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Narrativa

La città di Sant'Opposto

Pubblicato il 18/12/2017

Un viaggio. Un sogno. Forse entrambi. Una città dove tutto funziona al contrario.

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In un sogno mi ritrovai, magicamente come succede solo nell’onirico, a visitare la città di Sant’Opposto. Alcuni operai stavano ultimando il tetto di una villetta bifamiliare con giardino esclusivo e box doppio. Lo stavano sollevando con potenti verricelli per poi iniziare a costruire i muri sottostanti e infine le fondamenta. Sì, proprio così. Perché a Sant’Opposto tutto procedeva al contrario. Il sole saliva da ovest e si spostava verso est, mentre il muschio sulle cortecce degli alberi indicava il sud. Per dire alto si guardava per terra, mentre sinistra e destra erano invertite. Lungo i marciapiedi, i cittadini camminavano a gambero per andare al lavoro. Timbravano alle 17:00 e uscivano alle 8:00, tipicamente, perché anche l’orologio correva a marcia indietro. Le persone non si facevano vicine per conoscersi meglio. Non andavano al bar a bere dei bianchi, anzi, si allontanavano e comunicavano tramite dispositivi elettronici, stando ognuno per i fatti suoi. Si scambiavano foto e pareri attraverso delle piattaforme virtuali di collegamento sociale. A volte, con delle telecamere ci si poteva anche vedere. Spiare, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome. Infine qualche coppia, che evidentemente non trovava tempo di uscire, eseguiva a distanza anche un vicendevole ma autonomo rituale di ricerca del piacere. Si pagavano diverse centinaia di euro ai centri di fitness ma era impossibile vendere appartamenti in palazzine senza ascensore e si prendeva la macchina anche per fare pochi metri. La gente rifuggiva il sole – perché si sa è malato – e poi correva in quegli stessi centri a farsi inondare di raggi UVA artificiali, sempre affiancati dalle tizie colme della loro felicità avicola. Come in tutte le città, anche a Sant’Opposto si pagavano le tasse. Ovviamente al contrario rispetto a ciò che si può immaginare. Chi guadagnava di più poteva permettersi di pagare di meno grazie fantastiche circonvoluzioni fiscali. Chi guadagnava di meno non aveva scampo e doveva invece coprire anche quei buchi lasciati dai più benestanti. Pena salatissime multe. Chi si dimenticava di assolvere ai debiti contratti con l’erario per cifre da capogiro poteva, lasciando allo stato l’otto per cento di quanto rubato, evitare un brutto processo e tenersi per sé il resto. Non potrei stare qui a descriverle nel dettaglio ma immaginate come se tutte le cose che conoscete, in generale, fossero antitetiche rispetto a quanto accade di solito. Per farvi capire cosa intendo, vi racconterò di un signore senza scrupolo che aveva parcheggiato il suo mezzo proprio nello spazio riservato ai disabili, innescando una piazzata con uno che a quel posto aveva regolare diritto. A questo punto mi sarei aspettato che la parte lesa usasse una frase che dovrebbe intimorire chi sa di essere in torto. ‘Le faccio causa!’ si dice in questi casi no? Come ad indicare che la legge funziona per proteggere i cittadini onesti. Invece fu il cafone a tagliar corto dicendo “Fammi causa!”. L’altro tacque. Continuai a girare per le strade. Era incredibile e assurdo. Gli operai comandavano i dirigenti, gli anziani aiutavano i giocatori di rugby ad attraversare la strada, i pazienti facevano le diagnosi ai medici e operavano i chirurghi, i matti rinchiudevano gli psichiatri, i comici facevano le cose serie e le persone che avrebbero dovuto fare le cose serie, invece, facevano ridere in TV. I dentisti iniettavano sottili siringhe di acqua e zucchero proprio tra un dente e l’altro per accelerare la formazione delle carie. Sulle lattine di soda c’era scritto ‘Con aromi artificiali’, nel detersivo per lavare i piatti invece ‘Con vero succo di limone’. Le donne erano delle dure, isteriche per scelta, arrabbiate con tutti e respingevano ogni avances ridicolizzando il malcapitato di turno. Il lavoro riempiva le loro giornate e l’idea del matrimonio faceva loro prudere il naso. Gli uomini dal canto loro si comportavano come giovani educande intimidite, striminziti nei loro vestiti attillati. Immobili e spauriti, con i pantaloni sopra le caviglie come quando ti si rompe la lavatrice, le orecchie a penzoloni e gli occhi lucidi e impallati. Casalinghi con l’acqua in casa e l’atteggiamento da eterni incompresi. I visi apatici e pallidi coperti dalle gonfie frange di capelli piastrati. Andai a pranzo. Il pasto si aprì pagando il conto di ciò che avevamo in previsione di mangiare, poi alla fine avremmo fatto un conguaglio. Partimmo con gli amari e una grappa morbida, cui seguì caffè, tiramisù, arrosto, tortellini e salumi misti. Mi spiegarono che le forze armate di Sant’Opposto stavano attaccando un’altra città. Lo avevano fatto per evitare che un giorno questi potessero diventare bellicosi e dare il via ad un conflitto cui tutti erano contrari. Il leader spirituale della città si occupava di politica e i politici si occupavano dei loro affari privati. Di politica invece se ne occupavano i giocatori di briscola tra un bicchiere e l’altro. In TV la vita reale era diventata uno show e gli show erano in realtà solo orrende spettacolarizzazioni della vita reale. Avreste dovuto vedere la gente che assorbiva queste vicende con lo stesso tipo di interesse sciocco di quando si guardano gli ubriachi fare a botte fuori dal bar. I genitori erano tenuti in scacco dalle decisioni dei figli che, a seconda delle loro esuberanze del momento, ordinavano cosa andava fatto e cosa no ai poveri padri che, sopraffatti dalle responsabilità pedagogiche che gravavano sulle loro spalle, lasciavano tracimare quei fiumi in piena della loro prole. Quando mi svegliai era piena notte e io, steso sul divano, avevo un sapore dolciastro in bocca tra le labbra appiccicate. Ebbi per un attimo l’impressione che tutto ciò potesse essere reale, ma mi costrinsi a lasciare in sospeso quella sensazione. Camminai nella penombra fino al frigorifero che aprendosi gettò un bagliore bianco per tutta la stanza, fino alla parete dove c’era una stampa di un famoso disegno di Escher. Quello in cui, in un universo di bolle, uomo e donna si guardano di tre quarti, con i volti formati da un’unica scorza sbucciata in tondo come due arance. Richiusi il frigo dopo aver bevuto a collo dalla bottiglia dell’acqua e ritornai sul divano. Ripensavo al mio sogno ma l’affilato odore del caffè mi riportò indietro da quei pensieri, e riempita una tazza andai alla finestra. Le strette vie giravano torcendosi come nere vene, e portavano quella luminosa linfa vitale in ogni angolo. Così, guardandola dall’alto, la città sembrava semplicemente polvere di luce sparsa sulla notte. Ero certo che fosse stata quella cena fredda consumata sul divano ad indurmi un incubo così assurdo e realistico. Per fortuna le cose sono diverse qui. Per fortuna era solo un sogno. Non poteva essere vero. Così accesi il computer per scriverlo su Facebook senza riuscire a smettere di scrutare gli impercettibili movimenti della notte. Solo un sogno, per fortuna.

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Superfrancy ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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di Paul Pellerin

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