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Narrativa

L'idea di un amore

Pubblicato il 11/01/2019

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Quel giorno, come spesso accadeva, a Milano non era sorto il sole. Per tutta la nostra santa giornata ci eravamo trascinati tra l’oscurità e la pioggia battente fino a quella lunga e stretta sala dall’odore acre e dolciastro che si chiamava, per uno strano scherzo del destino, Enoteca del Sole. A due passi da Porta Romana, eravamo finalmente seduti l’uno di fronte all’altra, faccia a faccia.

Mentre le note di Coltrane si diffondevano nell’aria, il tintinnio delle unghie smaltate di nero sul tavolino di metallo, freddo come le sue mani, cominciava ad accompagnare ogni nostra parola.

– Domani mattina parto per Venezia, prendo il primo treno, quello delle sei. Ho un matrimonio. Non un semplice matrimonio. Si sposa la mia migliore amica e dovrò farle da testimone.

– Amo i matrimoni, – dico io – mi mettono di buon umore. Ed è sempre un immenso sollievo sapere di essere soltanto uno spettatore.

Giulia accennò un timido sorriso e annuì.

– A parte le mie stronzate, sarai felice di essere la testimone della tua amica?

– Sì, certo. Però sono sicura che andrà a finire con gli sposi che al Tender, lo stramaledetto locale dove andremo a festeggiare in nottata, ci inviteranno a salire su quel cazzo di palco per il karaoke.

Scura in volto, Giulia accompagnava queste parole ficcando con forza la cannuccia nel suo Gin tonic e tirandone, con sollievo, un lungo sorso.

– Io quest’idea di cantare non la capisco proprio – dissi io –. È vero, però, che con tutto l’alcol che avrete in corpo potrebbe venirne fuori qualcosa di divertente...

Giulia alzò lo sguardo e, puntandomi dritto negli occhi, disse: – Non credo proprio, se per tre anni hai dovuto far finta di cantare nel coro delle elementari. Quello stronzo. Diceva che non era vero che non sapevo cantare, ma poi mi costringeva a muovere soltanto le labbra e basta. Le altre a cantare e io a fare la marionetta. Cazzo, ci teneva al suo coro, e a quanto pare teneva pure al fatto che io ci fossi dentro. Ma non era per non escludermi. Altre mie compagne non ne facevano parte. Che storia di merda. Ero bambina e non facevo troppe domande. In realtà, continuo anche adesso a farne poche. Ma lasciamo perdere, è roba vecchia. Non voglio annoiarti con le mie storie di infanzia.

Giulia si alzò e andò in bagno. Durante la sua assenza, pensai che non ci conoscevamo da tanto noi due. Sarà stata la seconda o la terza volta che andavamo a bere qualcosa insieme. Al suo ritorno, si sedette esattamente nella stessa posizione di prima e cominciò ad accarezzarsi i capelli. Le tracce di ombretto blu sulle palpebre erano la testimonianza che Giulia, in bagno, aveva sentito il bisogno di rimettersi un po’ in sesto. Le piccole sbavature che riuscivo a intuire agli angoli dei suoi occhi, però, mi svelavano che le sue mani non erano ferme.

Sorseggiando lei un paio di Gin tonic e io un paio di terribili Merlot, passarono circa due ore in cui discutemmo di molte, forse troppe, cose. E più andavamo avanti, più sentivo nitida la sua tristezza e mi era chiaro quanto Giulia fosse dotata di una grazia distillata, purissima, quasi divina. Ma era come se fosse sempre a un passo dall’abisso. Dolore, ecco la parola giusta, semplice e nudo dolore. Un dolore che ti avvolgeva come il suo sguardo, e da cui ero irrimediabilmente attratto.

– Ti trovo affascinante, terribilmente affascinante – dissi –. Mi arrivi come un pugno nello stomaco. E ne vorrei subito un altro, per smettere di respirare e non avere più fiato.

– Sei davvero strano – mi disse, accennando un sorriso e facendo scivolare con cura le dita della sua mano destra sino a incontrare le mie –. Adesso andiamo però. Ho voglia di prendere un po’ d’aria.

Tenendomi per mano, Giulia mi trascinò fuori. Aveva finalmente smesso di piovere. Mentre vagavamo nei dintorni di Porta Romana, respiravo a pieni polmoni il profumo che emanava dalla sua pelle, dai suoi vestiti. Era quello di una giovane donna cresciuta in un ambiente raffinato, colto, agiato.

Camminavamo di fianco l’uno all’altra, senza dirci ormai quasi nulla, come in attesa di qualcosa. Ma Giulia mi cercava continuamente con lo sguardo e faceva di tutto per sfiorarmi, per farmi sentire che lei, stasera, aveva bisogno di me.

Non sapevo come, ma eravamo arrivati davanti al portone del palazzo dove abitava. Eravamo a fianco di porta Venezia e neanche me ne ero accorto.

– Ti va di salire?

– Sì.

Il suo appartamento era al primo piano e, sempre tenendomi per mano, mi spinse a salire a passi veloci su per le scale. Aprì la porta e feci presto a scorgere un ampio e spoglio salone, che sembrava non avesse mai accolto anima viva. Mi avvicinai a lei e, dopo averle preso il volto tra le mani, la baciai su entrambe le guance, scorrendo lentamente da una parte all’altra il mio viso sul suo.

Ero fuori, in strada. Ricominciò a piovere e, oltre al sollievo che provavo, si fece sempre più largo in me la convinzione che in realtà era quello che cercavo. Avevo consumato la mia idea d’un amore.

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