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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

L'insegna

Di Michele Pagliara - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 04/09/2017

Parigi, 1929. Un esule antifascista dal francese incerto apre un negozio di prodotti a base di orzo, e riceve la visita di clienti insperatamente interessati.

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Pietro arretrò di due passi per abbracciare con lo sguardo l'insegna. La scritta Orzo, in francese, gli era venuta perfettamente. Sobria, senza svolazzi liberty; ma anche priva di quella geometria lapidea così gradita all'estetica fascista. Una spiga stilizzata si allungava in basso a destra, in una curva elegante.

Quell'insegna era la sua nuova vita. In Italia, certo, non ci poteva più tornare. A chi gli chiedeva, abbassando la voce, perché fosse fuggito a Parigi, alludeva a questioni politiche. Parlava per mezze frasi, muoveva le mani come a dire lasciamo stare, e dopo un po' faceva cadere il nome dei fratelli Rosselli, di Turati e degli altri esuli antifascisti. Nessuno ne era convinto, nessuno aveva elementi per confutare la sua versione dei fatti.

La vernice doveva ancora asciugarsi. Nell'attesa riempì un catino d'acqua e lo appoggiò sul ripiano della toeletta, orientò lo specchio e iniziò ad affilare il rasoio sulla colamella di cuoio. Lama impugnata con pollice e indice, polso rigido e dritto: così gli aveva insegnato suo padre. Il rasoio scivolava dolce sul cuoio e Pietro si compiaceva dell'idea commerciale che lo avrebbe reso ricco. Un negozio che vendeva solo prodotti d'orzo non c'era in tutta Parigi. Di più, non c'era in tutta Europa. La lama correva avanti e indietro. Ormai le laiterie, le épicerie, trattavano un po' di tutto, e la neonata industria alimentare aveva invaso i negozi della città di prodotti senz'anima. 

Lui avrebbe servito orzate, cotto dolcetti e pane d'orzo nel piccolo forno, esposto lasagne e spaghetti impastati con farina d'orzo. La lama correva avanti e indietro. Il caffè d'orzo, poi, era un'ottima alternativa economica al caffè d'importazione. Avrebbe sedotto anche il gusto raffinato dei parigini, ne era convinto. Una bottega monotematica. Ecco la sua geniale intuizione. Controllò il filo del rasoio. Era pronto a radersi.


Per raggiungere il negozio si vestì come se fosse domenica. Scarpe bianche, completo bianco, cappello bianco: bisognava impressionare il quartiere, perché lì avrebbe avuto i suoi primi clienti. Si caricò l'insegna sulla spalla, la scritta ormai secca appoggiata alla guancia come una carezza, e uscì per strada. La via formicolava di individui, ciascuno sconosciuto agli altri. Ecco la differenza tra la ville lumière e la mia piccola città, pensava Pietro. Là si conoscono tutti, appena scendi per strada è tutto un buongiorno buonasera, qui ognuno fila dritto per la sua strada e bona l'è.

Una giovane mamma o una sorella maggiore cercava di avventarsi su un bambino disubbidiente per riempirlo di sculacciate, un uomo – un italiano o un greco, a giudicare dai tratti e dalla carnagione – la tratteneva. A Pietro parve che ne approfittasse per mettere le mani dove non avrebbe dovuto, non in pubblico, quantomeno, ma lei era troppo adirata o troppo disinibita per farci caso. Più probabile la prima ipotesi; ma Pietro, carezzando il legno liscio dell'insegna, si baloccò con la seconda.

Dritto come una cariatide, un cuoco aspettava i clienti fuori dal suo bistrot, lo sguardo conficcato nel vuoto. In braccio alla madre un marmocchio elegante, con un cappellino di gran moda e un'espressione adulta, seguiva con lo sguardo quel passante tutto bianco e la sua insegna.

Pietro raggiunse il negozio ancora vuoto, e appese l'insegna. Poi iniziò a lavorare per montare gli scaffali, attento a non sporcare il completo candido.


