Ti svegli di notte nel buio della tua cantina trasformata in monolocale. Il tuo cellulare vibra senza suonare, ti prendi il tempo che vuoi per prepararti: metti la sveglia con largo anticipo per rigirarti un po' sotto le tue doppie coperte. Dopo aver controllato l’ora un paio di volte, quando ti senti riconnessa col mondo reale e hai definitivamente abbandonato quello onirico, ti alzi. Il tè alla menta, tre biscotti bio senza lattosio, la doccia bollente, la vestizione multistrato.

Poi esci, sali i gradini che ti riportano al livello della strada. L’aria è pungente, ti fa lacrimare gli occhi, il tuo fiato sbuffa dalla sciarpa come una nebbia densa. Due chilometri e mezzo, questa è la distanza tra casa e lavoro e ogni notte col buio, il freddo e le strade deserte i tuoi passi svelti la percorrono.

Alle quattro sei già col grembiule, coccolata dal calore dei forni che ormai scandiscono il tuo bioritmo come dei Soli. Farina, uova, burro, latte e lievito sapientemente mischiati danno vita agli impasti. Creme, cioccolata, marmellate, noci e nocciole farciranno le tue creazioni dorate dai forni.

Ogni vita che passi te la fai piacere, o forse chissà, ti piace davvero cambiare sempre.

Cinque anni fa eri a Londra a fare la baby-sitter, due anni fa dall’altra parte del mondo, in Australia, a lavorare in una fattoria e ora di nuovo qui in Italia, ma non a Roma, a Firenze. Lo sai benissimo che questa sarà solo un’altra parentesi, che tra sei mesi, al massimo un anno, volerai ancora chissà dove. Un dito teso pronto a fermare il mappamondo che gira veloce, così immagino che sceglierai la tua prossima meta.

Non c’è mai nulla che riesca a trattenerti: non un amore né un ambiente piacevole, non un’amicizia né un lavoro che ti appassioni fino in fondo.

Forse sono io che dovrei lasciare trascinarmi dalle ali che ti sono spuntate alle caviglie. Forse una volta incassato il risarcimento per l’operazione che mi ha danneggiato le cornee, dovrei davvero andar via e provare a costruirmi una vita in un’altra terra e tu potresti essere la mano tesa da afferrare per trovare il coraggio. Già, tu Piccolè, è così che ti ho sempre chiamata, in realtà per molti aspetti sembri proprio più grande di me.

Sto vaneggiando, non sono sicuro di questo mio proposito e soprattutto non sono per niente convinto che tu accetteresti: sei sempre stata così gelosa della tua autonomia, dei tuoi spazi, della tua ricercata solitudine. Una volta compreso il tuo carattere, ho potuto solo rispettare le tue scelte come prova silenziosa del mio affetto. Dopo anni credo di poter dire senza essere smentito che tu abbia apprezzato le mie assenze strategiche e i miei silenzi coscienziosi. Ho domato le fiamme che mi stavano bruciando, ho imparato a mantenere la distanza giusta per essere avvolto e coccolato dal tuo calore senza che la mia pelle si potesse più scottare.

Non so dove sarai tra un anno, ma so per cosa batterà forte il tuo cuore, conosco la geografia dei tuoi sentimenti anche se non mi stanco ancora di esplorare.