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Narrativa

L'ultimo racconto

Pubblicato il 20/05/2019

Una pagina di diario

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Foglio bianco. Penna bic nera, senza cappuccio; dov'è finito? Non importa.

Mozzicone di matita, stretto di traverso tra i denti: fa tanto sciabola delle feroci tigri di Mompracem.

Questa folle giostra è iniziata così, tanti anni fa. Sul sussidiario, pagine e pagine di libri famosi: Il piccolo principe, filastrocche di Rodari, Il GGG, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Piccole DonneCuore (che schifo...); poi, un maestro con l'ossessione della lettura, anche poesie, propinate a ragazzini che faticavano a stare seduti su una sedia. Io, invece, rapito dalle parole:

Il vento portò via i cotoni

alle cinque della sera.

E l'ossido seminò cristallo e nichel

alle cinque della sera.

Non avevo capito nulla, ma... uau: allora sembrava una cosa importante, sicuramente una cosa da grandi.

– Il maestro ci ha letto una cosa stranissima oggi, zia!

– Non si dice cosa, Céchi...

– Ci ha letto una... una... una poesia! La mamma dice sempre che non si usano i soprannomi.

– Non ti piace che ti chiami Céchi? È dialetto.

– No, a me piace...

– Bene, e com'era questa poesia?

– Bella, credo; ma parlava di cose... cioè, parlava di uno ucciso da un toro.

– Bé, qualche volta succede anche questo. Si possono leggere molte storie diverse nei libri; alcune belle, alcune brutte. A volte, sono proprio i libri ad essere noiosi, ma capita raramente. Vai su in camera di tuo cugino e digli di darti il libro che ho lasciato sulla scrivania.

Eccolo: Le tigri di Mompracem, una vecchissima edizione di edicola da pochi soldi; dietro c'è anche Le meraviglie del 2000. Di Salgari, si sa. Da allora, ho consumato pagine su pagine; e anche suole di scarpe, vestiti. Ho consumato persino due o tre computer e molte persone: qualcuno è andato, qualcuno è arrivato; al centro ci sono io, ma potrei anche non esserci: in realtà, preferirei non esserci. Vorrei poter ascoltare storie per tutta la vita. Cominci a raccogliere storie, qualcuna te l'inventi, ed ecco che cominci a scrivere.


Foglio bianco. Penna bic nera, senza cappuccio. Il mio ultimo racconto.

Forse, dovrei infilare questo foglio nella macchina da scrivere - sì, ho una macchina da scrivere. Renderebbe la faccenda più epica, no? L'ultimo racconto: un foglio a macchina battuto fitto da lasciare sulla scrivania e andarsene. Mi sa che ho visto troppe volte i film di Sergio Leone. Meglio scriverlo a mano, come tutti gli altri, e infilarlo nel cassetto, come tutti gli altri, dove potrà essere dimenticato.

– Perché proprio ultimo? Cos'è, ti è presa la malinconia? Le cose non vanno come vorresti e scappi? Tipico...

– Zitta, coscienza. Poi, non si dice cose...

– No, hai ragione, signor Bembo, non profaniamo la volgar lingua. Sarò più specifica, allora. T'è presa la malinconia perché ti sei ritrovato senza voglia di studiare, di finire ciò che hai iniziato. Per te, è la prima volta e non sai che fare. Lasciare tutto o spenderci ancora tempo, ma quanto e per arrivare dove? Poi, quale sarà il tuo obiettivo? Vuoi una casa, una famiglia? Certo, ma con chi ci vivrai? T'è presa la malinconia perché per due volte ti sei ritrovato in macchina da solo per chilometri: la prima volta, in un viaggetto fatto per te stesso, ti sei annoiato; la seconda, per andare a trovare una persona, non vedevi l'ora di arrivare. Hai levato il piede dall'acceleratore solo quando la lancetta ha toccato 160 e ti sei spaventato; da chi correvi? Da lei. Allora, t'è presa la malinconia perché hai capito che la vita è resa speciale dalle persone che ci stanno dentro con te. Oh, non c'è più nessuno? Mi spiace, dovevi pensarci prima... 

– Meno sarcasmo, magari...

– Certo, certo. Quando ti sei accorto che eri solo, hai fatto una scoperta: ehi, non fa male! No, non fa male. Sei stato solo per vent'anni, hai dovuto arrangiarti e ora non è diverso. Sai cos'è diverso? Che ti sei innamorato, Cristo! Hai fatto la cosa più stupida che si potesse fare: hai provato amore per un altro essere umano. Ti riempie la vita e la testa: faresti tutto per lei. Ma non siamo stabili, se oggi, per la prima volta, hai bisogno di qualcun altro e lei, in realtà, non c'è.

– Hai detto di nuovo cosa...

– Perché l'amore è una cosa, ce l'hai ficcata in mezzo al petto come una coltellata. Non scrivi più d'altro, non pensi più ad altro, non ci dormi più la notte. È un'illusione. Hai fatto incetta di illusioni: amore, altrove, ambizione.

– Non è forse giusto seguire le proprie illusioni, i propri sogni? Scusa, coscienza, ma il tuo disfattismo non mi piace.

– Questo te l'ha detto lei, vero? Ti ha convinto, certo; è intelligente, uno splendido esemplare di essere umano, è matura per la sua età. Come sei maturo tu, però; e ti accorgi quando evita il discorso. "Non bisogna rinunciare ad una passione perché alimenta illusioni": allora, corrile dietro per sempre solo perché le vuoi bene. Scrivi racconti che non leggerà nessuno. Sarai sempre bloccato nelle illusioni.

– Allora, che devo fare?!

– Scrivi il tuo ultimo racconto. Mettici quello che sei veramente: tu sei solo la lotta tra te e me, la tua coscienza.

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Claudio Bandelli ha votato il racconto

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L'avrei finito con "tra te e me". La lotta con la coscienza è sempre interessante.Segnala il commento

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Viola ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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LadyEffe ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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di Francesco Mola

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