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Horror

L'uno percento

Pubblicato il 23/11/2022

Primo racconto di una inesistente raccolta intitolata "Manutenzioni". Qui si racconta dei Pezzi, manifestatisi un giorno nei corpi degli esseri umani, e della loro manutenzione.

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L’uno percento


Digrigna i denti.

Preferisce andarci in bicicletta, al lavoro. È per la schiena. Quando la colonna vertebrale scricchiola digrigna i denti, è un tic. Fa un rumore di pastiglie consumate, un fischio. E si fa scrocchiare le falangi, una a una, e altre ossa producono rumori che la gente trova sconcertanti. Sua nonna, che soffriva di un’artrite totalitaria (chiudendosi pian piano su se stessa come un riccio), ogni volta che le ginocchia le crocchiavano fragranti amava ripetere: Oplà, l’è scappata l’anima.

Pedala piano, distende le ginocchia, clic, cloc. In laboratorio (o in officina) ci lavora da solo. Sta sul canale, accanto alla piccola chiesa medievale. Rossa, intatta, sconsacrata: un museo, pieno di fotografie, in bianco e nero (pare). Non ci è mai entrato. Meglio il fuori. Pensare di inoltrarsi in quei mattoni è come entrare in un ventre molle, di sangue. È umido, vede la pietra grondante.

Frena, i pattini fischiano, la ruota davanti si blocca, sobbalza. Mette giù il piede, tira su col naso. Si raddrizza, digrigna i denti.


L’officina sta sotto, è buia ma ventilata. Sta sotto il livello del canale, ma il canale è asciutto, lì tutto è asciutto. Da anni. È un bene. È necessario per la conservazione dei Pezzi. Non c’è niente di peggio di un ambiente umido. Recuperare il Pezzo non è mai impossibile, ma è un lavoro di settimane. Il tempo è un fattore importante, i clienti tendono a farsi subito impazienti. Una cosa inspiegabile, se ci pensa, visto che i Pezzi sono una scoperta recente. Il primo Pezzo si è manifestato ed è stato isolato appena ventun anni fa. Non ci è voluto molto perché gran parte della popolazione ne volesse uno. Ci è voluto molto di più perché gli scienziati (perplessi anche loro) riuscissero a spiegare che non era così che funzionava.

Accende le luci, una a una. Si gode gli scatti degli interruttori. Nel Paese, di Manutentori bravi come lui ce ne saranno altri cinque, sei. Ha ricevuto offerte molto generose da Mosca, Pechino, Tokyo, Kuala Lumpur. Si è abituato lì, non saprebbe che farsene di un cambiamento. Volare, poi, non lo convince. Non è la paura di cadere; è più una diffidenza nei confronti del decollo. Ha come l’impressione che potrebbe non sopravvivere alla sensazione di staccarsi da terra. Sarebbe un peccato, o sarebbe bellissimo, non sa decidersi.


I Pezzi riposano nelle teche di vetro. Oggi è giorno di consegne.


Va in bagno. Le piastrelle sono bianche e lucide, lo specchio immacolato. Si siede sulla tazza e caga con uno sguardo assente. Sulla parete di fronte sta appesa una copia del Perro di Goya, una delle Pinturas Negras. Il cane che annega nella sabbia, solo la testa fuori. Lo sguardo disperato, che cerca. Ogni mattino lo guarda e prova la stessa nostalgia: la mancanza di qualcosa che non ha mai avuto. Si pulisce con cura, poi si lava mani e braccia fino ai gomiti, piedi e caviglie, faccia orecchie e collo. Si spazzola i denti una seconda volta, per eliminare eventuali particelle assorbite nel tragitto da casa. Si cambia i vestiti. Si guarda allo specchio, mostra le gengive, arriccia le labbra, sorride. Piega il collo da un lato facendolo scrocchiare. Poi dall’altro.

All’inizio le teorie sui Pezzi erano diverse, e confuse. Si era parlato di un virus. Di una mutazione che portava un nuovo tipo di tumore. Qualcuno aveva sospettato una truffa, o una specie di trovata pubblicitaria, e i primi casi erano stati esaminati e riesaminati (vivisezionati, alla lettera). Si era concluso che Apple e Microsoft non erano coinvolte, Tesla era stata guardata con diffidenza per qualche mese, Amazon non era stata “assolta” per anni. Per un periodo i Pezzi erano stati trattati come evoluzioni di microchip (che di micro non avevano niente), tecnologia da spionaggio, materiale da intelligence militare.

