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Narrativa

L'assedio

Pubblicato il 24/03/2020

Un uomo, una città lontana, un vecchio amore.

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“Prima volta qui?

Mi uncino il nodo della cravatta con un dito e lo tiro giù; l’aria calda che entra dal finestrino appena aperto sa di polvere, plastica bruciata e spezie e mi stringe la gola. “Come?”

“Prima volta a Mumbai, sir?” mi chiede di nuovo il driver. Seduto sui sedili crema del taxi mi guarda dallo specchietto retrovisore.

“No, non direi.”

“Bentornato” mi dice in un inglese approssimativo e veloce. “ Ti piace la città allora? E’ grandissima, io penso la più grande del mondo! Ci trovi tutte le cucine dell’India! Ti posso portare al ristorante di amici, bravissimi! Cucina Punjabi, la migliore! Anche io vengo dal Punjab!”. Sul cruscotto è incollato un piccolo dio Ganesha colorato; proboscide e tutto, mi occhieggia corrucciato.

“Stiamo entrando a Mumbai, sir” annuncia il mio driver. L’autostrada viaggia su piloni di cemento, e sotto il suo livello la città preme: palazzine colorate e luride, baracche, strade di asfalto smangiato su cui procedono persone a piedi, motorini nervosi, enormi camion con le nappe e le guglie di legno gialle e blu che arrancano tra le auto, sembrano elefanti in mezzo alle antilopi; e su cose e persone uno strato di polvere rossa. La desolazione urbana si ripete senza fine apparente. Mi domando come riescano le persone a trovare casa senza perdersi; forse usano le cupole dei templi e i minareti delle moschee per orientarsi, sono le uniche sagome che spezzano il panorama.

La crosta di cemento e asfalto si apre su uno slargo vuoto, una donna alza una cesta piena di terra; se la poggia sulla testa, e nel muoversi guarda in alto e mi fulmina con uno suo sguardo serio: è un secondo e gli edifici la nascondono, ma sono più veloce io a distogliere lo sguardo.



Guardo il promemoria sul cellulare: c’è scritto “Gates of India” e un orario. Chiedo indicazioni a un negoziante, è appollaiato sul gradone di fronte a una bottega piccola che pare una scatola di scarpe: un budello stretto, con i neon che illuminano le piastrelle sbreccate e i tessuti appesi. Nella penombra vedo una cartolina di Shiva puntata con uno spillo alla parete. Mi fa segno annoiato di continuare dritto e torna a fumare. La camicia attaccata alla pelle sudata è una tortura, procedo sul marciapiede in mezzo a mucchi di terra rossa, macerie e spazzatura, e palazzi d’uffici nuovi tra palme sparute. Questa città, penso, sembra sempre un cantiere abbandonato. Sono degno di una seconda occhiata degli indiani che mi camminano incontro, se sono vestiti bene; quelli macilenti e arruffati mi guardano spiritati, e se sono in coppia si danno di gomito. Mi sento troppo bianco, alto ed esposto, sono a disagio e prendo a voltarmi ogni tanto a guardarmi alle spalle. Gli edifici si fanno meno radi e mi accerchiano, una quantità di negozietti vendono piccole cose misere: succhi di frutta, bustine di bruscoli da mangiucchiare, oggettini di plastica, cose così. Penso che le persone che si accalcano non valgono molto di più, e subito me ne vergogno. Una pescheria espone un acquario così lurido che a stento vedo che ci si muove qualcosa dentro: dei tentacoli che si contorcono, e penso che assomigliano alle strade di questa...

“Sir! Sir!”

Una bambina vestita di buchi e poco tessuto mi tira la giacca e mi sventola davanti un biglietto: ci riconosco sopra un pancione e la proboscide. Le faccio di no con la mano, lei mi segue implorando: “Sir, sir!”. Cammino più svelto ma so che non mi mollerà. Dopo qualche metro mi fermo e le allungo una banconota da dieci rupie prendendomi in cambio quella specie di santino con lo sguardo aggrottato. Lo guardo e mi domando cosa abbia da rimproverarmi.

Non cerco risposta, già la so.

