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Narrativa

L'Orizzonte del Senso. Ariminum Circus, Stagione 3, Episodio 12.

Pubblicato il 03/12/2020

FAN NEWS. Ariminum Circus è al centro delle conversazioni sul futuro del libro che si svolgono sul blog di NOVA100-Il Sole 24 Ore: https://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/category/librare

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«Puoi eccitarla con dei piccoli ditali


e farlo con cura;


puoi darle la caccia con forchette e speranza;


la puoi minacciare con la quota di una casa-fantasma;

la puoi affascinare con sorrisi di sapone...».

«La seduta al Tomografo è finita e Jay continua a straparlare» disse Earnest. Un conato di vomito gli impedì di proseguire, ma non tradì emozioni. Gli era chiaro che la bottiglia di assenzio scolata durante l’esperimento veniva a riscuotere quanto dovuto.

Il Capitano fece un gesto di insofferenza: «Santissime Fisetere e beati Capodogli, senti da che pulpito viene la predica, da Mr. Chiarezza in persona!».

Il Roc era meditabondo: «Casa-fantasma? Una citazione da Walpole. O da King, da Wilde, da Ballard, o, chissà, Perec…».

«O da Casa Rowling

con maghetti tutt’orecchi

e bimbi-spettri?» haikueggiò il JubJub.


Il Capitano ebbe un altro moto di stizza. Forse questa tendenza all’irritazione per futili motivi era un effetto collaterale degli antidepressivi che stava prendendo. Anche gli haiku gotici si concede il JubJub, pensò, quel fastidioso, soporifero cincischiatore di vacui lirismi letterari; l’arzigogolatore di sogni, di capricci, di grottesche fantasie senza costrutto e senza nerbo; lo sgrammaticato eversore di grammatiche anelante alla libertà di esprimere col Nulla della sua pseudo-arte poetica il Nulla del suo spirito, il songecreux che si balocca con le teorie nubilose a noi venute dal Nord, dall’occaso o dall’orto: sopravvissuti fantasmi di un mondo che il Realismo è nato per annientare. Prodotti di un infeudamento politico, morale e spirituale allo straniero e al barbaro, tutti questi bastardi non hanno alcuna ragione di vita in seno al nostro movimento di amici fraterni amanti del bello e del vero; il Realismo dovrà spazzarli via, per adeguare alla sua linea politica, estetica e morale, esattamente, indissolubilmente, lo sforzo concorde dell’intelligenza e della genialità creativa autoctone: «Basta con questi smaccati e perversi esotismi! Torniamo una volta per tutte al Realismo, che fa rivivere all’impero ariminense la grandezza romana, e che non può tollerare accanto all’impeto della sua fede attiva i divertimenti perversi della decrepita e putrescente Bisanzio letteraria che si erge sui generi infigardi dell’horror, del fantasy, della teologia e della fantascienza! Peggio ancora, dal loro iniquo e insensato rimescolamento!».

«Evadere agilmente

− dopo esservisi inoltrati

dai cerchi vicini a chiudersi;

sbloccare quanto pur solo accenni a farsi automatico

e monotono;

raggiungere nel vivo un pluralismo di linee

e punti fondamentali, con l’animo, con l’azione.

Tu hai un carattere? Che bravo.

Io ne ho due, quattro, otto, sedici, trentadue, cento!

disse Alice, prima di avventurarsi oltre lo specchio» replicò il JubJub.

Earnest esclamò: «Ecco a voi il clown Antipoeta, e se preferite Sottopoeta: la vera antitesi del Superpoeta di stampo dannunziano! Grazie a lui è maturata una poesia che è modello d’ironia, di libertà, di leggerezza, di limpida chiaroveggenza, di salutare e liberatoria autoironia, di privata terapia dell’antidolore, come difesa del diverso, del non integrato, dell’escluso! Huginn sa che terribile e awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. Se fossimo in un romanzo giallo, il JubJub sarebbe il funambolo zarathustriano en travesti: un vero pagliaccio seriale, un It paladino della creatività che può replicare all’infinito l’agguato mortale anche ai neorealisti più preteziosi e muscolari sul filo teso dell’acrobazia verbale».