In tre anni le manifestazioni segnalate avevano superato i dieci milioni in tutto il mondo. Quindi, in un anno l’esplosione. Due miliardi. L’anno dopo erano raddoppiate. In cinque anni metà della popolazione mondiale aveva manifestato un Pezzo. E gli scienziati avevano dovuto convenire su qualcosa. Un nuovo organo, un nuovo scalino dell’evoluzione. Non ne avevano idea, poveretti. Lì li aspettava la religione.


L’unica cosa certa è che i Pezzi, come tutto, hanno bisogno di manutenzione. Un lavoro paziente, meticoloso. In segreto, a volte si è paragonato ai monaci amanuensi o ai mosaicisti di Ravenna. Ma non è arte, lo sa. Gli capita di sentirsi come un operaio in una fabbrica abbandonata: tutti gli altri sono andati oltre, e l’hanno lasciato lì a occuparsi dei Pezzi. L’ultimo prodotto industriale. Che però nessuno produce. Cresce, o meglio “si manifesta”.

Apre una teca. Soddisfatto dal peso, solleva il Pezzo dal suo letto di petali. Nei primi tempi volevano chiamarli Uova. Ridicolo. Innanzitutto, sono sferici. E nessuno è mai riuscito ad aprirne uno. Le uova si rompono.

Assomigliano a preziose Uova di Fabergé, si diceva. Probabilmente, quando i Pezzi erano diventati miliardi, il nome industriale era sembrato più adeguato. Un Uovo di Fabergé è unico, aristocratico. Ormai, quasi tutti hanno un Pezzo dentro di sé. Certo, in quanto Manutentore, sa che ogni Pezzo è diverso dall’altro. Se fosse davvero l’Anima, come (a quanto pare) sostengono in tanti, dovrebbe essere unica, indivisibile, eterna.

E lui e i suoi colleghi sarebbero Manutentori dell’Anima. Mah.


I clienti vogliono i loro Pezzi lucidi e come nuovi. Poi li rimettono nei propri corpi umidi e di sangue, dove i Pezzi ricominciano lentamente a marcire.


Naturalmente, lui non ha un Pezzo. I bravi Manutentori ne sono sprovvisti. Non è una regola, non ci sono regole in un campo così nuovo e vago, ma è un fatto. I fatti, pensa lui, battono le regole.


Il Pezzo è di un rosa delicato, ha l’aspetto dell’acciaio, la sua curvatura ricorda un orizzonte più ampio, mai visto, linee incastonate lo attraversano, due meridiani che s’incontrano ai poli, di una sfumatura carminio dalla consistenza carnosa. Ogni volta che lo pesa, la bilancia dà un numero differente. Sì, non è qualcosa che può essere “cresciuto”. Fino a un certo momento non era, e in un momento esatto è stato.

La signora Diletta, ad esempio, dice che l’ha sentito dentro di sé come una voglia improvvisa di fragole. E poi un dolore tenue e malinconico, seguito da un rossore, come di scalmane. E in un istante il Pezzo era lì, non era più una novità. La signora Diletta è parecchio alta, la faccia lunga e schiacciata, il collo bello, morbido, lascia una scia di profumo dolce che resta in bocca, con uno scalpiccio di sandali. Quando viene a ritirare il suo Pezzo, paga sfiorando il banco con il polso leggero, dai toni azzurri, fa un sorriso largo e si china ad annusare la sfera rosa. Ciò che annusa, lei non lo sa, è il novantanove percento della manutenzione. I clienti non fanno domande sul come. La specializzazione è sacra. Il Manutentore è un sacerdote da rispettare e non disturbare.

Giacinti. Lo scriveva Ezra Pound. Lo scrivevano altri. Giacinti. Rosa, viola, azzurri, gialli, bianchi. I loro petali ricurvi assorbono la muffa che spunta dalle scanalature della sfera, si prendono il marcio, restituiscono al Pezzo il suo splendore iniziale. Compera subito giacinti / per nutrire la tua anima.