La folla che mi schiaccia e le case polverose smettono di opprimermi: rimangono indietro, e lasciano spazio alla piazza. Dà direttamente sul mare, solo l’enorme arco di pietra grigia del Gate of India si frappone tra me e l’acqua, elegante. Respiro il salmastro, l’aria è appena umida e percepisco appena il fondo acre che ho nelle narici da quando sono arrivato.

E’ l’ora, e nel breve sollievo che mi viene dal mare si fa spazio una palla calda di tensione e nausea. A pochi metri dalla mole dell’arco due occhi mi guardano, e riconosco senza incertezze l’espressione di rimprovero della donna con la cesta. Ma non è lei: è una ragazza con jeans e sneakers, ha gli occhi contornati di kajal, caldi e corrucciati come quelli di Ganesha.

“Padma.”

Buongiorno.”

“Ah, ricordi ancora qualche parola in italiano.”

“Qualcosa più di qualche parola” risponde in inglese al mio inglese, e mi guarda senza sorridere. Andate via, penso. Vai via, donna con la cesta, vai via bambina, non ti ho dato dieci rupie, che ci fai ancora qui? anche tu Ganesha, con tutto il rispetto. Lasciatemi solo con lei, smettete di fissarmi.

Mi guardo intorno circospetto.

“ Cerchi qualcuno?”

Deglutisco.

“Lei non c’è” dice lei, e a quelle parole sento una vampa di sollievo salirmi dall’inguine, così forte da farmi arrossire e sudare.

“E tu?” le chiedo.

“Sto bene. Sono tornata al lavoro da qualche mese, sto dai miei. Non esco tanto, a volte vado a passeggiare al Five Gardens.”

Grazie a Dio c’è il mare da guardare. Padma mi sta di fianco appoggiata al parapetto di pietra, butto un’occhiata verso di lei e le trovo una compostezza che non ricordavo.

“Allora vai ancora a mangiare al Suyog.”

Forse ha tirato su, appena, l’angolo della bocca. Ma sospira e si gira spalle al mare, l’unico vuoto di una città che ti spinge fin dentro il cervello il rumore, l’odore: la gente e il suo dolore. Ed è un attimo a riempire il vuoto con i ricordi.

“No. Solo una volta. Lì ci sono....”

Ci siamo noi, finisco io la frase in silenzio.

“Ho provato a continuare come prima dopo che sei tornato in Italia. Ci ho provato, ma le cose erano cambiate, lo sai, e la vita premeva, premeva. E tu non c’eri. L’assenza... ek gherabandi he.”

Faccio di sì con la testa.

L’assenza è un assedio.



Padma è venuta con lo scooter al Taj hotel la sera successiva, di ritorno dal lavoro. Mi ha fatto chiamare dal concierge e mi ha aspettato giù nella hall. L’ho trovata dritta in piedi, a guardare seria il pavimento di marmo lucido e bianco; ma quando mi ha visto, si è aggiustata i capelli dietro un orecchio e mi ha quasi sorriso. Ci avviamo a piedi, lei con il casco in mano; quando provo a prenderglielo lo tira un po’, ma alla fine mi lascia fare. Passiamo per Madame Cama road, ma evitiamo la zona delle banche e i locali lì intorno, conosciuti e pericolosi di ricordi. Tiriamo dritto, facciamo giusto una deviazione per passare attraverso il parco e sotto la statua di Nehru. Vedo la sera sopra di noi farsi rosa e arancione di nuvole, che erano assenti fino a qualche giorno fa e ora si stringono nel cielo. Percepisco sulla pelle delle braccia l’umidità, e la vegetazione intorno vibrare nervosa, e i ragazzi che giocano a cricket guardare di tanto in tanto il cielo. Aspettano il monsone, e la salvezza che porta. Passiamo sull’erba rigogliosa e pettinata, e penso che i parchi indiani sono sempre una festa di pulizia e nitore, una tregua negli assalti della città ai suoi abitanti. Guardo Padma, e anche lei aspetta qualcosa.

Spuntiamo su lungomare di Marine Drive, dove una lunga fila di edifici fronteggia l’Oceano indiano e si arrende alla distesa di onde sterminata e marrone dei liquami di diciassette milioni di abitanti.

“Un po’ è bello rivederti”. Padma lo dice con gli occhi abbassati a terra.

“Solo un po’?”

“Solo un po’.” Mi guarda di sottecchi. “Non mi aspettavo che saresti venuto.”