«Perdincibacco! Questa è una congiura, un complotto abietto, ordito da chi vuol vedere a tutti i costi il mistero dove l’ordine e la chiarezza regnano inattaccabili. Non c’è niente di misterioso per un marinaio se non il mare stesso, che è padrone della sua esistenza e imperscrutabile come il destino!». Il Capitano era diventato paonazzo dalla rabbia.

«Lasciate perdere i romanzi gialli: horror, mistery, fantasy o neorealisti che siano» cercò di calmarli il Maestro. «Jay sta cercando di dare senso a un Evento, l’incontro con Daisy, e non è facile. L’interpretazione dell’Evento è un lavoro di creazione del significato nascosto del mondo, di conquista delle parole che lo declinano».

Il Capitano e il JubJub tacquero, ma si andarono a mettere ciascuno in un angolo opposto della stanza. Il Pescivendolo allora prese in braccio il JubJub e cominciò a cullarlo, il Roc andò a posarsi sulle spalle del Capitano. Ma quest’ultimo lo allontanò da sé, con un urlaccio che trapanò il cervello del povero volatile.

«Cosa intendi con esattezza?» volle invece sapere il Piccolo Ed.

«Un Evento come l’Amore è qualcosa di scioccante, che compare all’improvviso e interrompe il flusso degli avvenimenti; qualcosa che sembra emergere dal Nulla. L’apparizione di Daisy, nel caso di Jay. C’è per definizione qualcosa di circolare in un Evento. Non è il sorriso di lei a farmi innamorare, ma è perché la amo già che quel sorriso mi attrae. Perciò l’Amore è un Evento. È la manifestazione di una struttura circolare nella quale l’effetto determina retroattivamente le proprie cause o ragioni».

«Un po’ come accade con i precursori di Kafka secondo Borges, se vogliamo» rilevò il Pescivendolo, ricacciando indietro un rigurgito.

«Anche la comparsa di una forma artistica è un Evento. Consideriamo il cinema noir. Tutte le principali caratteristiche del genere erano presenti già in precedenza nei film di Hollywood: l’Universo paranoico del romanzo hard-boiled, nel quale la donna è sempre e solo una vampiresca dark lady…».

«… e l’eroe è sempre un antieroe…» non mancò di sottolineare Earnest, dominando un conato di vomito.

«… il chiaroscuro e le inquadrature con inclinazioni sghembe per raccontare storie spesso confuse, piene d’inganni, che distruggono i valori del sogno americano, mettendo in mostra la potenza distruttiva dell’invidia e del desiderio di denaro; la vita incolore di personaggi dediti ad alcol, droga e pornografia; le ambientazioni urbane, metropoli o cittadine di provincia. In tempi recenti, accreditatosi come forma capace di mettere in luce la realtà di oggi, il noir si è definito come pratica di denuncia trasversale alle diverse discipline artistiche: sconfina nella serialità televisiva e mantiene vivi i legami con il romanzo, la fotografia e il fumetto. 

Sempre più spesso incontriamo narrazioni di ampio respiro che si misurano con i problemi sociali e psicologici, mettendo in scena, attraverso personaggi e trame complessi, le contraddizioni della Romagna contemporanea. Un genere che ha dato vita a capolavori come il romanzo Arsenico e vecchi merletti o la graphic novel The Mattress Sisters, opere cui si sono ispirati film e videogiochi, acremente derisorie nei confronti della morale borghese ma anche popolare, e, di conseguenza, nei confronti pure della letteratura verista, di cui finge un po’ di folklore di lingua, quel molto di coro borghigiano... Tuttavia, l’enigma che rimane irrisolto è quello della persistenza della nozione di noir: un’idea che ha popolato la nostra immaginazione per decenni».

«Non s’era detto di lasciar perdere quella sottoletteratura buona solo per disgraziati, gobbi, monomaniaci o latenti omosessuali?» sbottò il Capitano. Il JubJub sarebbe stato lieto di manifestare una volta tanto il suo accordo con il Capitano, ma, date le circostanze, restò zitto e fermo.

Folgorato dagli occhi scintillanti di rabbia del Vecchio Marinaio, il Maestro alzò invece un braccio, in segno di scusa: «Sì, era solo un esempio…».

