«Il Simurg» raccontò il JubJub «è un enorme uccello bianco, dalla testa umana, sovrano di tutti i Roc, che si annida tra i rami dell’Albero Rosso della Conoscenza, nella geometrica Roc Island. Quando è in volo, ostruisce le stelle e ricopre tutta la Terra con la sua ombra. Un profumo misterioso di vodka al limone (qualcuno dice assenzio) emana dalle piume». Il JubJub si fermò per un po’, quindi proseguì:

«E quando un ragazzo gli chiese come fosse il lato oscuro della Luna, salì sull’Albero Rosso e disse: così!

E quando un ragazzo gli chiese com’era l’odore della vodka o dell’assenzio, si strappò una piuma e disse: così!

E quando un ragazzo gli chiese come fanno le nuvole a coprire il Sole, aprì le ali e disse: così!

E quando un ragazzo gli chiese quanto fosse ubriaco, sollevò le sopracciglia e disse: così!».


«Vedi?».

«Vedo cosa?» rispose lo Scrittore alla sua Ombra, interrompendo la stesura dell’Episodio di Ariminum Circus cui stava lavorando.

«Non mi convincono neanche questi continui riferimenti agli autori più disparati: alla lunga questa scelta penalizza l’originalità del tuo lavoro».

«È il modo di realizzare narrativa che si è affermato negli ultimi decenni, durante i quali sono nati centinaia di format nuovi: soprattutto grazie alla tecnologia digitale, che disgrega quelli tradizionali (l’articolo di giornale, la sitcom tv di mezz’ora, la canzone di quattro minuti) ricombinandone gli elementi in modi che verranno a loro volta disgregati e ricombinati».

L’Ombra fece una smorfia di disgusto. «Bah! Un approccio turistico, da viaggiatori di un mondo che “non ha un suo stile e li usa tutti”, per dirla con quel barboso pedante di Polonio, che però ogni tanto ci prende».

«Mettiamola in questo modo. Creare un'opera significa introdurre novità, ma la novità è possibile solo in condizioni che implicano il ri-uso di materiali già condivisi all’interno della comunità dei suoi fruitori. Non a caso si stima che la percentuale mondiale di film tratta da libri, videogiochi e fumetti è del trentacinque per cento. In costante crescita».

«Scenari tutti da verificare».

«Atteniamoci allora ai fatti. I maggiori successi di vendita li ottengono i crossover, che nascono dall’incrocio narrativo fra universi finzionali». 

«Ovvero?».

«Si tratta, in prima battuta, di fare partecipare i protagonisti di narrazioni diverse alla stessa avventura. Il cinema lo fa nella forma di scontri epici: Zorro (o Totò) contro Maciste, King Kong contro Godzilla, Mega Shark contro Giant Octopus, Freddy contro Jason, Alien contro Predator, Dracula contro l’Uomo Lupo».

«Banali giochetti infantili».

«Non è Milan Kundera a sostenere che l’unico modo per prendere seriamente un romanzo è trattarlo come se fosse un gioco? In ogni caso, questo è l’inizio. Prendi la saga di Star Wars: Lucas la compone con elementi ispirati a Tolkien e un ventaglio di riferimenti che passano dal ciclo di Re Artù alle avventure di Flash Gordon, dalle comiche di Stanlio e Ollio ai film di samurai. Nel mio caso, il crossover mette insieme Il Grande Gatsby con Finzioni, Shine on You Crazy Diamond con Amarcord…».

«Non basta certo inserire nel romanzo gli oggetti più diversi per farne un’opera compiuta!».

«Vero, ma il romanzo non è, fin dall’origine, una forma di intrattenimento basata sulla ripetizione-variazione di elementi topici con una funzione didattico-pedagogica? Vedi il caso del Roman de la Rose, vera e propria summa delle conoscenze dell’epoca. O dell’Odissea».

«Non cambiare discorso! La tua operazione è del tutto artificiosa, un Frankenstein letterario. Diciamolo chiaramente: non serve a nulla, se non a soddisfare il narcisismo di chi la pratica. Cioè il tuo. È sintomatico che tutti i personaggi di Ariminum Circus si esprimano à la manière de, facciano il verso a qualche corrente o monumento letterario, con una affettazione senza eleganza, priva di empatia e anonima. Alassetimica, in una parola».

«Alassetimica, boom! Mi sembra una critica ingenerosa e gratuita. Pensa al Miró del Primo Interludio. Pur essendo un carattere secondario è connotato fin dal vestito: una divisa da postino perché ritiene di essere depositario di messaggi fondamentali per l'umanità».

«In Ariminum Circus tutti si sentono depositari di messaggi fondamentali per l'umanità!».

Lo Scrittore suo malgrado sorrise. «Sono d’accordo col tuo disaccordo: nello sforzo di essere originali, accumulando senza criterio riferimenti e citazioni, si finisce coll’essere ridicoli. Ogni pezzo può essere immesso nella trama se, e solo se, risponde a una finalità architettonica ben precisa».

