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Narrativa

La città feroce

Pubblicato il 20/01/2020

"Io lo so quello che mi ha detto questa città, che un poco mi ha fatto la faccia feroce e un poco si è dispiaciuta per me."

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“Uaglio’ ma i panni stesi non li vedi?”

La signora Ranieri, la zitella che vive con la sorella al piano di sotto, mi grida dal suo balcone con la faccia in su e gli occhi strizzati al sole.

Se c’è qualcosa che in questa città si trova sempre, penso, è qualcuno con cui litigare. E poi qui le persone per motivi igienici non si tengono un secondo di cattiveria dentro: hanno paura che gli faccia acido in pancia e si aiutano l’un l’altro a tirarsela fuori dalla gola a furia di gridate. E’ che ci sono troppi fastidi, troppo poco spazio e ti si strusciano tutti addosso e tutti si fanno i fatti tuoi. E poi c’è il mare: sembra sempre vicino, ma ti devi comunque fare una sudata per arrivarci e stai sempre lì a pensare oggi ci vado, ma poi non ci vai e ti irriti: e che fai, non te la prendi con qualcuno?

Mi appoggio alla balaustra per guardarla, lei e le sue lenzuola stese. Muovo la mano e lascio cadere altra cenere.

“Ma allora si’ strunz’ overamente!”

La signora strilla come una sirena per mettere in allarme il vicolo. Che sarebbe venuto a vedere, ma con calma: una persona che grida è semplice spurgo personale, se lo fa per più di un minuto è carattere, per cinque è incazzatura seria e per dieci sono mazzate in famiglia e ci si alza a vedere. Appoggiata in bilico pericoloso alla ringhiera agita verso l’alto pugni, mani e i morti miei e suoi. Volendo, potrei approfittarne per sfogarmi un po’. Ma la signora Ranieri capisce che l’affronto dovrebbe essere lavato con una scazzottata, si misura e mi misura, e decide che lei è troppo vecchia e ha la sorella allettata a cui badare. Mi lancia un paio di insulti e rientra sbattendo la portafinestra.

Sicuro domani trovo il cavo dell’antenna tagliato.

Rimango appoggiato alla ringhiera del balcone a finire la sigaretta. La lascio fumare quasi da sola, la faccio durare. Dentro, non ci voglio rientrare ma tengo il balcone spalancato. Elisabetta ha parcheggiato un trolley in soggiorno.

“Ti ho lasciato il gattò nel forno. Ci sta pure un poco del tortino di alici di ieri.”

Mi giro. Elisabetta ha gli occhi gonfi.

“Domenico, io non me ne voglio andare.”

Ecco qua, l’ha detto.

“Elisabetta ma tu che dici, come fai a chiedermelo.” Mi dispiace per la mancata rissa con la signora Ranieri, mi avrebbe calmato un po’. E invece no, sto qua, seduto sulla mia palla di rabbia. Bella, grossa, e ci rimbalzo come su una palla medica. Mi ci sento quasi comodo, mi sento giusto.

Si morde la mano e fa no con la testa.

“Dome’, ma tu a me mi vuoi ancora un poco di bene?”

“Betti’, la sceneggiata napoletana me la risparmi per piacere.”

“Perché io te ne voglio. Non mi credi Dome’? Abbiamo le nostre cose, ma io te ne voglio ancora.”

“E che ti devo dire, Betti’.”

“Dimmi che sei arrabbiato, non stare lì a guardarmi senza una parola. Parliamo Dome’, cerchiamo di uscire fuori da questa cosa, lo facciamo assieme. Mo’ ci mettiamo seduti e ne parliamo.”

“Elisabetta, ma fammi capire. Noi ci mettiamo seduti e che facciamo, piego la testa e mi levi le corna che tengo, così?” Dico, e mi abbasso in un inchino. “Tu hai sbagliato, Betti’, non c’è altro.”

“Ma tu, tu, pensi che non hai fatto niente?” si arrabbia Elisabetta. “Tu lo sapevi cosa mi passava per la testa, e sei stato là a fare finta di non capire. Hai aspettato senza dire niente, per potermi dire poi che avevo sbagliato.”

Se fossi come una delle persone con cui condivido l’afa e il poco spazio in questa città, ora starei facendo una scenata; e invece alzo la mano a dire basta. Guardo oltre il tetto del palazzo di fronte: tetti, inferriate arrugginite e abusi si salgono addosso per strapparsi un po’ di spazio e le cupole a maioliche regnano su tutto, si vede anche la fettuccia azzurra del mare tra le antenne.

