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Fantastico

L'Ora della Rivelazione, S4 E13 Ariminum Circus

Pubblicato il 31/03/2021

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(Ronzii, interferenze, rumori elettrici. Nella Wunderkammer vuota la macchina si è accesa)

«Okay, Jack. Ho finito di caricare la batteria B».

«Roger».


«Ma, Ariminum, abbiamo un problema».

«Okay».

«C’è qualcosa che non va con il motore di questo maledetto Scudo Anti-Vampiri Spaziali».

«Qui Ariminum. Ripetere, per favore».

«Ariminum, abbiamo un problema. Abbiamo avuto un errore del tipo MAIN B BUS SOTTOTENSIONE. Lo Scudo è fuori uso».


«Ok, imposta i comandi per il Cuore del Sole».

«Cosa?».

«Imposta i comandi per il Cuore del Sole, imposta i comandi per il Cuore del Sole, imposta i comandi per il Cuore del Sole...».


(Un’esplosione. Comunicazione interrotta)


Inoculato veleno letale nei più svariati rappresentanti della fauna ariminense, l’Essere era rientrato a casa. Si era tolto il finto gesso e stava per somministrarsi l’iniezione letale, quando il coraggio gli venne a mancare. Ripose la siringa in frigorifero. Decise di sdraiarsi. Nel dormiveglia qualcuno doveva essersi avvicinato. Forse gli aveva dato un sonnifero, perché si svegliò dopo ventisette ore. Tormentate da brutti sogni.

In quello più vivido, la casa era ancora addormentata. Alina, la sua donna di tanto tempo prima, era immersa nel sonno. Lui, entrato in camera da letto, aveva iniziato a spogliarsi. Si era slacciato le scarpe e tolto i pantaloni e la camicia restando in canottiera e mutande. Nel sogno aveva ancora entrambe le gambe. Diagonali di luce dai buchi della serranda animavano la polvere sollevata dai suoi vestiti. La polvere delle dune che galleggiava nell’acqua del secchio. La polvere della Spiaggia Iperurania. L’Essere aveva contemplato la sua donna e i pensieri erano divenuti tetri. Di nuovo. Aveva deciso che era meglio fumare. Dimenticare. Naufragare nell’indistinto tutto del deserto elettrico.

Si era trascinato nell’altra stanza, a piedi scalzi, il piede destro era gonfio e gli faceva male, ma lui non se ne era curato più di tanto. Il dolore sarebbe passato dopo il primo bicchiere di vodka, corretta con il fumo dell’oppio. Si era abbandonato a quell’unico piacere che lo teneva a galla, il narghilè che Nonno Hlimiliu aveva regalato a suo padre e che suo padre gli aveva donato il giorno in cui aveva deciso di lasciare la bidonville egizia di Ariminum. Alina dormiva e avrebbe dormito a lungo.

L’Essere aveva indossato un casco simile a quello usato quando scorrazzava su moto rubate per le bianche strade di Bellaria, ma con un che di speciale: era un brainframe progettato dal Maestro che il Ministero per le Pari Opportunità Digitali aveva distribuito a chi avesse voluto interagire con la televisione o navigare in rete senza utilizzare tastiere e mouse, ma con la semplice forza del pensiero. Operazione durata poche ore: il Governo aveva dovuto ritirare tutti gli esemplari dello strumento dopo che gli utenti tester avevano subito lesioni cerebrali  alla prima accensione. Lui era riuscito a tenere il proprio esemplare, uno dei pochi sfuggiti alle requisizioni: e a farlo funzionare. Era bastato quindi che l’Essere si concentrasse per pochi secondi e il computer si era acceso. Era stato sufficiente ricordare il volto di sé bambino e la sua famiglia e le dune, perché ne apparissero le immagini mentali sul monitor. Bastava volerlo: le onde cerebrali sarebbero state trasbordate nel mare elettrico in forma di musica e di immagini tridimensionali. I video di Second Tube avrebbero rimandato i colori e i sapori dei ricordi perduti delle persone che ora vivevano oltre quel muro di pixel come angeli o come avatar. Lui era rimasto lì seduto a fumare e a navigare, per ore. Poi si era sdraiato e aveva lasciato che visioni e allucinazioni indotte dall’oppio facessero il resto.

