se non trapassando il muro?». 

Il successo di una foto quindi dipende anche dalla resistenza di chi si fa fotografare. Compito del fotografo diventa prima di tutto mettere il soggetto a suo agio, indurlo a una forma di abbandono. Se si cerca di forzarlo, si ritrae. Per catturarne l’anima devi essere un genio della fotografia. Ovvero un amante eccezionale, nel senso dato alla parola dal più grande visionario di tutti i tempi, Platone (per cui “il desiderio e la ricerca del tutto sono chiamati amore”). Uno come Ron Galella, il fotografo dei Kennedy. Soprattutto di Jackie, pensò Jay. La chiamava Monna Lisa e le dedicò un libro di foto leggendarie dal titolo: Jackie My Obsession.


Connessi in rete con smartphone dotati di mille funzioni per la modifica dell'immagine (togliere gli occhi rossi, sbiancare i denti, migliorare la texture della pelle: come faceva Helen con il suo corpo reale, si disse Jay) e filtri dagli effetti stravaganti (mai quanto i tatuaggi di Daisy!), gli ariminensi si credevano tutti degli Steve McCurry; invece, benché la fotografia sia un linguaggio universale, c'erano molti analfabeti. Quanti sapevano che le diverse tipologie fotografiche – ritratto, paesaggio, documentazione – affondano le radici nella pittura di Vermeer, Rothko, Kandinskij, Mondrian? 

Jay sì: non era però in grado di tradurre in pratica questa consapevolezza. Nel momento in cui cercava di cogliere il sorriso enigmatico di Helen – lo stesso di Daisy – quello gli sfuggiva. Destino comune, per Calvino, agli “scattatori d’istantanee, cacciatori dell’inafferrabile”.


Provò quindi a seguire la via, opposta rispetto a quella indicata dal Maestro, segnalata ancora dall’autore delle Città Invisibili: puntare a riprodurre la maschera. Essendo un prodotto sociale contiene, secondo lo scrittore, più significati d’ogni altra immagine. 

Jay con la macchina inseguì la Verità nascosta sul viso truccato di Helen, simile a un Dupin alla ricerca di una lettera scomparsa su una scrivania; ma attraverso l’obiettivo ne vedeva solo una parte e solo il rovescio. Aveva la sensazione di essere colpito da una forma di agnosia: la malattia per cui anche se gli occhi vedono bene, il cervello non interpreta correttamente l’informazione ricevuta, poiché non riesce a collegare ciò che vede a ciò che ricorda.

Nel tentativo di riprendersi, allargò il campo visuale: fu peggio. Le due donne apparivano senza ombra, prive del legame alla terra che muta e dunque nell’assenza del tempo, in cui oscuro e aprico si confondevano, diventando intercambiabili come Rosencrantz e Guildenstern agli occhi di Claudio.

Jay non aveva mai avuto davanti agli occhi un’immagine così, in cui trapassavano gli uni negli altri, fusi in un unico destino segnato dalla perdita del disegno individuale, i visi delle due ragazze, le bottiglie di Coca Cola che tenevano in mano (una Light senza zucchero, per Daisy, una Zero per Helen), la coppia di asciugamani a terra – giallo quello della fashion vlogger, verde quello della copista, identici e in tinta con i cappelli di paglia che avevano in testa. 

Non poteva distaccarne lo sguardo, pur provando una sofferenza fisica nel sostenere quella perdita di ordine e significato, il non vedere più il mondo, né da dritto né da rovescio. Si saranno sentiti così gli americani guardando alla tv il filmato di Jackie con il cervello spappolato di John fra le mani, pensò. 

Earnest avrebbe detto che si trovava in pieno bokeh – termine derivato dall’ariminense boke che significa sia sfocatura sia confusione mentale: sensazione che lui stesso aveva provato davanti un'installazione realizzata da Pierre Menard al Grand Hotel. Una riproduzione del quadro di Magritte Questa non è una pipa intitolata Questa non è Questa non è una pipa


«È impossibile fotografare Helen» si arrese Jay. «Sfugge all’occhio della macchina fotografica come un simulacro».

«Vuoi fare una copia della mia gemella QUI?» reagì Daisy, fissandolo. E sentì che scrutava la linea d'ombra dentro di lui, dove convivevano la Chiarezza e l'Inesplicabile, la Luce e l’Oscurità.

L'Ante e il Retro.

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

Esordiente

Resto stupefatto e incantato per come assembli queste disconnessioni, oniriche, quantistiche, parentesi di vita reale. Un giorno o l'altro scrivo qualche verso ispirati a questi tuoi scritti. Tra quantistica , sogno è realtà di certo non se ne esce con facilità. Comunque ho apprezzato moltissimo. Complimenti! Aggiungo *** per la mia pur incongruente, umile lode!Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

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Ti aspetto come quando da bambino, anni 70, aspettavo SuperGulp...se non sbaglio proprio di giovedì. Dice il saggio... "non tladisci mai"Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Esordiente

“Gli scattatori d’istantanee, cacciatori dell’inafferrabile.” Ho apprezzato tutta la parte sulla fotografia, non so se ti sei documentato o se sei un esperto, ma ti faccio i miei complimenti. Gli episodi non escono in una sequenza ordinata ma solo a tratti riprendono le trame precedenti. Io ad esempio sarei curiosa di sapere chi ha ucciso l’automa pulitore. Aspetto il prossimo.:) Segnala il commento

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Pennina bianca ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

Esordiente

sempre troppo “ricco” per la mia soglia attentiva :-)Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
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carino, e se facessi un episodio ispirato stilisticamente a Città Invisibili? Magari con un personaggio in rilievo su tutti... così ricorda molto Lansdale :)Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Isa.M ha votato il racconto

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Ondina ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Nel ritmo vertiginoso e nelle mutazioni caleidoscopiche dei tuoi racconti, la digressione sui significati di vuoto / assenza è di particolare menzione Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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mifrari ha votato il racconto

Esordiente

10 e lode anche per meSegnala il commento

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Giulia_F ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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gdrogo92 ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Eccezionale, da 10 e lode. Gallerie barocche di modernità, sature di idee immagini oggetti concetti, ammassi di fenomeni che, come in un buddhismo aristotelico appunto, coincidono con la Vacuità. Giuro che se pubblichi il libro Ariminum Circus te lo compro.Segnala il commento

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Monica Pembrooke ha votato il racconto

Esordiente
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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Il vuoto e l'assenza si fanno un selfie...sei un genio! Mi inchino senza dubbi al tuo modo di espandere i miei pensieri. Grazie!!!Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Ogni volta ci travolgi con le tue suggestioni, questa volta mi hanno colpito la frase "La città, concluse Jay, è un Vuoto in attesa di vivere attraverso le storie dei suoi abitanti", bellissima, e il dio rapper del liscio, geniale! Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

Scrittore