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Narrativa

L'uomo senza vita

Pubblicato il 03/05/2019

Un giorno come un altro, camminando.

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L'uomo senza vita camminava.

E camminava senza sapere dove stesse andando.

Succedeva sempre così negli ultimi tempi, non che gli importasse. Abitava in periferia, ma i suoi pensieri l'avevano portato in pieno centro, sul viale principale di quel nuvoloso sabato pomeriggio di maggio.

L'uomo senza vita camminava sospinto dalle onde dei pensieri e sembrava non curarsi della marea di persone che lo attraversava. In realtà non pensava praticamente mai a niente. Solo un pensierino alla volta, piccolo e insignificante. Di solito era un'immagine che gli entrava in testa e se ne stava lì, senza dire o domandare. Nessuna rivelazione in ogni caso. L'uomo senza vita camminava osservando la sua immagine riflessa nelle vetrine. Camminava e guardava. Passo dopo passo. Vetrina dopo vetrina.

L’uomo senza vita camminava, quando un flebile e lontano suono insinuò un brivido nel suo torpore.

Ding! L'uomo senza vita sentì un peso ammassarsi sul cuore.

Ding! Non riusciva a capire cosa fosse ma sapeva che era lì.

Ding! Era come non riuscire a trovare qualcosa che si ha sotto il naso.

Ding! Il suono ora più forte lo aveva ormai completamente svegliato.

Ding! Poi comprese.

L'uomo senza vita si fermò davanti ad un'agenzia viaggi, e tra una verde isola tropicale e la gialla notte di una capitale fissò la sua immagine riflessa. Solo che non era proprio la sua immagine. Intanto l’uomo dall'altra parte sorrideva, e sembrava più, come dire, “piacevole”: capelli a tinta unica, pelle abbronzata, abbigliamento di classe, e ostentava una sicurezza che l’uomo non aveva avuto nemmeno il giorno in cui era nato. Mistero. Ricadde in un nuovo torpore, concentrato e sconcertato. Era una cosa prodigiosa. Forse una trovata pubblicitaria del negozio? Poco probabile. Forse questa volta si era perso per troppo tempo? Disidratazione? Colpo di sole? Eppure si sentiva bene, per quanto questo stato si addicesse alla sua mancanza di vita. E allora? Riuscì faticosamente a staccare gli occhi dalla vetrina e si guardò lentamente attorno, indeciso se fermare qualche passante e renderlo partecipe del suo mistero. Figuriamoci, l’avrebbero guardato come si guardano i pazzi. Senza contare che quelli non lo guardavano per niente, passavano annegati nei loro milioni di pensieri interessanti e frenetici. Ritornò a concentrarsi sul suo riflesso e un nuovo particolare lo colpì violentemente. Vacillò sulle gambe malferme, quasi che fosse stato colpito da un vaso caduto da uno di quegli attici inarrivabili per altezza e tasca. Accanto all’agenzia viaggi c’era un negozio di strumenti musicali dal quale usciva una musica strana che non conosceva. Nelle vetrine decine di chitarre multicolore, lucide e fiere, bassi imponenti e persino un pianoforte a mezza coda, e in mezzo a tutto ciò ancora lui. Solo che non era proprio lui, e non era nemmeno quello dell’agenzia viaggi. All’uomo senza vita adesso girava la testa in un vortice di incredulità e incomprensione. L’uomo in mezzo alle chitarre aveva più o meno la sua stessa brutta cera, se non peggiore, i pantaloni strappati alle ginocchia, e una maglietta scolorita con la parola “Tivoli” scritta con un pennarello nero sul petto. I capelli erano lunghi fino alle spalle, sporchi e spettinati. In generale dava l’impressione di vivere in un mondo dove farsi la doccia non era più un’abitudine. Questo riflesso non sorrideva, anzi, pareva accigliato e triste, ma aveva una luce negli occhi che l’uomo senza vita non aveva mai visto nelle sue annoiate ispezioni mattutine davanti allo specchio.

L’uomo senza vita fu assalito dalla fortissima sensazione di essere piombato in un sogno, assurdo e perversamente divertente. Arrivò persino a pensare di essersi addormentato nel suo vagabondare e di non essersene reso conto. La gente attorno a lui sembrava non accorgersi di niente, eppure era così evidente! Passava da una vetrina all’altra, da un sé stesso all’altro, saltellando ora su una gamba ora sull’altra in una danza ridicola, e accompagnando ogni movimento con le domande che adesso fluivano in cascata nella sua mente impazzita: Chi sono questi me? Cosa vogliono da me? Perché se ne stanno lì e non dicono niente? Quanti me esistono?

E un’altra idea gli balenò davanti agli occhi come una fucilata. Iniziò a correre freneticamente verso nuove vetrine e nuovi riflessi di quel sabato pomeriggio nuvoloso di maggio, incurante della gente che urtava e che lo malediceva. Nel momento stesso in cui si piazzava davanti ad una vetrina appariva un nuovo sé uguale ma diverso, un riflesso uguale e contrario allo stesso tempo, un uomo che era sì lui, ma rigurgitante di vita!

L’uomo senza vita si fermò. Immobile in mezzo al viale. La gente adesso lo guardava davvero, e continuava ugualmente ad evitarlo. Dalla sua posizione non vedeva nessun riflesso, nessun sé stesso, ma non ne aveva più bisogno.

Alzò le braccia in una grande V e liberò l’urlo muto che lo soffocava per dire agli angeli che aveva capito. E pianse.

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di Radiocienfuegos

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