L’Essere aprì gli occhi. Avvertiva la base del cranio pulsare, i piedi pesanti sul pavimento freddo della sera dal lato del letto dove dormiva la sua anima gemella, Alina. Un lucore rossastro le illuminava il volto, come se una lama di luce lo avesse staccato dal resto del corpo. Sbarrò le pupille cerchiate di nero e avvertì le mani calde di sangue. Decise di restare immobile a capire la natura di quell’allucinazione. E vide la bocca della madre penetrata da una trave della casupola sferzata dalla sabbia e dal vento. E riconobbe il padre ripetergli: le donne sono figlie di Satana. E si rivide trattenere per i lunghi capelli marroni la testa di Alina, come un trofeo stillante sangue, e la propria faccia deformata in una risata crudele di bestia feroce con la bocca schiumosa e il Maestro in ginocchio di spalle a succhiare voluttuoso il suo grosso cazzo. Poi i rumori confusi di bambini che giocavano e il gracchiare girevole delle giostrine del parco giochi, il padre impiccato su una collina, una formica gigante dalle enormi mandibole coi lineamenti del nonno che stava strappando via il membro turgido in erezione dell’Essere.

Una scossa tremenda attraversò il suo corpo e lo calciò via da quell’incubo privo di forma, facendolo precipitare giù in un dirupo di matrici di fuoco fino al pavimento duro della stanza. L’Essere urlò di terrore e si svegliò ai piedi del divano, sudato, tremante, con il casco del brainframe, che si era miracolosamente disattivato, ancora in testa.

Aveva la canottiera fradicia di sudore e sporca di sangue. Una macchia di sperma sulle mutande. Si alzò a sedere sul divano. Rimase a contemplare il Vuoto surreale del giorno incipiente. Il silenzio della casa sembrava montare in ondate di disperazione così cupe da soffocare il chiasso proveniente della strada. Rimase per alcuni minuti a riflettere.

«Niente lavoro, oggi?».

L’Essere trasalì e si voltò. Alina era ferma sulla porta del salotto, sorridente. La vestaglia zuppa di sangue. Il volto pallido come quello di un fantasma nella semioscurità della stanza. L’Essere cercò di rispondere, ma la bocca era impastata e incapace di eseguire i comandi del cervello. Un forte boato sembrò scuotere l’intera casa. Lui si alzò di scatto trascinato contro la sua volontà da una forza diabolica. Alina era scomparsa e l’Essere si ritrovò di nuovo in camera da letto. Tremava, ma era del tutto sveglio, adesso. E il suo campo visivo non era più un’allucinazione indotta dall’oppio e dal casco brainframe. Era tutto reale. Tutto.

Alina giaceva nel lucore cremisi del sangue che le illuminava il volto come un foulard di seta leggera. Gli occhi erano due boccioli esplosi di bellissimo bianco, ma la testa era quella di una bambola di pezza strappata, ripiegata all’indietro con la bocca schiusa e sgangherata nell’emiparesi di un urlo infinito come nei sogni delle ancelle a Pompei. L’Essere capì di aver sgozzato la sua donna.

Quando si svegliò, riprese la siringa, questa volta determinato a farla finita. Che senso aveva avuto lasciare il quartiere egizio? Cambiare il nome originario, per acquisirne uno che cancellasse ogni traccia delle origini arabe? Cambiare mestiere, trovarne uno adatto a condurre la propria opera vendicatrice, portarla avanti superando ogni genere di ostacoli e difficoltà? Il destino si era avverato.

«Che stanchezza assurda svegliarsi ogni mattina, per cosa? La stessa scena tutti i santi maledetti giorni che ci tocca vivere su questo schifo di terra». Premette lo stantuffo. In attesa che il veleno facesse effetto, l’Essere riempì un bicchiere di vodka, si tolse le scarpe (la scarpa) con cui si era addormentato e si mise a meditare.

«Che ragione può esserci in tutto questo?». L’Essere era come le dita dei suoi piedi, anzi di quello che ne era rimasto, grinzose e rovinate dalla polvere e dal sudore.

«Al diavolo! Sono stufo, stufo, stufo» pensò.