Poi la signora Diletta spalanca le fauci e inghiotte il suo Pezzo. È curioso vederlo compiere il suo tragitto nell’esofago, come un topolino ingurgitato da un serpente. È tutto molto naturale, però.

I suoi occhi si spalancano per una specie di estasi, poi brillano e si fanno aguzzi, quindi un leggero rutto. Si scusa, saluta. Il Manutentore resta con il suo profumo sulla punta della lingua.


Resta un uno percento della manutenzione.

Un qualcosa di oscuro e segreto. Non petali di fiori, ma sangue.

Ora il Manutentore sta chiudendo le teche e sta spegnendo le luci. Una a una. Esce sul canale asciutto e slega la bicicletta. Guarda la chiesa rossa con un brivido, mormorando qualcosa di sacrilego. Quindi parte scricchiolando.


Eccolo che svolta a destra, sull’acciottolato, traballa, trema, il mento sussulta, i denti battono, le nocche sbiancano, le emorroidi sanguinano. Attraversa il viale, lanciando occhiate, muove la testa come un uccello, allarga le narici e punta il negozio all’incrocio. La fioraia si chiama Gilda.

Come ogni pomeriggio, giacinti freschi, un mazzo enorme, da infilare nel cestino. Gilda sorride sempre, a quell’uomo lungo e storto dai modi educati. Non gli chiede mai per chi sono quei fiori, ma lui sa che un giorno glielo chiederà, perché non sa che è un Manutentore, e i Manutentori sono sacerdoti da non disturbare. E glielo chiederà, oggi glielo chiederà, adesso glielo chiederà, e allora lui dovrà invitarla giù sotto il canale, dovrà cambiare fioraia, giusto in tempo per rabboccare la riserva dell’uno percento della manutenzione.


Là sotto tutto è asciutto, lo vogliono i Pezzi. Tranne il sangue.

Il sangue fuori non è come il sangue dentro.

Meglio il fuori.


Gilda gli porge il mazzo di giacinti, tutti blu.

«Posso farle una domanda?»

Il Manutentore sospira. Da una parte Gilda è utile al suo lavoro, dall’altra prova qualcosa per quella donna sorridente che vende fiori. Tante volte ha pensato di invitarla a bere un caffè. Lui non beve caffè. Ma per lei forse l’avrebbe fatto, solo un piccolo caffè, in una tazzina minuscola, trattenendo una smorfia di disgusto, scrocchiando le falangi.

Non l’avrebbe mai invitata, è una cosa impossibile.

Non è una regola, è un fatto.

Allora il Manutentore indica i giacinti e pronuncia le tre parole che danno inizio a tutto. Che quasi sempre danno inizio a qualcosa.

«È un segreto.»


Anche Gilda ha una bicicletta. Alle sei è quasi buio e lei chiude il negozio e inforca la bici. Attraversa l’incrocio, scende il viale, gira a sinistra e arriva sul canale asciutto. Incontra un tram che arranca sui binari, scampanellando. Si fa da parte, sorridente. Saluta.

Si ferma davanti alla chiesa rossa, dove il Manutentore la aspetta.

Lo saluta, si sporge come per baciarlo ma sta solo lanciando uno sguardo oltre le sue spalle, al ventre della chiesa. «È qui?» chiede.

Il Manutentore scuote la testa e le spalle e la schiena, attraversato da un brivido. La scorta giù all’officina, al laboratorio. Nessuno li vede, non c’è mai nessuno che guarda quando accompagna giù l’uno percento. Lui è attento e preciso, certo, ma sembra una specie di incantesimo, come se tutti si mettessero d’accordo per guardare da un’altra parte in quell’esatto momento.

Non bisogna disturbare il Manutentore. Il suo è un lavoro prezioso. Il più prezioso al mondo.


Le mostra le teche, con i Pezzi adagiati sui letti di petali.

Gilda spalanca gli occhi. Sembra orgogliosa di contribuire alla manutenzione. Lui le spiega che quello è il novantanove percento del lavoro.

Lei chiede di vedere l’uno percento. Naturalmente, dice il Manutentore. È lì per quello.

Lei fa un grande sorriso. Anche il Manutentore cerca di sorridere. Nell’officina si sentono lo stridore e lo sferragliare delle ossa e dei muscoli della sua faccia. Oplà, l’è uscita l’anima, sente dire a sua nonna.

