Quella sera dovevo trovarmi con un ragazzo, che però non venne all’appuntamento. Lo cercai per un po' nel paese e poi tornai a casa. C’era la polizia ad attendermi davanti al portone, per condurmi alla caserma e trattenermici. Lì un medico mi visitò, e mi fece l’esame dell’ano. Ne concluse che ero dedito alla pederastia.

“È voce corrente in città – dissero in Tribunale - che l’imputato, per meglio riuscire negli adescamenti, vada girovagando di giorno e di notte con andatura e movenze femminee, truccato con rossetto ed abiti per richiamare l'attenzione dei passanti; provocando in loro nausea.” “Sono falsità”, urlai furioso, “non mi sono mai vestito da donna. Lavoro in negozio tutto il giorno. Figuriamoci se ho il tempo per fare quello di cui parlate. Non potete trattenermi, non ho fatto nulla contro la legge, non avete alcun diritto di farlo!!”. Mi zittirono ammonendomi di aver rispetto per la Corte, altrimenti i cinque anni di condanna previsti sarebbero diventati sette.


Ci sbarcarono qui a centinaia, incatenati. Poi, ogni tanto, qualcuno ancora arrivava; qualche altro, grazie ad amici e parenti influenti, riusciva a tornare a casa. Vivevamo, tutti insieme, in un’enorme baracca. Arrangiata alla meglio. Mancava praticamente tutto, dagli scarichi fognari alla luce e l’acqua. Alle otto di sera i nostri guardiani ci chiudevano dentro sbarrando le porte e se ne andavano a dormire nelle isole vicine, per tornare la mattina successiva. Questo immenso scoglio bianco ricoperto da pinete e circondato dal blu dove ci avevano esiliati è stato per tanti mesi il nostro universo.

Alvise, che al suo paese faceva il calzolaio, si mise ad aggiustare le scarpe. Nelle occasioni speciali, come il pranzo di benvenuto per i nuovi arrivati, il cuoco designato era Roberto, che nella sua città lavorava in un ristorante. Franco curava l’orto. Andrea faceva il sarto. Si occupava anche delle uniformi dei carabinieri, che così erano costretti a spogliarsi davanti a lui. E poi ci raccontava….. Si riusciva anche a mettere su feste da ballo, a fare teatro, nascevano simpatie, passioni. I nostri carcerieri spesso chiudevano un occhio. E del resto anche loro, a volte, volevano togliersi lo sfizio. Ognuno per quel che sapeva fare, con fatica e slancio, ci si organizzava per vivere.

Io e Massimo, abbracciati, seduti sulla pietra, di fronte al mare, nel vento tiepido che muove gli alti cespugli di rosmarino intorno a noi, li ricordavamo tutti quei giorni. Giorni che da domani inizieranno ad accumularsi nei ricordi. Verremo tutti riportati a terra. “Le bimbe sloggiano”, ci hanno urlato i soldati. Il nostro paese è entrato in guerra, e qui verranno condotti i prigionieri fatti al fronte. Serve spazio. Magari, chissà, sentiranno pure la nostra mancanza. Non di certo, ci diciamo ridendo, la sentiranno i pidocchi e le cimici; a loro basta succhiare il sangue che trovano, non fanno preferenze.

Ricordavamo i pensieri che ci scambiavamo. Pensavamo a Valerio, così magro com’era. Se ne era appena andato. La tubercolosi se l’era portato via. Ce l’aveva quasi fatta a lasciare questo minuto e sassoso angolo di mondo. L’ultima volta che lo avevamo visto singhiozzava come un bimbo, con quel foglio nella mano. La lettera che aveva scritto al suo amico era ritornata indietro. “Non conosco, non ho mai conosciuto il mittente di questa missiva” c’era scritto sulla busta ancora chiusa.

Massimo adesso poggia la testa sulla mia spalla. “Domani rivedrò mio padre”, mi dice all’improvviso guardando fisso l’orizzonte, “Ogni momento che sono stato qui ho sognato di abbracciarlo, di cullarmi fra le sue braccia, di riempirlo di carezze. Ma lui ha saputo. Tutti sanno. E so che non troverò il coraggio di guardarlo in faccia. Quando mi presero mi sembrò di impazzire. Implorai il giudice di rimandarmi a casa. Giurai che mi sarei arruolato, che avrei servito la Patria fino alla morte, e che, se mai fossi tornato, mi sarei recluso per sempre in un seminario. L’ho pregato in ginocchio di non mandarmi al confino. Non per me, per il disonore che questo scandalo avrebbe arrecato al mio amato padre.” Il viso di Massimo si riempie di lacrime: “Vorrei sprofondare pur di non vederlo, di non leggergli in faccia i segni del discredito e del dolore che gli ho procurato. E della vergogna che lo ha afflitto per questo mio peccato.”

Il mare di fronte a noi bruscamente cessò di essere il muro, il confine, la minaccia. L’ostacolo insuperabile per la vita. Quell’acqua azzurra non ci si opponeva più. Ci appariva, ora, cura, difesa, protezione. Sostegno.