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Narrativa

L'ORO DI MARIETTA

Pubblicato il 20/05/2020

In un borgo della Basilicata una bambina vive l'estate dei suoi sei anni a contatto con due fratelli affetti da disabilità intellettiva, la cui compagnia l'attrae e respinge inavvertitamente.

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Erano arrivati dalla città frenando bruscamente con la 500 nella via deserta, scatenando uno sbattacchiare di vetri e porte degli abitanti della strada riversatisi sui balconi o all'ombra delle finestre a inquisire, come se i gemiti gutturali di lui appena sceso dalla macchina fossero stati il segnale dato dal direttore d'orchestra alla banda rintanata nelle case in quel morto pomeriggio di luglio.

Sotto i vestiti il caldo era un'altra pelle e faceva ondeggiare l'aria nella quiete fremente di un post incendio. Lei aveva sei anni e giocava in giardino e la pace era rotta solo dagli ultimi gusci del glicine posto a tettoia di quell'angolo della casa. Quando toccavano terra facevano un suono spezzato di legno, simile ai versi franti di lui giù in strada.

«Shh» sentì sibilare ansiosamente.

Si alzò da terra per affacciarsi e scoprire chi avesse parlato e vide una donnetta vestita a nero e due giganti cui lei non riuscì ad attribuire un'età. Erano un maschio e una femmina. Lei, più remissiva, ciondolava intorno a lui, che emetteva impaziente dei ragli all'indirizzo della donna - evidentemente la madre. La madre si avvicinò al portone di una casa finora non popolata da nessuno, poi si volse ai bagagli lasciati nella polvere della strada, fissandoli assente. Sembrava di stare a teatro, la via deserta a fare da palco e la platea dietro le persiane da dove le pupille puntate sulla cavea cadenzavano lo svolgersi di una solitudine - l'unica cosa a trasparire dal tessuto luttuoso del suo abbigliamento. Fu allora che anche lei si riscosse e sentì lo scattare di una serratura: non si era accorta che nel frattempo suo padre aveva sceso le scale per andare incontro alla signora, che si rianimò grata. Lo vide scomparire nell'androne buio della casa, seguito a ruota dalla donna e dai figli, ma la femmina, prima di essere inghiottita anche lei dal fresco di quel pianerottolo, guardò su verso il giardino e le sorrise dolce.

Nelle settimane seguenti ebbe modo di carpire - per via delle imprecazioni della donna che piombavano come temporali estivi nella via - i loro nomi e così seppe che lui si chiamava Domenico e lei Marietta e che dopo un pellegrinaggio durato vent'anni in giro per l'Italia erano tornati lì, in Basilicata. Domenico aveva una tempra sismica, lunare. C'erano giorni in cui si sporgeva con metà corpo dal davanzale del secondo piano e si sbracciava a salutare chiunque passasse sotto e schiumava: «Ciao! Ciao! Ciao!» con un'urgenza di dialogo che cadeva muta, lasciandolo scombussolato per la tirannia del silenzio. Però la sera sembrava che - come accade a tutti- gli si attaccasse addosso con lo scirocco anche l'inquietudine. Si poteva udire qualche suono nervoso, mobili che venivano spostati senza tante cerimonie e mugolii. Marietta, invece, se non fosse per il profilo morbido che a volte trapassava il quadrato della finestra, non la si avvertiva quasi mai.

Lei, che solitamente il pomeriggio si dedicava all'unica attività possibile e cioè dormire, quell'estate non chiuse occhio e dalle fessure delle persiane cominciava dopo pranzo, quando tutti andavano a letto, ad allungare lo sguardo sulla casa di fronte, affascinata dai due fratelli. E quando i genitori si svegliavano e irrompevano nel soggiorno andando a preparare un caffè, sobbalzava come se stesse commettendo qualcosa di irrimediabile. Allora fingeva di star contando le banconote facsimile degli euro - regalo di Natale dell'anno precedente per inaugurare l'addio alla lira.

Il primo vero contatto con Marietta lo ebbe una mattina di inizio agosto. La signora aveva citofonato a casa loro, chiedendo se potessero scendere la madre e la bambina. Quindi, aggrappandosi alla mano della madre, era andata incontro al vagheggiato meeting mariettano, tenendosi un po' discosta.

«Sentite, mi è arrivato da Reggio Emilia tutto sto ambaradam di vestiti e giocattoli di quando Marietta era piccola e mo non so che farmene», aveva attaccato la donna rivolgendosi alla madre. Quel nome - Reggio Emilia - le era familiare in relazione alla signora. Forse se n'era parlato a tavola qualche volta, accennando al marito e a un altro figlio che erano rimasti su al Nord.

«Non si preoccupi, se vuole può lasciare qui qualcosa e poi mi organizzo io per smistare la roba»

«Ho visto che c'avete una bambina, allora a voi voglio dare la casa delle bambole di Marietta e mi pare che pure Marietta è d'accordo», disse girandosi verso la figlia che intanto osservava curiosa la bambina.

Era una casa di bambole a buon mercato, di plastica rosa big bubble. Marietta la prese e la portò un po' più in là, dove qualche vecchia si era messa con la sedia di vimini fuori casa a prendere un po' di vento. Lei la seguì e iniziarono, per tacito accordo, a giocarci.

Poi Marietta si abbandonò spossata su una sedia vuota, afflosciandosi in un grande sospiro. Lei vide prima di tutti il rivoletto giallo che scendeva dalla sedia e passava sotto la casa delle bambole a dipanarsi nella via come oro sotto al sole di mezzogiorno.






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Federico Baccomo ha votato il racconto

Scuola

Più che un racconto mi sembra l’estratto di un romanzo, che può essere un difetto per un racconto ma un ottimo sprone per dare aria all’idea. Di questo testo mi colpisce positivamente la lingua scelta, mi sembra di vederci ricerca e riscrittura, a dimostrazione che le prime frasi che ci vengono in mente non hanno quasi mai la forza di tenere il concetto che vogliamo esprimere. Anche se, quell’incipit claudicante meriterebbe di essere mutilato definitivamente.Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Maurizio Ferriteno ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Enzo Mugnolo ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Mi piace lo stile, ci sono alcuni passi veramente belli, ma mi ritrovo a fare un po' di confusione coi personaggi. Forse è colpa mia, o forse necessita di maggiore chiarezza. Certo, visto che nessuno l'ha notato, mi assale il dubbio che dipenda da me ;) Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore

Stile di scrittura elegante che si fregia di immagini molto evocativeSegnala il commento

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MariaTeresa ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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di Giulia Annecca

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