“Eppure mi hai scritto, me l’hai chiesto. Quindi lo speravi.”

“Forse un po’.”

“Solo un po’?”

Ora Padma trattiene una risata, e mi guarda dritto in faccia. Le guardo le labbra piene e sento un calore liquido alla base dello stomaco; e se fossi più giovane, solo di poco, non mi renderei conto che è solo la carne che ricorda l’altra carne.

“Padma, quanto tempo è passato?”

“Tre anni tra un mese.”

“Sembra tanto di più. Mi sembra di essere invecchiato.”

“Non tanto. Hai qualche filo bianco” dice, e allunga una mano verso i miei capelli; ma si ferma a mezz’aria prima di toccarmi.

“Cosa hai pensato quando mi hai visto la prima volta?”

“Ah, dunque...” dice, e guarda in aria. “Mi ricordo Prashanth, il mio capo di allora alla ICICI Bank che ci dice che l’esperto europeo di risk assessment era arrivato e fa entrare me e il mio gruppo –lavoravo ancora alla divisione insurance – nella sala riunioni. E ti vedo lì seduto con la faccia seria e penso Dio come è bianco! Non ci potevo credere che c’erano davvero persone con la pelle così delicata. Ti si vedevano le vene sulle mani. E poi ti guardo le orecchie, non avevo mai visto delle orecchie con la punta rossa!” Le brillano gli occhi, mi guarda e ride.

“Ero teso!”

“E poi ti sei alzato in piedi e sembrava che dovessi arrivare fino al soffitto. Il più alto di noi ti arrivava appena al mento. Avevo davanti questa... questa specie di orso polare, grosso, bianco e con lo sguardo cattivo!”

“Non avevo lo sguardo cattivo...”

“Oh, sì invece. Nessuno ti voleva venire vicino per salutarti. E le ragazze più giovani si erano nascoste tutte dietro di me!”

“Davvero vi facevo tanta paura?”

“Anche di più! E poi, dopo il primo momento, le persone avevano paura di farti domande personali perché davi delle risposte sconcertanti!”

“Cercavo solo di rispondere!”

“Eri troppo sincero, noi indiani non ci siamo abituati!” scoppia a ridere.

“Tu le domande me le facevi. Volevi chiacchierare. Sembrava che non volessi smettere mai di chiacchierare. Una sera mi hai persino contattato su Skype per continuare a parlare.”

“Ero curiosa. Venivi da un posto così esotico.”

Rido e mi giro verso di lei, che mi sorride ma smette di raccontare. Penso a quello che viene dopo, credo anche lei. La ricordo nuda sotto di me, che mi chiede di dirle qualcosa in italiano all’orecchio.



Ho chiamato Padma per chiederle di vederci in hotel e l’ho aspettata al bar della hall. E’ arrivata con il casco in mano, e un vestito nero a fiori rossi che le lasciava le spalle scoperte, e la gonna leggera sulle zeppe di corda. Le mie dita ricordano quel vestito, e quanto era sottile il tessuto sulla vita: me le strofino sui pantaloni per mandare via il formicolìo.

Si siede vicino a me, ordino per due ma scuote la testa e si guarda intorno: non vuole che la vedano bere con un occidentale. Chiedo al barman di mandarci in camera un Bombay Sapphire e un Americano.

Padma si scalza i sandali all’ingresso, appena entrata; e quel gesto naturale e domestico ricorda quando era fatto di fretta e con l’urgenza negli occhi. Una sentire molle mi affonda nello sterno.

Rispondo alla scampanellata del cameriere e poggio il vassoio con i bicchieri sul tavolo. Padma fa aderire il suo calore alla mia schiena, mi giro e lascio che le dita seguano la strada conosciuta; e solo a ipocrisia di una volontà debole le chiedo se è sicura. Repira forte e fa sì con la testa. Mi lascia fare: ma mi stringe forte, mormora tra sé e io affondo la faccia nei cuscini per non sentire una volta di più quello che dice: yahin rukie, rimani qui.

