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Fantastico

La cella

Di Howl
Pubblicato il 03/12/2019

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Steso sul pavimento lurido della sua cella d’isolamento, immerso in un’oscurità senza contorni né sfumature, lui viaggia attraverso le dimensioni del suo subconscio, diventando altro da sé.

Per non impazzire ha dovuto rinchiudere il demone nella sua testa. La creatura che divora la realtà e lo tenta alla follia attraverso le sbarre.

Questa è la ragione per cui si è aggrappato a un metodo. Scrive storie sul pavimento con il codice morse, è un’assurdità che tiene allenata la sua mente, l’ancora al corpo, alla struttura ossea del mondo. Come uno stenografo batte ciò che vede nei sogni, così facendo li può contrassegnare, esorcizzare. Se da sveglio viene divorato dall’oblio, tutto ciò che gli rimane per non cedere al demone è il contatto con il freddo pavimento. La carne, l’odore, la lingua.

È accecato, questa per lui è una certezza. La vista appartiene solo al mondo dentro la sua testa, ed è questo elemento che lo rende estraneo. Su questo filo sottile pende in equilibrio la sua sanità mentale.

Tuttavia ci sono giorni in cui realtà e sogno si mischiano e diventano indecifrabili.

Giorni come questo.


La cella. Sommerso nello stesso buio. Due dannate guardie fanno cigolare la porta rugginosa. La luce che filtra, per quanto scarnificata, è come una lama arrugginita che gli taglia le pupille.

Prendono di peso il suo corpo afflosciato e lo trascinano fuori nel linoleum illuminato da un luce ocra e balbettante.

Chiede che giorno è ma non gli rispondono. Lo sbattono sotto il piscio bollente del soffione di una doccia. Lo insaponano, lo sfregano con una paglietta abrasiva che gli spella la schiena, fanno riandare il getto.

Sembra così vero il dolore, così vivo, così piacevole. Allora si mette a fare l’unica cosa che dà un senso alla sua vita: prova a scriverlo. Definirlo.

Di nuovo, batte sulle piastrelle lerce la sua storia, mentre l’acqua gli schizza attraverso le dita. Si concentra sul contatto e inizia a scrivere: amore

Ma dopo le prime parole, sprofonda nel muro e cade a capofitto in una dimensione nera, nuda. Sta affogando.


Con un rantolo emerge dal sonno e si ritrova nella cella. La stessa orribile cella. Lecca il pavimento per sentirne il sapore sporco, amaro. Con la lingua raccoglie una striscia di polvere e sudiciume.

Il contatto, oddio il metodo! Pensa.

Dove sono? Chi sono? Chiede a sé stesso.

Sai come smettere di soffrire. Hai la chiave. Gli risponde il demone.

No, devo concentrarmi. Il metodo.

Mi chiamo…

Come mi chiamo?

Qualcosa di più concreto… cosa vedo?

Attraverso le sbarre della sua mente lui vede il demone. Gli somiglia, tuttavia sembra più sicuro, più felice. Si accende una sigaretta. La fiaccola della follia strappa brevemente il suo volto all’oscurità. Sorride. Dice: aprimi, vieni a vedere chi c’è da questa parte.

Cos’altro gli resta in questo momento? Sa per certo che avrebbe di che saziarsi per l’eternità, sa che nessuno verrebbe più a prenderlo costringendolo al risveglio. Li potrà, con delizia, smarrirsi.

Prende le chiavi.


Luce. Non ferisce. Viene dal cielo. Un cielo immenso e senza increspature. Sta ridendo, ha il fiato corto e inciampa nei respiri. L’aria tiepida d’inizio estate gli rinfresca il sudore sul viso.

Verde, il colore del prato tagliato di fresco. Lui ha un bastone smangiucchiato e sbavato tra le mani. Lo alza in alto, sopra la propria testa. Gli s’illumina il cuore. Ha di fronte il suo cane: la bocca spalancata, ansimante e la lingua srotolata che sgocciola. Il corpicino ricoperto da una peluria fulva che freme ogni volta che lui fa il gesto di lanciargli il bastone.

Dopo attimi di studio divertito, lui prende la rincorsa e lancia il bastone più lontano che può, e il prato aumenta sconfinato inseguendone la traiettoria. Il cane parte a razzo, i muscoli si tendono ad ogni falcata.

È magnifica.

Poco importa che si tratti di un ricordo, il sogno di un ricordo, o la vera libertà, da qualche parte, nel profondo della sua anima, esiste dimenticato il momento in cui è stato rinchiuso, perché la felicità è la più robusta delle celle.

Solo allora compaiono le sbarre, solo nel momento in cui realizza il suo culmine, traboccato dalla gioia arriva l’ondata di desolazione.

Le luci digradano, a poco a poco l’arancio del sole tuorlo si corica sul prato sino all’estinzione della vita, nell’incubo di una notte senza stelle.

Rimasto solo nell’eternità, si corica per sentire contatto con il freddo pavimento. C’è ancora. Lo abbraccia, lo bacia, ne saggia il sapore.

Scrive la sua storia ancora e ancora e ancora...

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Commenti degli utenti

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Verbal Kint ha votato il racconto

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Giulia_F ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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"Lì potrà, con delizia, smarrirsi".È la chiusa di mille poesie. Forte, onirico, crudo, immaginifico Disperato, bello..Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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palu ha votato il racconto

Esordiente

il soggetto è forte, in qualche parte mi pare suoni poco credibile (ma immagino sia una fortuna); mi manca qualche info su di lui Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Esordiente

Buono il soggetto con qualche ingenuità stilistica: dannate guardie, lurido pavimento...Segnala il commento

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Philostrato ha votato il racconto

Scrittore

bello stile, mi piace come hai steso questo viaggio sogno memoriaSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

Esordiente

Invenzione di un ambiente surreale, ricco di suspense! Bello questo racconto!Segnala il commento

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di Howl

Esordiente