La bottiglia era semivuota. Mentre fissava la propria mano armeggiare con un gesto automatico intorno al tappo che opponeva una strenua resistenza, sul piede, dentro la calza bucata, stavano transitando enormi formiche rosse che avrebbero destato il fastidio di chiunque con il loro zampettante pizzicorio. Ma in quel momento l’Essere era altrove, meditava i vasti deserti di Bellaria in cui, da bambino, vedeva avvicinarsi le tempeste di sabbia e sua madre che lo avvolgeva stretto contro il petto con un braccio; con l’altra mano reggeva il secchio colmo d’acqua sporca. E suo padre? Chissà dov’era. Suo padre diceva: le donne non sono così importanti perché sono state create dopo l’uomo. L’Essere questa cosa qui non la capiva, perché la mamma era troppo importante per lui e allora o non era una donna oppure era un uomo speciale o forse le persone erano come i colori del deserto: variazioni cromatiche microscopiche di un unico infinito Vuoto.

«Ehi!... »: era una voce nota, ma di chi era? «Fratello.... sveglia, che ti succede oggi? Non t’ho mai visto dormire così... Sembravi congelato... Ma questa siringa… Cosa hai fatto?».

Quell’uomo doveva essere stato un bel po’ a scuoterlo, artigliandolo per la spalla destra con vigore e con un faccione simpatico come quello del capofamiglia dei Soprano. Quando l’Essere riaprì gli occhi e si ritrovò l’amico accovacciato alla sua destra, nonostante non fosse una posizione comoda per uno grasso da far schifo come lui, che gli allungava la bottiglia di vodka rotolata per terra quando si era addormentato, ebbe un tuffo al cuore nel vedere il volto del padre (e invece il viso era quello dell’amico, di cui non ricordava il nome). Provò uno spavento tremendo nel ritrovarsi coi piedi nella sabbia cocente (e invece erano formiche che lo stavano divorando) e fu terrorizzato nel sentire un fischio tremendo nelle orecchie, il sibilo mostruoso della tempesta prima che schiantasse la sua casupola e lui vedesse il corpo della mamma trapassata da parte a parte e poi il buio e subito dopo il Sole accecante, il volto del babbo insanguinato che lo traeva dalle macerie e altre persone urlanti (ma erano i rumori dei Bambini che andavano a scuola). Ci volle insomma del tempo prima che l’Essere si destasse del tutto da quella sensazione di morte.


Gli Artisti Dannati si sono dati convegno sulle dune di Bellaria. Hanno stipulato una tregua e un patto per la salvezza nazionale. Stanno organizzando le prime difese contro l’offensiva che sono in procinto di scatenare gli alieni, mettendo a fattor comune e attivando insieme tutti i campi di distorsione della realtà che sono in grado di creare. La più grande esposizione di arte moderna mai realizzata.

Mondrian vuole opporre la ragione pura al selvaggio irrazionalismo dei Vampiri. Erige palizzate di rettangoli, trincee di linee parallele, Maginot di poligoni regolari.

Malevich gli dà una mano costruendo barricate di quadrati bianchi e neri, che Josef Albers ripassa di tutte le sfumature dell’arcobaleno.

Rothko allestisce delle trappole: composizioni di colori rettangolari sfumate concepite per attrarre le avanguardie nemiche, che resteranno imprigionate al loro interno.

Pollock progetta distese sabbiose di granelli virtuali, che formano i gorghi paludosi in cui le truppe d’assalto provenienti dallo Spazio sarebbero affondate.

Miró, dopo essersi preoccupato di predisporre un’uscita di sicurezza (una scala a pioli appoggiata al niente e che conduce al Nulla), costruisce una macchina fantastica, dotata solo di un pedale, quello della favola. Pigia, pigia e pigia: la macchina traduce il mare, il paesaggio della notte, il silenzio, la Luna, un cane che abbaia… in segni, simboli, lettere di alfabeti sconosciuti, figure concave e convesse.

Calder, al suo fianco, non avrà che da tradurre in fili di ferro i fini grafismi e in sagome ritagliate i piani colorati di Miró per farne soldatini meccanici che saranno arruolati nell’Arma del Genio.