«Non perdiamo di vista il punto. In prima approssimazione, perciò, un Evento è definibile come l’effetto che sembra eccedere le proprie cause. Lo spazio di un Evento, invece, è ciò che si apre nello iato che separa un effetto dalle cause». Earnest era tornato padrone di se stesso.

«Sì, è abbastanza corretto. Per maggiore precisione, ecco una nozione primaria di “Evento”: lo svelarsi dell’Essere, ovvero l’orizzonte di senso che determina come percepiamo e ci relazioniamo alla realtà. Accogliere questa epifania non è semplice: occorre un esercizio continuo dello sguardo sul mondo per cogliere segnali, soprattutto anomali, del sopraggiungere dell’Evento; un’incessante, drammatica necessità di relazionarsi con se stessi e con gli altri, portatori di diversità-novità. Un esercizio da cui dipende la nostra stessa vita: la costruzione dell’identità si gioca sulla capacità di ricollegare fra loro sia gli Eventi, con la maiuscola, sia gli accadimenti quotidiani, con la minuscola ma liberati dal velo dell’apparente banalità. Per dirla con Van Gogh: occorre vedere disegni e dipinti nelle capanne più povere, negli angoli più luridi. Bisogna avere un occhio capace di fare emergere l’essenza di luoghi, accadimenti, incontri altrimenti anonimi, al limite persino brutti, almeno secondo l’estetica di Instagram o di Vogue: come quello di Michelangelo, che sa guidarne la mano maieutica armata solo di martelli nello svelamento della Bellezza di una Verità nascosta dentro una pietra comune» rispose il Maestro.

«Il che ci porta a una contraddizione: un Evento è un mutamento nel modo in cui la realtà ci appare o è una trasformazione sconvolgente della realtà stessa?».

«Il mio amore sarà comunque per sempre!». Jay era ancora in stato confusionale.

«Per sempre… quanto dura “per sempre”?» chiese il Piccolo Ed.

«A volte, solo un secondo» rispose il Pescivendolo , fissando Edvard con lo sguardo di chi ha capito tutto della vita.

E sta cercando di dimenticarselo in fretta.


Il Maestro, gettata acqua sul fuoco del potenziale litigio, spense anche il macchinario: «Bene, l’esperimento è finito».

Sullo schermo aleggiò per qualche istante un’ultima immagine ipnagogica proveniente dall’ippocampo di Jay. Una reazione dovuta allo stato di coscienza del cervello alteratosi durante la semi-paralisi richiesta dalla procedura che il Maestro aveva seguito. Rappresentava lui e Daisy: un ricordo del giorno prima, o piuttosto una rielaborazione fantastica. I capelli dorati dell’uno e quelli infuocati dell’altra risplendevano sulla pelle dei corpi nudi accarezzati dal Sole. Le gambe sembravano quelle di due angeli che, provenendo da opposte, si fossero dati appuntamento in volo, a pelo d’acqua. Le teste vicine, attratte da una forza magnetica, s’allungavano leggermente per darsi un bacio. Un bacio né appiccicoso né lungo, ma che si ripeteva all’infinito col profumo e la freschezza di un fiore, e che nell’ora pigra di quel pomeriggio incantato sostituiva la parola più eloquente.

Un momento di estasi in cui i due innamorati percepivano tuttavia quanto possa disturbare la felicità altrui; dalle espressioni di scherno dei Pirati della Ciurma, che li guardavano a distanza di qualche metro, traspariva il tono dei commenti, acidi come quelli di un gruppo di ciarliere vecchiette ormai da troppo tempo entrate in menopausa. Il Cielo, il mare, i giovani che all’ombra della Fortezza Bastiani si davano un bacio: tutto viveva in un’armonia infinita, che traboccava dall’animo pieno di gioia della cavia che il Maestro aveva sottoposto alle sue negromanzie neuroscientifiche. A Jay di quella felicità non sarebbe rimasto che quel ricordo, in gran parte fittizio. Ma ai Pirati non sarebbe rimasto nemmeno quello – povere vecchie, v’è rimasto poco davvero, pensò Earnest.

