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Noir

L'infezione

Pubblicato il 28/04/2019

Mentre una misteriosa infezione terrorizza la città, tre amici si ritrovano al bar.

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I tre vuotavano i bicchieri guardando la strada dietro la condensa. Davide si chiedeva se fosse troppo presto per usare il numero che aveva in tasca; Enrico aveva invece paura che fosse troppo tardi per cambiare; Giordano avrebbe voluto fumare. Era la seconda volta che si ritrovavano e che andava a finire cosí, in silenzio, a svuotare i bicchieri e a guardare oltre la condensa. Il locale era uno dei pochi rimasti aperti, dopo che la notizia dell’infezione era apparsa anche sui giornali a distribuzione gratuita del lunedí.

I primi a manifestarne i sintomi erano stati presi per dementi, ma poi il capo del governo aveva ricevuto quella lettera, e i casi erano diventati sempre più numerosi. Non si poteva più tenere la popolazione all’oscuro. La commissione d’inchiesta che il governo aveva fatto istituire aveva presentato un rapporto di 600 pagine in cui si elencavano i casi riscontrati (89 tutti nella capitale) e i sintomi dell’ “infezione”. Le cause e i mezzi di trasmissione rimanevano sconosciuti.

Martedì le autorità avevano deciso la chiusura delle scuole, e sconsigliato a tutti di frequentare luoghi affollati come teatri o mercati. I trasporti pubblici però avevano continuato a funzionare, con un limite di 10 passeggeri per vagone. Si sistemavano il più lontanto possibile l’uno dall’altro, in piedi perché nessuno aveva il coraggio di sedersi. Muniti di guanti e mascherine, facevano ben attenzione a non toccare nulla, dondolandosi sui fianchi a ogni curva del treno per rimanere in equilibrio, mentre le signore anziane facevano oscillare le borsette utilizzandole come contrappeso. Con la schiena appoggiata al fondo del vagone, quel pomeriggio Enrico li aveva osservati attonito. Non fosse stato per gli sguardi severi del personale della metro e di quelli avvelenati degli equilibristi, sarebbe sembrato di essere su un tagadà, il disco mobile che montavano davanti la chiesa del paese durante la festa del santo. 

I ragazzini si tenevano incollati ai divanetti posizionati tutt’intorno al disco, quasi fratturandosi le braccia per incastrarle bene intorno alla spalliera di metallo, mentre i figli dei giostrai, bellissimi e in tutine colorate, si muovevano a ritmo di musica da una parte all’altra della pedana, agitando i capelli e le braccia come se i loro corpi ignorassero le leggi di Newton. Sorridevano spavaldamente, mentre i ragazzini li fissavano con grandi occhi da vitelli e la rotazione vertiginosa della giostra gli scompigliava tutta la faccia, scoprendogli i denti fino alle gengive in una specie di sorriso gelatinoso.

In pochi secondi, il movimento forsennato della macchina faceva schizzare dalle tasche ogni moneta, specchietto, portachiavi o qualunque altra cosa contenessero. Ogni tentativo di recupero era inutile, gli oggetti venivano scaraventati da un lato all’altro della pedana rotante prima di cadere su quelli che guardavano ridendo da giù. Capitava che uno dei giostrai intercettasse un orologio o un tamagotchi con un movimento felino per poi restituirli ai proprietari che scendevano spettinati e traballanti le scalette di lamina alla fine del giro. 

Una volta Ann gli aveva reso gli occhiali da sole tartarugati della nonna che secondo lui gli davano un’allure tipo David Bowie. “Sono da femmina”, gli aveva detto Ann fissandolo con due occhi chiarissimi da dietro i capelli biondi. “Che ti frega?”, aveva risposto Enrico tentando goffamente di infilarli nel collo della polo Ralph Laurent. Ne era follemente innamorato.

Chissà che fine hanno fatto quegli occhiali, pensò Enrico finendo il bicchiere di Ricard allungato con l’acqua. In ogni caso, ora non ce ne sarebbe più stato bisogno. Lenti scure, cappelli a falda larga, frangette troppo lunghe e qualunque cosa potesse coprire anche parzialmente gli occhi era stata vietata. In stato avanzato, l’infezione tingeva la cornea di arancione. Chi presentasse tale sintomo era caricato in fretta su un’ambulanza da due infermieri in tuta bianca e trasportato nel centro di quarantena adibito fuori città, appena dopo lo stadio.

“Certo che con quest’infezione sarà difficile che la piccoletta ci stia” disse Davide, interrompendo d’un colpo i pensieri di Enrico. “Stai ancora pensando alla bretone?”, gli rispose scoprendo i denti gialli, “dimenticatela, secondo me non ci sarebbe stata nemmeno prima di questo casino”. “Non sono ancora sicuri che sia contagiosa”, disse Davide tra sé. “Ma non possono escuderlo”, rispose Enrico mentre si ricordava che gli occhiali dovevano essere in uno scatolone nel garage dei suoi genitori. Quando aveva deciso di partire, si erano affrettati a far scomparire ogni traccia della sua esistenza. “Così ci mancherai di meno”, gli aveva detto sua madre sistemando una statuetta di bronzo verdognolo di una divinità indiana sullo scaffale dove prima c’era la sua collezione di CD.

“Se la sono voluta”, disse Giordano alzando per la prima volta lo sguardo. “Li avevano avvertiti di cosa poteva succedere se tagliavano il vecchio cedro in Piazza Santa Cecilia”.

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di Grazia F

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