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Narrativa

L’Élaka

Pubblicato il 14/05/2019

Un branco di cani selvatici

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La sua naturale eleganza si scompose nell’attimo in cui lo vide e gli corse incontro, dopo la piccola festa di benvenuto entrambi cominciarono a trotterellare uno di fianco all’altro verso il resto del branco che era composto da dodici individui e il posto gerarchico che ognuno occupava era deducibile dal luogo nel quale si trovava.

I primi che Teni ed Erli, sorella e fratello, incontrarono mentre si stavano avvicinando utilizzando quell’andatura canina che è la più lenta e dunque, almeno in quella situazione, forse anche la più guardinga, furono i cinque cani selvatici che assieme alla coppia alpha si occupavano della protezione e del sostentamento della frotta.

Questi erano infatti gli appartenenti dell’Élaka: animali che si erano distinti, ognuno con meriti diversi, per servire il branco e la coppia leader.

Erano tutti seduti o sdraiati tranquillamente secondo le disponibilità del fisico di ognuno. Le qualità che ciascuno di questi possedeva erano quindi quelle della forza, dell’ubbidienza, del coraggio, della velocità e dell’ottimo fiuto. Ognuno di loro aveva queste caratteristiche, mescolate ed espresse, secondo stazza, temperamento e proprietà della razza dalla quale discendevano e della quale esprimevano i principali elementi. I cinque animali erano disposti a semicerchio; nel suo punto più esterno si trovava Tonfo; un enorme esemplare dove il sangue del mastino manifestava i suoi migliori attributi, i suoi progenitori discendevano dalle montagne dove erano impiegati per i lavori dell’uomo: un grosso testone, pelo lungo dal colore nero opaco nella maggior parte del corpo, marrone ai lati del muso, nella parte iniziale del collo sepolto sotto una spessa pelliccia, nelle sopracciglia e nella parte inferiore delle zampe. Un molossoide dalla muscolatura poderosa: arti lunghi e robusti contraddistinguevano il suo enorme fisico. La folta coda inarcandosi all’indietro toccava la schiena ed enormi pupille nere si trovavano al centro delle ipnotiche iridi gialle. Non era un cane rumoroso e, per quanto il suo fisico glielo avrebbe potuto permettere, nemmeno borioso; seguiva le poche e semplici regole che conosceva: quella del cibo e del calore, del territorio e della difesa. Queste sue caratteristiche fisiche e morali lo rendevano un avversario temibile ed Erli sapendolo, mentre si stava avvicinando, si guardò bene dall’osservarlo per più di qualche secondo. Alla sinistra di Tonfo, disposto lungo la linea invisibile che formava il semicerchio, si trovava Trebbio: un grosso cane lupo completamente nero, molto simile a Teni nella forma anche se più alto e massiccio e soprattutto molto meno delicato. Aveva il muso lungo e squadrato, le orecchie ampie e ben allungate. Possedeva la sicurezza e l’autorità dell’individuo vicino al capobranco, era capace di pianificare la caccia e non temeva gli avversari più grossi di lui. Alle sue spalle c’era un cane dal pelo corto anche se abbastanza lungo da arricciarsi nella parte laterale delle cosce, sotto la pancia e nel petto. Era di un colore bianco sporco punteggiato di arancione, aveva una grande macchia sul dorso che ricordava una sella, muso e orecchie cadenti di colore marrone. Il suo nome era Svelto, i nonni dei suoi genitori avevano probabilmente guidato le mute che gli uomini liberavano davanti a loro per la caccia, dei suoi avi aveva mantenuto le qualità più importanti vale a dire la forte spinta posteriore unita alla possibilità di mantenere a lungo un’andatura sostenuta, un ottimo fiuto e la fedeltà al capobranco. Era capace di percorrere e inoltrarsi in qualsiasi territorio, coraggioso e audace rappresentava l’esploratore del gruppo.

Alla destra di Tonfo, all’altezza di Svelto si trovava Rabel, un cane di media taglia con un particolare manto grigio metallo, mediamente lungo e spruzzato di nero con grosse macchie irregolari dello stesso colore. Orecchie erette, ampie e triangolari, un muso piuttosto affusolato e una macchia intorno all’occhio sinistro. Ciò che colpiva in questo animale erano gli incredibili occhi azzurri che sembravano i testimoni di un pacato quanto lucido equilibrio interiore. Rabel era un cane infaticabile così nel lavoro come nell’obbedienza al capobranco. Dietro di lui si trovava un individuo che aveva molto sangue lupino, del lupo aveva infatti la forma e i colori. Il suo manto era di varie tonalità di grigio con due lunghe strisce bianche ai lati della pancia e del muso, occhi color nocciola e un temperamento cauto e silenzioso. Si chiamava Kalìk e insieme a Svelto era il migliore nel seguire le piste e rintracciare i passaggi più adatti durante gli spostamenti.

Questa era dunque l’Élaka, il gruppo di cani disposto lungo la linea invisibile che fungeva da perimetro di protezione per il resto del branco. Erli avrebbe dovuto attraversare questo perimetro, ma a differenza di Teni che lo fece con naturalezza per raggiungere i suoi genitori, nonché la coppia alpha, si fermò a una decina di metri e sedette, in attesa.

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Caucasica ha votato il racconto

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Atmosfere londoniane, non vedo la trama ma confido che ci sia, prima o poi. Segnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Ste_roli ha votato il racconto

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di Mino Namatita

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