Per un istante immagina di salire su un aereo con Gilda la fioraia, di staccarsi da terra accanto a lei. Ha una breve vertigine.

Poi gira la chiave arrugginita, tre volte, e apre la porta di ferro che dà sull’antico battistero, sotto la chiesa rossa.

Dove il sangue resta fresco.


Nella penombra, la vasca di marmo emette un bagliore rosato. Accanto, in un cesto, come uova pasquali, stanno cinque Pezzi. Sono coperti da una specie di muffa, o muschio, rilasciano un odore di marcio. Nella poca luce, sembrano circondati da un’aura verdastra.

Uova marce, pensa Gilda.

Il Manutentore le spiega con una voce calma, da specialista, come il sangue nella vasca debba essere fresco e sempre nuovo. Ne serve solo una goccia per Pezzo, fatta cadere sul polo nord, al centro delle scanalature. Una goccia, più novantanove petali.

«Dove trovi il sangue?» chiede lei.

Oh, dice lui. Oh. «All’inizio provavo con il mio, piccoli prelievi. Poi, il mercato nero delle trasfusioni. Ma il risultato non era… perfetto. La pulizia era superficiale, la manutenzione non durava. Dopo una settimana, il cliente tornava con un Pezzo conciato peggio di prima. I Pezzi marci, ti fanno stare male, lo sai?»

«Lo so» dice lei.

Poi si volta verso di lui e lo fissa. «Tu come fai a saperlo?»

Il Manutentore ripone nel cesto il Pezzo che stava mostrando, con cautela. Poi solleva gli occhi gialli su di lei, alzando le spalle, sporgendo il collo come un avvoltoio.

«Tu non ce l’hai» spiega Gilda. «Tu un’anima non ce l’hai.»

Lui annuisce, sorpreso. Poi, visto che è una fanatica religiosa, le spiega bene come attira le sue vittime laggiù, come ne estrae l’uno percento e come si libera dei corpi, seppellendoli nella cripta sotto la chiesa rossa. Le spiega che l’Anima, come la chiama lei, preferisce il sangue di una vittima. Le spiega che per la manutenzione di quello che lei chiama Anima, ci vuole un sacrificio.

Con gli occhi spalancati, Gilda annuisce a tutto.


La chiave arrugginita gira tre volte.


Le teche di vetro vengono aperte.

Dai giacigli di petali vengono sollevati i Pezzi.

Belli. Puliti. Come nuovi.


Le luci vengono spente. Una a una.

Nel bagno, un cane guarda dalla parete, la testa appena fuori dalla sabbia, in cerca di aiuto.


Gilda sale le scale con un cesto ricoperto di petali di giacinti. Ormai è buio. Guarda l’ingresso della chiesa rossa. Sospira, poi sorride. Accarezza il mucchio di petali, che coprono le sfere perfette. Ora potrà dare i Pezzi a chi se li merita. A chi non li lascerà marcire dentro di sé. Afferra il manubrio della bicicletta e inizia a spingerla lungo il canale asciutto.

La Manutenzione è sacrilegio. È blasfemia. È peccato.

Fermerà tutti i Manutentori, uno a uno.

E forse, poi, potrà avere anche lei il suo Pezzo. Potrà avere anche lei la sua anima. 

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bistrot ha votato il racconto

Esordiente

ben fatto, pulito e nitido. Lo stile è quello che, a quanto pare, oggi va per la maggiore.Segnala il commento

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Rubrus ha votato il racconto

Esordiente

La premessa contribuisce a rendere più chiaro lo scenario, perchè le premesse e il retroscena sono piuttosto complessi e certamente richiedono un certo sforzo per sospendere l'incredulità , ma d'altronde non ci possiamo e probabilmente non ci dobbiamo abituare a storie bell'e cotte e mangiate. Forse avrei accorciato un po' la parte iniziale, ma il racconto mi è piaciuto e l'inversione dei ruoli alla fine arriva inattesa q.b. Segnala il commento

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lAm!bisko ha votato il racconto

Esordiente
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. ha votato il racconto

Esordiente

Agghiacciante e allucinante visione di un mondo che non ci appartiene, e in cui non vale la pena vivere, almeno secondo i miei gustiSegnala il commento

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di Luca Franzoni

Scrittore
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