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Narrativa

L’appuntamento

Pubblicato il 11/04/2019

L’appuntamento con il caffè dopo pranzo, quello con la lettura, quello con la terapia, quello con una vita che si è spenta e bisogna salutare per l’ultima volta... E poi la telefonata di Eva, cosa sarà quell’appuntamento che ci tiene a ricordare o, forse, vorrebbe dimenticare?

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Il televisore cantò la sigla del notiziario RAI, il caffè era finito: l’avevo bevuto velocemente, senza aggiungere latte, scottandomi le labbra.

Erano le 13:30, dunque. Stavo ancora piangendo.

Squillò il cellulare.

- Eva?

Ci eravamo salutate con due baci un’ora prima, al suono della campanella. Affannate, giù dai gradini, lei che parla sempre. Poi i suoi capelli lunghissimi. Si appiccicano sulle guance, mi saluta. Sanno di mandorla.

- Ricordati l’appuntamento.

Striai una lacrima sulla tempia.

- Sì.

Gloria aveva l’abitudine di chiamarmi dopo la scuola. Pareva avere sempre qualcosa da aggiungere. Ma questa cosa dell’appuntamento, non c’era bisogno di puntualizzarla.

Forse dirmelo era un suo modo per dimenticare.

Uscii in giardino. C’era vento, forte. I prati finivano nelle colline e le colline nel cielo. La forsizia era uno scoppio di giallo, che sa di dover esplodere a marzo inoltrato. Tutto aveva un contorno, perché il vento spiana le sbavature. C’erano gruppi di tetti color ruggine e le vetrate pulite di quelle case gialle - una nuova costruzione - con il loro parco, i garage, e le famiglie nate da poco. Il tocco delle campane rendeva tutto questo paese.

Portai il dorso delle mani sotto il naso, presi fiato: amo l’odore della pelle nelle giornate di vento.

- Mamma!

Stava con quei pantaloni grigi rivoltati al ginocchio, le gambe stese, la schiena appoggiata al muro di cemento. Si era legata una sciarpa sulla testa, l’aveva stretta male, le cadeva da un lato.

Mia madre leggeva tutti i giorni, tra le 13:00 e le 14:00. Le sue dita, aperte sulle pagine, si opponevano alle folate.

- Vieni qui! - Ma non si mosse. - Va bene, vengo io.

Mi avvicinai: pensai alla medicina da assumere a stomaco vuoto, lasciata sul bancone, in cucina. Non l’avrei rimproverata per questo.

- Devo uscire tra poco.

Non staccò gli occhi dal libro.

- Dove vai?

Il vento le schiaffò la sciarpa sul naso. La distolse bruscamente. Cercò di arrotolarla meglio, ma cadde ancora.

- Ho un appuntamento.

Si grattò un ginocchio, il sole la stava scottando.

Mentre tornavo verso casa vidi una macchina antracite con il bagagliaio aperto. Alcune anziane, le permanenti sulle spalle come cespugli, si muovevano verso la chiesa. Il parcheggio si colorava con le auto in arrivo, parevano tasselli di lego.

E se fosse tutto un gioco?

Mi venne freddo.

Passò in quel momento un’altra auto, i finestrini abbassati; riconobbi la voce della Vanoni, densa come confettura.

Poi il ragazzo alla guida intuì il contesto. E abbassò il volume.

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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E’ ‘Il non detto’ che fa la differenza, (in positivo,) secondo meSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Ily ha votato il racconto

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Valentina Digiuni ha votato il racconto

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A me piace molto il non detto, inveceSegnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Concordo: forse troppo non detto (anche se a me piace). Bello lo stile Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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C'è molto non detto ma mi ha lasciato un senso di sgomento per quello che si intuisce leggendo fra le righeSegnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

Esordiente

Troppo non detto...Segnala il commento

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di Emolo86

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