«Credo che sia più chiaro adesso perché “realismo” è una brutta parola. Tutto è realistico. Non vedo nessuna linea di separazione tra l’immaginario e il reale, ha detto Fellini» affermò il Pescivendolo.

«Anche Harold Pinter, e mille altri» replicò Jay.

« Io personalmente andrei anche oltre: credo che il vero realismo non sia mai realistico. Io non sono quello che sono».

«Hai questa sensazione perché il cervello percepisce il mondo in maniera confusa, come attraverso l’obiettivo incrinato di una macchina fotografica, che ci restituisce delle immagini imprecise, rovesciate o invertite» disse il Maestro.

«Quindi che Daisy sia reale o un mio sogno, non cambia niente?» chiese l’innamorato (in modo molto grave, secondo la diagnosi emessa dal Tomografo prima di essere spento).


«L’importante è che non sia il sogno di Ed» ghignò il Custode. Il cui viso toccò così una vetta singolarmente alta di bruttezza.

«Ma chi può sapere chi è il sogno di chi?» domandò il Capitano.

«Quando ti troverai un paio di denti conficcati nella giugulare lo saprai!» gridò il Piccolo Ed.


«Fai silenzio, Ed» lo riprese il Maestro. «Il punto è che “cosa significa conoscere?” rimanda a un’altra questione, e cioè “cosa significa vedere?”. Quando esercitiamo i sensi, cogliamo oggetti reali o illusioni, create da quegli stessi atti percettivi con cui cerchiamo di entrare in rapporto col mondo, come nel caso di un bastone che, immerso nell’acqua, appare spezzato?».

«Anche se i genetisti hanno scoperto quelli definiti “strutturali”, frutto della disposizione di microstrutture che riflettono la luce, come nelle ali delle farfalle, i colori stessi restano derivazioni attive del cervello, entità soggettive della percezione» intervenne un po’ a sorpresa il Roc. Per combattere l’emicrania, era rimasto discosto, nel buio di un angolo, in posizione totemica, concentrato su una crepa del muro davanti a lui – in un’inquietante, per quanto involontaria, imitazione del Kingpin di Daredevil.

Il Capitano, che aveva ripreso il controllo, scosse la testa. «Dunque, secondo te, noi conosciamo solo ciò che percepiamo. Ma così diventa impossibile distinguere fra il viaggio immaginario nel mare profondissimo e imperscrutabile della mia mente e la navigazione reale nell’Oceano infinito di ciò che esiste fuori da me stesso».

«Allora se percepisco Daisy come la mia donna ideale, posso conoscerla solo come sogno irraggiungibile» concluse triste Jay.

«Quindi, se io la vedo come un Vampiro...».

«Piantala, Ed!!!!».

«A cminzègna, burdei?».

«Eh?».

«Ragazzi, non ricominciamo…».

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Qualche frecciatina a un certo tipo di letteratura, delegata ai piccoli alterchi fra i personaggi, non te la neghi, e fai bene. Haikueggiare è un eufemismo che mi ha divertito, anche qui ci leggo una frecciatina allo stravolgimento del vero spirito dell’Haiku. Insomma, dando la parola alle tue stravaganti creature proponi spunti di riflessione ma al contempo metti in discussione anche te stesso. La comunicazione è un’arma a doppio taglio, il confronto che provoca è la sua punta di diamante. Episodio molto bello, con qualche nota rosa verso il finale. Sei anche romantico, se vuoi:)Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

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Enrico R. ha votato il racconto

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Andreasololettore ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

-Lo vede questo sgabello? -Si lo vedo, è bianco -Ecco questo sgabello bianco NON ESISTE. (Intervista a Carlo Rovelli poi ironizzata perfettamente da Crozza)Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Concordo con Verte. Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Non so se oro, argento etc ma per me questo episodio va sul podio. Grande incipit, e poi chissà siamo noi dentro la stanza oppure è la stanza a esserci dentro La realtà, che mistero... Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Cinzia m. ha votato il racconto

Esordiente
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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente

Sempre bravissimo Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Ormai ti aspetto come il saluto dal varco. E mi faccio attraversare dalla tua storia che non racconti, la verseggi con una metrica che ti rende il suo unico e possibile cantore. Grazie!Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

Scrittore
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