«Il mondo è fuori di sesto! O almeno tu stai perdendo il lume della ragione. Senza il quale si generano mostri; anzi, chimere. Il tuo scrivere è il prodotto di un eccesso di letteratura, un eccesso che nega l’esperienza, la pura realtà delle cose, avendo l’ambizione di sostituirsi ad essa». 

«"La vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita, dunque, pienamente vissuta, è la letteratura": chi lo diceva? Ah già, quel dilettante di Proust».

«Lascia che riposi in pace, sempre che ci riesca senza rivoltarsi tremila volte nella tomba... E poi insisto, inseguendo le più diverse mode letterarie, ti abbassi al livello di quei contraffattori che, non potendo vantare la grazia genuina dei modelli, sono costretti ad allestirne brutte copie».

«C’è un metodo in questa follia, te l'ho già detto. Bisogna solo procedere con attenzione. Tanto più se la fusion riguarda anche i generi, come in Ariminum Circus – dove il racconto si fonde con la poesia, il poema con il saggio, il testo con il metatesto».

«Questo accadeva già nei Kill Bill di Tarantino» si lasciò sfuggire l’Ombra.

«Esatto. La cui opera più rappresentativa, C’era una volta a… Hollywood, un film sulla memoria e l’amicizia, è stato stroncato dai critici tradizionalisti come “uno scolastico e ripetitivo elenco di citazioni”. Nel frattempo, i media che si rivolgono ai giovani manifestano una sensibilità opposta (per inciso: si sono accorti, i suddetti critici, che i romanzi di formazione “generazionali”, i dolori dei giovani Werther o Holden, sono stati sostituiti da serie tv tipo Roswell o Euphoria?). 

Un esempio è The OA, di Netflix. Ti leggo la recensione di Wired: “The OA vi ricorderà The Leftovers, Biancaneve e i sette nani, il cinema gelido di David Fincher, Westworld, il cinema teso di Alfred Hitchcock, il cinema allucinato di Tim Burton, Doctor Strange, Sense8, Frozen, La vita è meravigliosa, Il giardino dei sentieri che si biforcano e tutto quel che il vostro archivio audiovisivo mentale pertinente ai generi del dramma realistico, della fiaba, della fantascienza, della teologia, del fantasy e del thriller riesce a evocare. Tutto assieme? Sì”. 

E il successo mondiale del manga (e anime e videogioco…) One Piece, non è legato alla straordinaria capacità del suo autore di fondere Stevenson con Chandler, Gaudí, Dragonball, la storia della pirateria, Vicky il Vichingo, Il Mago di Oz, Don Chisciotte, Ken il Guerriero, i miti norreni e centinaia di altri?».

«Mi sembrava che stessimo discutendo di letteratura. Tu mi parli di tutto, tranne che di romanzi».

«Va bene. Ricordi Un problema per Mac di Enrique Vila-Matas?  L’assunto di fondo è proprio questo: tutto è copiato, tutto è già stato scritto, e tutti noi Scrittori non facciamo che ripetere a oltranza opere del passato».

«Un’apologia del plagio, insomma!».

«No: un’apoteosi. Mac – con la scusa di essere un principiante, un escamotage curiosamente simile a quello che anima il metatesto di Ariminum Circus – vuole falsificare, o meglio "modificare", il romanzo di un vicino di casa, mettendo insieme Ray Bradbury e Borges, Sebald e Barthes, inserendo (false?) citazioni di Faulkner riciclate da Bolaño, insomma attingendo dalle fonti più diverse. Lo stesso testo che vorrebbe “modificare”, a sua volta è un romanzo di trent’anni fa dello stesso Vila-Matas».

«Dunque gli artisti sono tutti o ladri o falsari (persino di se stessi)?».

«È un modo duro di metterla giù, ma sì: senza chiamare in causa il solito Picasso de “i bravi artisti copiano, i geni rubano”, questa è la situazione».

«Replicare di sana pianta è un furto, punto e basta».

«Sì, ma prendere una pagina (o una riga) di un altro autore, “modificarla” e trasformarla in una propria idea: cos’è? Furto? Interpretazione? Ispirazione?».

 Lo Scrittore credeva di avere sbaragliato il nemico, ma l’Ombra non si diede per vinta.

«Cala, cala. Vorrebbe dire che il cinema, il teatro o la letteratura raggiungono un vero valore solo citando il passato: proprio, di altre discipline artistiche e di altri generi, mischiando tutto insieme».

«Calare? Al contrario! La letteratura ha senso nella misura in cui riesce ad allargarsi sino a comprendere altri sistemi comunicativi. Calvino ne L’Origine degli Uccelli, dice che la storia che Qfwfq narra potrebbe essere raccontata anche “meglio con dei fumetti che non con un racconto di frasi una dopo l’altra”».

«Hai la muffa nel cervello. Quella è tutta roba stra-sorpassata. Queneau, Calvino, l’Oulipo e Borges ormai sono morti e sepolti. Il loro epigono Vila-Matas è un cadavere che cammina».