Più tardi esco sul balcone dell’hotel, che non dà sul Gate of India e il mare ma verso l’interno. Oltre la città buia i fulmini del monsone alle porte; ma ancora lontani, senza tuono. L’hotel è protetto da un muro di cinta alto che tiene a distanza dall’edificio l’urto della città. Oltre la strada, vicino a un ficus enorme una vecchia seduta sul marciapiede cantilena muovendo su e giù le mani. Da qui le vedo la crocchia grigia. Su un cartone di fianco a lei dorme una bambina: nuda, tranne i campanelli alle caviglie. Un tizio grassoccio le supera, rallenta, si ferma. Torna indietro, si china sulla bambina. La cantilena si ferma. L’uomo la guarda e le fa segno con la mano: quattro. La vecchia dice qualcosa, agita la mano verso la bambina. L’uomo insiste: quattro dita. La voce della donna si stizzisce. L’uomo si alza e se ne va. Torno dentro e chiudo la finestra, e poi le tende: non voglio più vedere questa città i cui abitanti divorano sé stessi; non voglio più sentire il puzzo di scarto che viene da cose e dalle persone. Ansimo nel buio, e la pelle sudata ha i brividi.

“Dove sei andato?”

Padma si è ripresa dal sonno leggero ed è accosciata sul letto. La luce che viene da fuori le taglia la pelle del seno in una sfumatura blu. Non riesco a vederle la faccia, ma dal buio si tendono le sue braccia, pure blu.

“Vieni qui, stai qui.”



Se avessi più paura di Padma o che questa città inghiottisse anche me, io ora non lo so; ma sono scappato.

Guardo la pioggia grigia dalle vetrate, asserragliato nell'aeroporto. Immagino i bambini che giocano con i piedi nell’acqua rossastra, le donne che camminano con i sari zuppi e l’espressione seria ammainata, felici - per un momento, uno solo, ma felici, l’acqua che si abbatte violenta e pietosa su ogni cosa, che scaccia il caldo e scioglie il marcio.

Mi giustifico e mi condanno, l’oppressione che sento addosso mi fa alzare in piedi eppure non c’è nessuno a guardarmi: nemmeno gli dèi, e l’unico elefante che c’è è una enorme statua di bronzo nella hall. Respiro a fondo l’aria, che finalmente non sa di bruciato ma di fresco e deodorante allo zenzero, e del cumino e delle spezie degli shop di cibo con menu angloindiani.

Ma la pena mi avvinghia, mi aggiro per la hall e ne seguo la sciafino alla fonte: due occhi contornati di kajal oltre la vetrata. Padma, la t-shirt e i jeans fradici attaccati addosso, mi guarda. Ha una bambina in braccio, zuppa anche lei.

Le gambe non mi tengono in piedi e quasi mi accascio.

Padma digrigna i denti e fa uno sforzo per alzare le braccia sopra la testa, perché io veda meglio mia figlia. E io la guardo, piccola cosa che chiude gli occhi infastidita dall’acqua. Mi torco le mani, Ganesha abbi pietà di me: sono un vile, scappato per paura.

Si abbassa la bambina al petto e mi guarda trionfante e amara, e io mi piego in due quando un fiotto acido mi sale in gola. Trattengo gli spasmi, stringo gli occhi, mi rialzo.

Ha vinto lei. Loro non ci sono, non le vedrò mai più. E’ questo ora il mio assedio.

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ArcheoNik ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Quoto Graogman e mi accodo ai complimenti!Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Gran racconto Fiorenzo. E che lavoro! Complimenti!Segnala il commento

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Isa.M ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Gran bel racconto, riesci magistralmente a portare il lettore nella storia. Molto bene l’ambientazione e il personaggio di Padma . Finale shokSegnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Bel racconto. Ho apprezzato lo sforzo di mostrare una cultura differente attraverso il comportamento del personaggio femminile. Belle anche le istantanee di viaggio.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Davvero bello; raccontato con sapienza, delicatezza e profondità, accettando l'inquietudine che ti ha portato. Il tuo assedio...Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Ondina ha votato il racconto

Esordiente
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RoCarver ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Bellissimo!! L'ambientazione esotica, il rapporto conflittuale del protagonista con l'India, i suoi conflitti interiori, tutto descritto così bene! Mi sembrava di vederlo, bravo!!Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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ipa ha votato il racconto

Esordiente
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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Un affascinante racconto di viaggio vira in una storia intima e in un dramma interiore. Molto bello Segnala il commento

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di Fiorenzo

Scrittore
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