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Narrativa

La bicicletta

Pubblicato il 21/05/2018

Una madre in campeggio. Una giornata difficile. Una bicicletta troppo grande.

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Quella volta era successo perché aveva ignorato un ordine preciso. Era stata molto chiara e Livia sapeva bene che non bisognava disubbidire. Non fare quella discesa, le aveva detto. 

La sentì prima ancora di vederla. Le urla di sua figlia riempivano il campeggio congelando l’ordinario via vai dei villeggianti che a quell’ora tornavano dalle docce cotti dal sole e dal sale del mare di Calvi. La Corsica odorava di eucalipto e polvere rossa e la terra dura, di pelle conciata, tale e quale alle facce dei pescatori locali, rendeva la veranda della roulotte ancora più difficile da tenere pulita.

Era stata tutto il giorno dietro ai piedi sabbiosi delle bambine e ancora non aveva pensato alla cena. Con l’arrivo della sera, niente era come sarebbe dovuto essere. Ci mancava giusto che quella incosciente di sua figlia si sfracellasse contro il muretto di pietra al termine della ripidissima discesa che portava dritta dritta ai lavatoi e ai bagni comuni del camping.

Quella ragazzina le dava un sacco di preoccupazioni. Aveva quattro anni e, neanche fosse stata educata dai lupi, si comportava da selvaggia, saltellando a destra e a manca appresso alle piccole cose dei bambini: dare la caccia alla coda di una lucertola, seguire le formiche fin dentro le loro tane, custodire pietre magiche dalle forme curiose che poi, puntualmente, ritrovava sparse in giro tra le sedie di quel salotto montabile fatto di plastica e tiranti. Livia era capace di tornare a casa con un graffio nuovo ogni sera, la tuta sdrucita su entrambe le ginocchia, le macchie di gelato alla fragola che preannunciavano un altro odioso pomeriggio passato a lavare i panni nella lavatrice della hall del campeggio.

Insieme a Clara, la grande, mostravano un atteggiamento irriverente e provocatorio. E ci fosse mai stata una volta che Roberto avesse preso le sue parti. Ridevano insieme, loro. L’irriconoscenza per gli sforzi che compieva bruciava più delle espressioni di scherno di quelle due ragazzine di quattro e nove anni, molto diverse dalle figlie ossequiose dai cerchietti rosa confetto che aveva immaginato per sé. In combutta con il padre si beffavano di lei e del suo complesso sistema di fabbricazione di regole e orari. Come se la disciplina delle lancette e delle superfici fosse in grado di ordinare gli angolini e le pieghe del suo universo di giorni, dandole potere sul flusso caotico degli eventi. Il controllo della situazione. Per allontanare ogni paura e tenere la sua famiglia al sicuro.

Il pianto si faceva via via più vicino. Era già complicato stare attenta a che entrambe si mettessero la crema, non stessero troppo in acqua, avessero la testa bagnata e i costumi sempre asciutti. Ora che Livia si era davvero fatta male avrebbe passato il resto della vacanza ad ascoltarne i piagnistei ogni qual volta si fossero fermati per fare un bagno. Mamma l’acqua mi pizzica, mamma la sabbia si appiccica.

Uscì e andò incontro alla bambina che zoppicava tenendosi la coscia nuda. Un rivolo di sangue scuro le correva giù lungo il polpaccio e i suoi occhi, azzurri come le acque della costa, si stagliavano luminosi, arrossati dalle lacrime che andavano formando un ingorgo limpido sulla barriera delle ciglia inferiori. Quando la vide, coperta da una maschera d’ira rossa e viola, sua figlia rimase immobile.

Sentiva le scuse, la preghiera di non farle male, che era stato un incidente, che le dispiaceva averla fatta arrabbiare. Ma l’invocazione di misericordia non poteva essere accolta: bisognava impartire, almeno alla più piccola, una lezione sull’autorità, affinché quel potere, che le sembrava sgusciasse via dalle dita, si imprimesse indelebile sulla pelle della bambina.

La colpì con le mani, forte, sulla ferita e ovunque i suoi schiaffi riuscissero ad arrivare. Le gridò tutta la sua furia, la frustrazione per quel mondo che, nonostante i suoi sforzi, non poteva controllare a piacimento. Fino a che Livia non smise di urlare, un gomitolo di braccia e gambe, per offrire meno spazio possibile ai colpi rapidi che calavano in successione.

La bicicletta, troppo grande, da toccarci a malapena con le punte, era rimasta mezza ammaccata giù lungo la strada sterrata. Ordinò a Livia di andare a riprenderla e riportarla su alla piazzola. Che guai a lei se fosse tornata senza. Quando la bimba scomparve, celata allo sguardo dalla pendenza del terreno, i battiti cominciarono a scalare, il viso si rilassò. 

La bestia materna tornò a cuccia tra le fibre dello stomaco, liberandola dal peso della collera. Riprese a respirare. Al ritorno, le avrebbe medicato la ferita con acqua ossigenata e mercurio cromo, un cerotto appiccicoso come il senso di colpa. 

Ora però era davvero in ritardo. Doveva concentrarsi per mettere in tavola la cena.

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