«Sarà che “a volte ritornano”, ma tipico della visione odierna è applicare questo modo di leggere a tutte le opere, prescindendo dall’epoca in cui sono state realizzate. Che cosa è 1984, ripreso e copiato in dozzine di film, graphic novel, serie tv? Fantascienza? La riscrittura in chiave narrativa della Repubblica di Platone? Una storia d’amore? La perfetta rappresentazione della realtà quotidiana di nazioni quali la Birmania? Domande simili valgono per tutto il filone distopico che arriva fino a Il cerchio di Dave Eggers. Oppure, pensa alla scelta offerta da Il Deserto dei Tartari: è un calco kafkiano o un originale romanzo simbolico; un testo alla Campanile, satirico-umoristico, o una raffinata allegoria degna di un manoscritto medioevale; una narrazione di stampo surrealista o, al contrario, iperrealista?».

«Okay, però hai scelto dei testi particolari, non fondamentali per la storia della letteratura».

«Per tagliare la testa al toro, facciamo il caso dell’Amleto. Mi sembra abbastanza fondativo del concetto di classico – un classico che ha avuto innumerevoli declinazioni, oltre che teatrali, letterarie, cinematografiche, artistiche in senso ampio. Per scriverlo, Shakespeare ha attinto da Sofocle, Eschilo, Seneca, Ovidio, Saxo Grammaticus, Boccaccio, Belleforest, Kyd e Marlowe: lo ha provato T.S. Eliot in un saggio famoso. Lavorando su queste fonti, ha creato un testo originale che non può essere ridotto a un genere specifico. Da un punto di vista ortodosso, è un particolare tipo di tragedia: la “tragedia di vendetta”, molto praticata nel secolo di Shakespeare (oltre che dal cinema d’azione. Anche se Amleto, ammettiamolo, non è proprio un The Punisher). Tuttavia, alcuni critici vedono in Amleto la prima detective story dell’età moderna, con Amleto che investiga sulla morte del padre per scoprire l’assassino».

«Sai cosa diceva Simenon? Che i romanzi polizieschi non hanno nulla che fare con la letteratura».

«Tu e l’ironia siete proprio incompatibili! Quella con cui Tom Stoppard ha trasformato la tragedia in una commedia (Rosencrantz e Guildenstern sono morti). Harold Bloom ritiene invece che Shakespeare abbia plasmato tutti i suoi successori, soprattutto Freud, e dunque vede in Amleto un dramma psicanalitico; ma Amleto è anche una ghost story, un romanzo d’amore e un racconto filosofico».

«Filosofico?».

«Cartesio ha con le idee dentro di sé il problema posto ad Amleto dallo Spettro, quando gli appare sotto il cielo stellato di Elsinore: entrambi dubitano della realtà di quello che vedono o pensano. Potrebbero essere illusioni indotte dal Diavolo. E anche il padre del romanzo moderno, il Don Chisciotte, è centrato sull’impossibilità di distinguere fra sogno privato e realtà condivisa».

«In Ariminum Circus l’unica cosa che non si riesce a distinguere è quale ruolo abbiano le vicende/scenette impersonate da personaggi privi di qualsiasi spessore che si susseguono nei diversi Episodi, al solo scopo di introdurre questa o quella teoria astrusa, questo o quel rimando saccente. Manca in generale al tuo lavoro la qualità fondamentale della scrittura narrativa: un romanziere sa condividere i suoi pensieri senza mai fare la predica o mettersi in cattedra».

«La stessa critica che sul Web viene rivolta dagli haters ai grandissimi della letteratura».

«Fino ad ora non hai decantato le meraviglie della Rete?».

«La Rete è lo specchio del mondo nel Bene e nel Male. Guarda quel video su YouTube, dove Pierlapo esprime un’estrema irritazione per i “blateranti vaniloqui” di Musil ne L’uomo senza qualità. Su Facebook Rusalka si rammarica di aver conservato Il nome della rosa per gli ultimi giorni del suo giro intorno al mondo e rivela: “Ho urlato quando, per molte pagine, hanno cominciato a discutere degli unicorni”. Roberto Carlos così si libera di Proust in un post pubblicato in un gruppo letterario su LinkedIn: “non mi capacito del fatto che qualcuno possa impiegare trenta pagine per descrivere come si gira e rigira nel letto prima di prender sonno” (in un’altra occasione aveva stigmatizzato “l’ossessione patologica di Joyce per l’autoerotismo e la defecazione”). Meno teatrale, Ginny_1807 liquida Il maestro e Margherita con un tweet: i personaggi sarebbero “automi poco empatici e privi di connotazione psicologica”. Ehi, sono le stesse parole che hai usato per commentare Ariminum Circus! E anche quello che hai detto su Proust... Non è che scrivi recensioni sotto pseudonimo sui social?».

«Cos’è, una battuta di spirito? Comunque, il crossover non giustifica il fatto che è difficile seguire un filo nella storia che proponi: ci vuole fantasia (un bel po’ di fantasia) per mettere insieme i pezzi. Senza contare che il testo inventa connessioni anche quando non ce ne sono». L’Ombra si era innervosita.

«La capacità di inventare connessioni è il fondamento di ogni attività creativa».

Su questa affermazione dello Scrittore l’Ombra non trovò niente da ridire.