Non mi giro più a guardare dentro la stanza e sento la porta d’ingresso che si chiude.



“Tie’ tie’ che bella jurnata.”

E’ il signore anziano sul terrazzino giusto di fronte al mio, il palazzo sull’altro lato del vicolo. E’ seduto con posa elegante su una sediolina da scuola elementare.

“Qua sembra che l’autunno lo abbiamo abolito. Viene voglia di andare a prendersi un bagno a mare, dico bene?”

Faccio sì con la testa ma non dico niente.

“Uno va là e si mette in grazia di Dio a guardare i piscitielli sotto gli scogli. E si calma, si tranquillizza e poi torna, come dire, più ragionato, ecco. Fa meno fesserie.”

Lo guardo. Ci sono quattro, forse cinque metri tra i nostri balconi.

“Roberto De Marinis, sono maestro. Ero maestro. Voi siete per caso professore? Vi ho sentito parlare ogni tanto da qua.”

“Ricercatore all’Università.”

“Materie scientifiche?”

“Antropologia.”

Alza le sopracciglia e si raddrizza un poco.

“Vi piace conoscere i fatti della gente.”

“Ma ragazzo mio, voi mi abitate di fronte da tre anni, e vi ho mai chiesto di farvi gli affari vostri?” Fa un gesto ampio verso la portafinestra spalancata del suo appartamento: dentro si vede la graniglia a terra, le porte vetrate e la formica del tavolo.

“Anche se vi abito di fronte non ho il diritto di guardarvi in casa.”

Fa un gesto e sbuffa, come a dire: sciocchezze.

“Ma voi siete antropologo, lo avete visto il mondo, il deserto, ci siete andato? Tutto quello spazio, e le persone invece che stanno tutte qua, una addosso all’altra, e secondo voi tengono piacere a darsi fastidio? Nonzignore, è perché vogliono guardarsi.”

“Con tutto il rispetto, in questo momento preferirei stare nel deserto.”

“Certamente, ma ecco, noi abbiamo bisogno di guardare e di farci guardare. Pure le femmine, quelle pare che non guardano mai niente e poi si accorgono di tutto. E io lo so che a volte uno si stanca della gente. Sapete che faccio io allora? Io andrei al mare ma è troppo lontano, allora vado al supermercato, è tutto bello largo e le persone si fanno gli affari loro, pure le cassiere. Vado là e mi metto davanti al frigo e lo apro un poco. Sto tranquillo e al fresco, come un pezzo di baccalà!” e gratta una risata da fumatore.

“Qui le persone non fanno altro che sbagliare” aggiunge alzando il dito, non so se per sottolineare il concetto o per puntare al cielo. “e ti serve guardare gli altri così capisci che non sei da solo a sbagliare. E pure loro ti guardano, mentre sbagli. Qua sbagliamo tutti.”

Non mi lascia replicare e si alza.

“Con permesso, io non ho chi mi prepara la cena e devo arrangiarmi da solo.”

Rimane lì in piedi per un attimo, con le braccia nude e un poco allargate che sembra un Cristo.



Mi sveglio per il ricordo di una scampanellata. Rimango steso a guardare il soffitto, indeciso, ma quando arriva la seconda suonata mi scosto le coperte da dosso. Penso a Elisabetta, metto insieme la lista dei parenti, e conto tutte le disgrazie che riesco a immaginare lungo il corridoio. Faccio uscire il miglior “chi è” che mi viene e aspetto la voce del guaio che mi ha buttato in piedi alle tre di notte.

“Dottor Alberti? Sono Adele Ranieri, quella che abita sotto a voi.”

Almeno non rischio la rapina. Faccio scattare il chiavistello.

“Ho telefonato alla vostra fidanzata e mi ha detto che subito veniva ma non arrivava, ho pensato e quanto ci vuole a scendere e sono salita io, Gesù che disgrazia!”

Si mette una mano in faccia e si appoggia allo stipite.

“Titina è caduta dal letto e io non ce la faccio a tirarla su. Quella ora sta là per terra e non risponde!”

Scendiamo di corsa.

C’è un donnone per terra di fianco al letto, ha la vestaglia alzata fino all’ombelico e si vede tutto. La chiamo e non risponde. Guardo tutta la carne flaccida che tiene addosso e penso che pesa troppo.