Due chiodi in bocca e uno già appoggiato di punta al legno, interruppe il lavoro. Di là dalla vetrina una giovane donna lo osservava. Di tanto in tanto il suo sguardo andava all'insegna, poi a lui. Pietro si deterse il sudore e controllò lo stato del completo. Era ancora immacolato. Stabilì che era abbastanza in ordine per approcciare la sua prima cliente.

«Bonjour, mademoiselle, aimez-vous l'orgie?», buongiorno, signorina, le piace l'orzo?

La sottile figura di lei si irrigidì in un punto esclamativo di disapprovazione. Portò una mano sul fianco e sembrò sul punto di dire qualcosa, ma si limitò a fissare Pietro. Anzi, lo squadrò proprio, da capo a piedi.

«Ici sera l'orgie», qui ci sarà l'orzo, disse Pietro, nel suo francese esitante. Gli rispose un sorriso indecifrabile. La ragazza scosse la testa e la sua bocca si piegò appena, mentre con la lingua si accarezzava un molare. Poi si allontanò per la via, silenziosa.

Quella lì sarà una cliente abituale. Già me la vedo acquistare ogni mattina la baguette alla farina d'orzo.

Pietro si rimise al lavoro di buona lena. Entro mezzogiorno un primo scaffale era già pronto. Oltretutto il suo vestito bianco era rimasto in ottimo stato. Decise di concedersi una pausa e si accomodò seduto davanti alla vetrina, le mani appoggiate alle ginocchia e la testa reclinata. La fattoria in cui acquistare i sacchi d'orzo l'aveva già, appena fuori città. Cominciava a riflettere su come organizzare il trasporto quando si accorse che un un uomo di mezza età gli veniva incontro a passi timidi.

Pietro cercò le parole per essere cordiale in francese, ma non gli uscì nulla. Si limitò a ripescare dalla memoria la frase di prima: buongiorno, signore, le piace l'orzo?

«Oh, sì!», rispose quello, guardandosi attorno, «Moltissimo! Quando aprite?». Pietro notò che il sudore aveva appiccicato i capelli del suo interlocutore alla fronte. Ed era un aprile non particolarmente caldo. Sorrise e alzò l'indice e il medio in modo che il numero con le dita rafforzasse la risposta: «Deux semaines».

«Ah, bene, benissimo». Il passante si fregò le mani. «Sa, per gli orzi vado sempre da Madame Valentine, nel terzo arrondissement. Ma sono contento di provare posti nuovi. A presto, allora!».

Gli orzi? E perché al plurale? Sarà un modo di dire.

«E complimenti per l'insegna! Hardi!». Pietro non aveva idea di che cosa significasse quell'ultimo aggettivo, ma intuì che qualcosa non andava quando osservò lo sconosciuto additare la spiga e inumidirsi le labbra grasse con la punta della lingua.

Si mise al centro della strada e osservò l'insegna con occhio distaccato, come se non l'avesse dipinta lui. Sì, la scritta gli era venuta davvero bene. Ma la spiga stilizzata era talmente essenziale che poteva essere qualunque cosa che abbia forma oblunga. Perfino un pene, rifletté l'esule con un sorriso.


Tornato nel suo appartamento, Pietro aprì la finestra e per un po' si rilassò guardando il viavai sulla strada. Il cuoco era ancora lì, nella medesima posizione. Spero che la mia attività avrà più fortuna della tua, amico. Rigovernò i cavalletti su cui aveva appoggiato l'insegna per dipingerla e ripose i pennelli. Poi allungò la mano per chiudere il vocabolario bilingue e la vista gli cadde sulla pagina lasciata aperta.

Orge: [s. m.] Orzo. Strizzò gli occhi, appoggiò il dito sulla parola. E si accorse che aveva sbagliato riga.

Orgie: [s. f.] Orgia.

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Una reticenza di più e non avrei capito fino all'ultimo: molto bello comunque!Segnala il commento

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