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Fantastico

L'ultimo inverno

Pubblicato il 03/05/2017

Ovvero quando fa VERAMENTE freddo.

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Mentre sognava  Anna fu svegliata da un suono scontroso di denti, i suoi, che cozzavano fra di loro e si trovò gelata, nel letto ormai ghiacciato, in preda ad un tremore incontrollabile. Si abbracciò stretta, che non poteva abbracciare altro nel letto solitario che occupava,  lei ragazza di provincia, selvatica e impaurita, arrivata da poco nella grande città,  viveva in un  monolocale sporco e impersonale del residence più vicino all'Università che avesse trovato. Tremava dunque e non poteva smettere, nè fare altro.  Allungando la mano contratta oltre il piumone sintetico cercò il pulsante della luce che il buio nascondeva, ma trovò solo un freddo doloroso, molto peggiore del freddo più freddo che avesse mai sperimentato. "Che mi succede?" pensò confusamente,  "sto male" si disse, ma non riusciva  affatto a pensare lucidamente. -Stai morendo- le disse il cervello,  -muoviti ti ho svegliata per questo... - Anna si immerse di più tra le lenzuola e si spinse fino in fondo al letto, poi sollevando alternativamente il materasso a destra e a sinistra strattonò con forza il piumone, lo liberò  e ci si arrotolò dentro il più possibile. Si buttò giù dal letto cosi bardata  e perse del tempo prezioso cercando ancora di accendere  la luce. Niente da fare,  non funzionava proprio la luce. Il pavimento era una lastra di ghiaccio,  regnava un silenzio totale, e il buio celava ogni cosa. Pattinando sugli angoli che il piumone le offriva, Anna si lanciò dove doveva trovarsi l'armadio,  lo aprì e ci si infilò dentro.  Trovò la giacca a vento e la indossò; allentando il meno possibile il piumone che la copriva indossò anche due paia di pantaloni, uno sopra l'altro e gli stivaletti con il pelo dentro, che teneva  per terra. "Meglio" pensò "ora va meglio" Uscì dall'armadio e tornò verso il letto. Si fermò davanti alla cassapanca che si trovava a metà stanza e ne estrasse lenzuola e asciugamani,  prese su anche la brutta coperta ruvida e marrone che al suo arrivo aveva trovato in dotazione al letto. Con le braccia colme di biancheria, avanzò piano piano e quando le gambe arrivarono contro al materasso, ci si lasciò cadere sopra e lì, sepolta sotto strati di panni diversi,  stravolta dal freddo e stremata per lo sforzo,  rimase, finchè non la travolse un bel teporino e il sonno non giunse inaspettato a cancellare tutto. 

Quando si svegliò di nuovo, un bianco abbagliante irrompeva dalla finestra. Era finalmente giorno. Anna scese dal letto rabbrividendo e corse ad affacciarsi, fuori sembrava tutto normale,  ma c'era una luce,  un nitore  assoluto , si distingueva ogni dettaglio,  ogni particolare del panorama che era solita vedere,  però non si osservava anima viva.  (Certo era ancora troppo presto.) La radiosveglia sul comodino non segnava l'ora.  (Certo mancava ancora la corrente.) Anche il cellulare era inerte e non si accendeva. (Certo era scarico.) Anna si diresse verso l'angolo cottura, pregustando una tazza bollente di latte e caffè, ma nemmeno la cucina a gas funzionava.  (Certo... ) Anna accettò finalmente il fatto che qualcosa non andava, forse  mentre lei dormiva  era successo qualcosa che aveva imprigionato il mondo intero nel freddo di una nuova glaciazione, forse erano tutti morti... In preda al panico Anna uscì del suo appartamento e cominciò a bussare alle porte che affacciavano sul suo piano. Nessuno rispose.  Anna picchiava sempre più forte come impazzita. Piangendo scese le scale,  apri il grande portone di vetro che dava sulla strada e uscì all'esterno.  Il freddo era quasi intollerabile, si strinse nel piumone che non aveva mai abbandonato e si diresse incerta lungo la strada. Anna camminava, fermandosi a controllare che dentro ogni macchina  parcheggiata lungo la via,  non ci fosse qualcuno.  Ma tutto intorno non c'era nessuno.  Anna continuava a camminare e più si allontanava dal punto in cui abitava,  più il panorama si faceva  approssimativo e confuso,  i palazzi avevano contorni spezzati, le ruote delle automobili sulla strada sembravano  originarsi dall'asfalto stesso e le portiere sembravano fuse nella carrozzeria, niente era più a fuoco.  Anna continuò a camminare fino a che una nebbia, via via sempre più fitta, confuse i contorni di tutte le cose. Proseguì  fino a quando non rimase più nulla se non un grigio spessore sotto i piedi. Mentre andava il silenzio la pervase e una grande quiete le riempì l'anima. Così continuò per la sua strada e  ad un tratto le parve di intravedere una forma nella nebbia,  poi un'altra. Le forme si susseguivano e piano piano divenivano più dettagliate e nitide.  Ora sembravano ordinate palazzine grigie,  le facciate ricoperte di piccoli mattoni scuri,  i tetti di lucida ardesia nera.  Anna non riusciva a credere ai suoi occhi, mentre procedeva e l'aria si faceva via via più trasparente  e limpida. Quando  arrivò nel punto in cui la visibilità era  massima capì di essere al centro di quella strana rappresentazione della realtà. Si fermò quindi è si guardò intorno. La temperatura si era fatta più tiepida,  faceva quasi caldo ora. 

Lo capì prima ancora di vederlo. C' era qualcun altro lì oltre a lei.  Poi vide un ragazzo seduto su una panchina. Aveva il capo chino e si teneva la testa fra le mani. Anna capì che tutti gli avvenimenti della notte precedente e le stranezze della mattina, ogni fatto accaduto e ogni cosa successa,  tutto, tutto aveva come origine e fine ultimo di portarla lì dove si trovava ora. 

Anna si diresse verso di lui. 

































































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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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