Faccio per andare al telefono all’ingresso e sbatto addosso a Elisabetta. Che si spaventa e si ritrae, e non sa dove mettere gli occhi. E’ venuta anche se qui non ci abita più: io non lo avrei fatto. Chiede, e le spiego.

La signora Titina si rianima un po’ a furia di sentirsi chiamare, ma è confusa e inizia a strepitare che non vuole farsi più male, e poi chiede di scacciare gli animali, dice che ci sono animali dappertutto sulle pareti. Con l’aiuto di Elisabetta la tiro a sedere sul bordo del letto. Le prendo le caviglie, lei grida che ha paura; do uno strattone e finisce stesa sul materasso. E’ ancora mezza nuda e chiedo qualcosa per coprirla.

“Voi mi dovete perdonare per questo fastidio grande che vi abbiamo dato” dice la signora Adele dopo aver sistemato un lenzuolo intorno ai fianchi della sorella. “Titina ormai non riesce più a muoversi dal letto, stiamo da sole in questa casa grande. Era di papà, se chiedete ai vecchi del quartiere qualcuno ancora se lo ricorda il maresciallo Ranieri. Venite in cucina, almeno vi do qualcosa!” Elisabetta rimane a consolare la signora Titina, che ansima e pigola.

La signora apre una credenza e mi ficca in mano due barattoli. Marmellata di prugne, c’è scritto a mano sulle etichette. Prometto di farci colazione la mattina, e penso che le butto nell’indifferenziata senza nemmeno aprirle.

“Ogni tanto viene nostro nipote, ma abita lontano, sta a Milano.”

Si siede su una sedia. Si aggiusta i capelli, sembra si sia ripresa dallo spavento ma guarda a terra. La cucina ha l’odore dolce delle case dei vecchi, un odore che mi stomaca e mi fa respirare il meno possibile.

“Stiamo da sole. Ma io avevo un fidanzato, sapete? ‘nu bello giovine, era commesso nel negozio di stoffe che c’era dove ora c’è il ristorante, quello che fa le pizzelle fritte. Un giorno papà ci vide che stavamo da soli, eravamo andati a prendere una premuta d’arance dall’acquafrescaio che c’era qua dietro, a Piazza Cavour. Papà non mi rivolse più la parola per non so quanto tempo, era una persona parecchio capatosta. Poi, dopo a quello nessuno era come diceva lui, e di fidanzati non se ne parlò più. E’ andata così.”

Io lo so quello che mi ha detto questa città, che un poco mi ha fatto la faccia feroce e un poco si è dispiaciuta per me. Lo so quello che mi dice ora: fai stare Elisabetta da te che è tardi, e domani dille vieni, facciamoci una passeggiata e portala a mangiare pesce al porto. Invece io ed Elisabetta ci salutiamo fuori dalla porta stringendoci la punta delle dita e la guardo scendere gli scaloni di pietra crepata del palazzo. Risalgo verso casa e mi chiudo la porta dietro. Io non le appartengo, a questa città.

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Giata ha votato il racconto

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omALE ha votato il racconto

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Marvi ha votato il racconto

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La Farfalla ha votato il racconto

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Molto bello, complimenti ! c'è un refuso ' premuta d'arance'Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Grande come sempre!Segnala il commento

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Philostrato ha votato il racconto

Scrittore

bel ritratto napoletano, anche se discretamente lungo si fa leggere assai bene ;DSegnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Ho apprezzato tutti i tuoi racconti ma qui ti sei superato. Ambientazione, personaggi e dialoghi da 10 e lode.Segnala il commento

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Max Musa ha votato il racconto

Esordiente

La tua scrittura come la risacca del mare alla sera. Onde lente e lunghe, armonia e forza. Molto bello.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Ho apprezzato molto la coerenza fra forma (stile) e contenuto. Anche i dialoghi hanno forza e credibilità.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello, molto vivo, commovente Segnala il commento

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Ti Maddog ha votato il racconto

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bauSegnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Gattó è "gateau" in napoletano, lingua parlata a Napoli, e dintorni, e perfino scritta, da molti secoli. Bello il tuo racconto. Bravo... Segnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

Esordiente

Gli appartieni eccome a questa città ! Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Li rivedrete o rileggete i racconti prima di pubblicarli? C'è un gattó nel forno!! Gateau magari? Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Sono d' accordo con RoCarverSegnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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BELLISSIMO!!! Commovente, sarcastico, a tratti divertente. Invece appartieni a quella città, sei la sua parte più bella ed autentica. Segnala il commento

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di Fiorenzo

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