L’addestramento della cavalleria spetta a Boccioni: sotto i suoi comandi rapidi e frammentari gli animali-macchine inarcano le teste, le criniere si spandono al vento e nel ritmo tumultuoso della corsa, nella vitalità incontenibile che sprigiona dalle loro forme tese, sono pronti a travolgere gli invasori, insieme a se stessi e a chiunque si frapponga alla loro marcia: in particolare Marinetti, che si agita sulla spiaggia come un tarantolato urlando: «La Guerra è uno Sport sintetico!».

Chagall si occupa dell’aereonautica: fa decollare squadriglie di violinisti viola, asini rossi in ordine sparso, galli con giacche a quadretti, donne cannone, fate kamikaze, ballerine stealth a guida autonoma.

Duchamp, appena tornato dalla discarica comunale, assembla tazze, bidet, water closet, vespasiani e orinatoi usati da malati infettati dal Coronavirus, dalla Sars e dal granoturco della Monsanto. Scatenerà una guerra batteriologica.

De Kooning fa esplodere i blu, i viola, i turchesi, i rosa, i grigi, i verdi. Lui punta alla guerra fredda.

Matisse opera invece al di là di tutti i registri, di tutte le gamme, di tutti gli accordi abituali nella guerra tradizionale. Colpirà i Mostri con degli ultra-colori: il blu più blu dei blu, il verdissimo, il vermiglione assoluto.

Klimt crede di poter dissolvere i corpi stessi dei Vampiri formandogli intorno auree iridescenti, di pura luce, che li scomporranno nelle molteplici radiazioni di prismi, triangoli, strisce di luce.

Klee, responsabile delle tattiche militari cognitive, ha raccolto un drappello di Bimbi Perduti: cerca di farsi indicare da loro un’arma segreta in quegli intra-mondi che solo loro, o i pazzi, possono vedere.

E se Klee esplora il subcosciente, Kandiskij s’inoltra nel super io. Per farsi luce in quell’oscurità usa razzi, bengala, missili con testate a calore che tracciano il Cielo con tutti i colori dell’arcobaleno.

Picasso mappa i terreni adiacenti, quelli del Mito. De Chirico vi manda in avanscoperta una task force di Manichini robot, il cui cervello positronico deve tuttavia aver subito qualche danno, perché si spingono fino ad un certo punto e poi tornano indietro. Quindi ripartono, in un girotondo inesplicabile.

Anche Van Gogh è in difficoltà. È andato in cerca di ispirazione fra gli alti cespugli lungo le bianche strade che dal lungomare portano fino al Grand Hotel. Girasoli, ciclamini, iris… ma gli piangono gli occhi e continua a starnutire: «Maletette marruke!».

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

L'arte riuscirà a salvare il mondo dalla dannazione? E se accadesse? Quale lo scenario? Molto bello, appaga diversi strati Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

I tuoi racconti sono dei complessi "meccanismi letterari" : complessi, più che complicati e inutilmente virtuosistici, quando riesci a trattenere il tuo bisogno di infarcirli di nozioni e citazioni, nel tentativo di esaurire l'enciclopedismo divulgativo che sostiene la tua hybris narrativa: e anche intriganti, ben costruiti, interessanti da leggere. Quest'ultimo lo trovo particolarmente bello, complesso e perfino ricco di pathos... elemento che spesso latita, nei tuoi racconti. La parte finale, con i pittori "accostati" a determinati "contenuti" estetico/filosofici, , è una vera chicca. "Maletette marruke" chiude in solitaria efficacia. Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Alla prima parte, agghiacciante, statica, carica di visioni terribili, fa da contraltare la visionarietà colorata e operosa degli Artisti Dannati. Piaciuto tanto.Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

:)Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

: )Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Malehua ha votato il racconto

Esordiente

Visionario, celebrativo e molto ben scrittoSegnala il commento

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Emil M. ha votato il racconto

Esordiente
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Imago ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello... colorato!Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Federico, è fantastico! Riesci a dare un'anima alternativa ai grandi del passato, levandogli l'aura conforme a cui siamo stati indotti. Ora me lo rileggo, con calma, e so che troverò altre meravigliose sfumature... complimenti!!!Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Un'esplosione visionaria e distopica che sboccia in un gran finale celebrativo dei maestri della pittura e del colore. Sicuramente da rileggere per quanto ricco e prorompente nei molteplici piani di lettura in cui si dipanaSegnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

Esordiente
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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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di Federico D. Fellini

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