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Narrativa

La cella

Di Howl
Pubblicato il 22/02/2022

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Steso sul pavimento della sua cella d’isolamento, immerso in un’oscurità senza contorni né sfumature, lui viaggia attraverso le dimensioni del suo subconscio, diventando altro da sé.

Per non impazzire ha dovuto rinchiudere il demone nella sua testa, la creatura che divora la realtà e lo tenta alla follia attraverso le sbarre.

Questa è la ragione per cui si è aggrappato a un metodo: scrive storie sul pavimento con il codice morse, è un’assurdità che tiene allenata la sua mente, l’ancora al corpo, alla struttura ossea del mondo. Come uno stenografo batte ciò che vede nei sogni, così facendo li può esorcizzare. Se da sveglio viene divorato dall’oblio, tutto ciò che gli rimane per non cedere al demone è il contatto con il pavimento.

È accecato, questa per lui è una certezza. La vista appartiene al mondo dentro la sua testa, ed è su questo filo sottile pende in equilibrio la sua sanità mentale.

Tuttavia ci sono giorni in cui realtà e sogno si mischiano e diventano indecifrabili.

Giorni come questo:


La cella. Sommerso nello stesso buio. Due guardie fanno cigolare la porta, lo prendono di peso e lo trascinano fuori nel linoleum illuminato da un luce ocra e balbettante.

Chiede che giorno è ma non gli rispondono. Lo sbattono sotto il piscio bollente del soffione di una doccia. Lo insaponano, lo sfregano con una paglietta abrasiva che gli spella la schiena, fanno riandare il getto.

Sembra così vero il dolore, così piacevole, allora si mette a fare l’unica cosa che dà un senso alla sua vita: prova a scriverlo.

Di nuovo, batte sulle piastrelle la sua storia mentre l’acqua gli schizza attraverso le dita. Si concentra sul contatto e inizia a scrivere: amore…

Ma dopo le prime parole, sprofonda nel muro e cade a capofitto in una dimensione nera, nuda. Sta affogando:


Con un rantolo emerge dal sonno e si ritrova nella cella.

Lecca il pavimento raccogliendo una striscia di polvere e sudiciume.

Il contatto, oddio il metodo! Pensa.

«Dove sono? Chi sono?» Chiede a sé stesso.

«Sai come smettere di soffrire. Hai la chiave.» Gli risponde il demone.

«No, devo concentrarmi. Il metodo.

Mi chiamo…

Come mi chiamo?

Qualcosa di più concreto… cosa vedo?»

Attraverso le sbarre della sua mente lui vede il demone. Gli somiglia, tuttavia sembra più sicuro, più felice. Si accende una sigaretta. La fiaccola della follia strappa brevemente il suo volto all’oscurità. Sorride. Dice: «aprimi, guarda chi c’è da questa parte.»

Cos’altro gli resta in questo momento? Sa per certo che avrebbe di che saziarsi per l’eternità, sa che nessuno verrebbe più a prenderlo costringendolo al risveglio. Lì potrà, con delizia, smarrirsi.

Prende le chiavi:


Luce. Non ferisce. Viene dal cielo.

Sta ridendo, ha il fiato corto e inciampa nei respiri. L’aria tiepida d’inizio estate gli rinfresca il sudore sul viso.

Ha un bastone smangiucchiato e sbavato tra le mani. Lo alza sopra la testa. Ha di fronte il suo cane: la bocca spalancata, ansimante e la lingua srotolata che sgocciola. Il corpicino ricoperto da una peluria fulva che freme ogni volta che lui fa il gesto di lanciargli il bastone.

Dopo attimi di studio, lui prende la rincorsa e lancia il bastone più lontano che può, e il prato aumenta sconfinato inseguendone la traiettoria. Il cane corre, i muscoli si tendono ad ogni falcata.

È magnifica.

Poco importa che si tratti di un ricordo, del sogno di un ricordo, o della vera libertà, da qualche parte, nel profondo della sua anima, esiste dimenticato il momento in cui è stato rinchiuso, perché la felicità è la più robusta delle celle.

Solo nel momento in cui realizza il suo culmine e traboccata dalla gioia arriva l’ondata di desolazione, solo allora compaiono le sbarre.

Le luci digradano, a poco a poco l’arancio del sole tuorlo si corica sul prato sino all’estinzione della vita, nell’incubo di una notte senza stelle.

Circondato da un’eternità muta muove qualche passo ma il mondo si accartoccia sotto i suoi piedi. L’unico lume circoscrive le sbarre, l’ingresso o l’uscita dalla sua cella. Cigolando, l’occhio si apre e un bagliore lo inghiotte:


Amore…

Una voce echeggia come se precipitasse nella sua testa e ripete le parole che lui scrive a ogni risveglio per confermarsi al mondo. Le segue, risalendo il baratro.

Dissotterrati, i suoi occhi iniziano a fargli male, azzannati da una luce che lentamente definisce i contorni di un volto a lui familiare.

Non riesce a muoversi né a parlare, incredulo si vede steso in un letto, bendato, imprigionato e perforato da tubi. Collegato a una macchina che ne scandisce i respiri, monitorato da un elettrocardiogramma.

È questa la mia vita? Si chiede.

Quello che ha passato, anche le storie che ha scritto, erano solo sogni? Come può ora credere a ciò che vede, a non dubitarne? Non può muovere un muscolo, non lo può avvalorare. Un grido rauco gli esce dalle labbra, la saliva mista a sangue gli schizza attraverso il tubicino conficcato in gola. Una vampata e un dolore acuto alla parte bassa dello stomaco contro i quali non può combattere, né liberarsi. Il terrore più buio l’assale mentre l’elettrocardiogramma inizia a pulsare sempre più forte. È solo allora che realizza la verità più terribile di tutte:


Il suo corpo, la sua cella.

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Commenti degli utenti

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. ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Otto voti??? Un racconto come pochi se ne leggono ormai. Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

OttimoSegnala il commento

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Bianconiglio ha votato il racconto

Esordiente

"La felicità è la più robusta delle celle" magnifica questa frase. Bravo, mi è piaciuto moltoSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

In modo totalmente diverso, così come diverso è il vostro stile e la vostra narrazione, hai raccontato il dramma di un uomo prigioniero del proprio corpo, come ha fatto Dalcapa. Nel tuo brano prevale il noir, ma anche la ricerca introspettiva, in quello di Dalcapa la denuncia sociale è quasi più forte del dramma personale. Interessantissima per me questa doppia lettura, grazie.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Devastante cupo e allucinato... scritto con un tono doloroso che scarnifica le sensazioni del lettore, precipitandolo in un abisso di solitudine. Il nostro corpo, la nostra cella. Segnala il commento

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Coscienza fantasma ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Carolina Innella ha votato il racconto

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di Howl

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