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Narrativa

La colpa

Pubblicato il 25/11/2021

Comunque, odio le giornate celebrative.

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Mi chiamo Achille Moretti, sono dirigente di primo livello al centro cardiologico di M.

Alla fine di ogni turno sento il bisogno, l’urgenza addirittura, di riattivare la circolazione nelle gambe e liberare la mente. Sono sfinito dallo sforzo continuo di sorridere, mi fa male tutto. Durante l’intera giornata oppongo il mio sorriso alle geremiadi dei ricoverati, sono accondiscendente con i colleghi, anche con il primario di cardiochirurgia che è uno stronzo arrogante. Sono Achille, il dottore gentile, quello gentile con tutti.

Oggi tutti avranno un sorriso mesto per me, è il mio tempo di essere consolato.

Tutto è successo due sere fa.

Camminavo verso casa con i fiori in una mano e la borsa del pc a tracolla, e nel sollievo dell’imbrunire sentivo allentare la tensione al viso, un lento rilascio dei masseteri indolenziti.

Passa solo un’auto ogni tanto nella nostra strada, è piacevole camminare. Ricordo che quando decisi di comprare la casa in questa zona residenziale, così elegante e verde, Marina non faceva altro che ripetere che era contentissima, perché il bambino sarebbe cresciuto in un bell’ambiente - oh, lo diceva centinaia di volte al giorno - mentre io già da allora immaginavo le mie belle passeggiate di ritorno dall’ospedale. Dopo il tramonto, i grandi alberi del viale sembrano entrare in vibrazione per via degli storni che invadono a migliaia i rami.

Dunque l'altra sera scelsi una panchina lontana dagli alberi, per evitare le deiezioni degli storni, come direbbe Marina, appoggiai con cura il mazzo di rose accanto a me e mi sedetti. Le foglie degli aceri punteggiavano di rosso i marciapiedi. Non moltissime in realtà, i netturbini in questa zona lavorano parecchio. Volendo, avrei potuto contarle. E infatti iniziai a farlo, partendo da quelle più vicine e seguendo con lo sguardo un percorso rosso-puntato o rosso-tratteggiato in direzione del nostro piccolo condominio. Quando giunsi a centosedici dovetti fermarmi, perché una folata di tramontana le scompigliò tutte.

Mi alzai dalla panchina e mi incamminai verso casa. Una serata davvero magnifica, di quelle in cui il vento rende l’aria vetrosa.

Una volta ci trovavamo in vacanza al Forte, un week end di fine estate. Una bella giornata come l’altro ieri, i suoi capelli neri ondeggiavano al vento. Con la pancia già grossa, Marina aveva voluto indossare un costume premaman delizioso. L’aria era fresca, in realtà, non era più tempo da costume da bagno. Io portavo i pantaloni e una giacca leggera, ma lei aveva appena acquistato il costume e, come i bambini, voleva metterlo subito. Era rosso corallo, con un volant sul davanti abbastanza lungo da coprirle la pancia e l’attaccatura delle cosce. C’era stata una mareggiata, il giorno prima. Le onde avevano lasciato sulla sabbia migliaia di piccole conchiglie, una linea ininterrotta bianco rosata parallela alla riva, lungo la quale ci muovevamo. Certo era facile allontanarsi, ciascuno di noi seguiva la scia delle conchiglie insieme al corso dei propri pensieri. Lei, poi, camminava piano per via del pancione. A un certo punto mi ero voltato e non era più accanto a me. Era solo una figurina rossa, lontana, che in quel momento s’intratteneva a conversare con qualcuno. Dopo, rientrati in albergo, mi ero impegnato molto a spiegarle la pericolosità di quel suo comportamento - parlare con uno sconosciuto, mettere a rischio la propria sicurezza e quella di nostro figlio. Lei non era d’accordo, diceva che era una bella cosa parlare con le persone. Non era d’accordo, pazzesco. Lo schiaffo era partito da solo. Dopo mi era dispiaciuto, ma lei aveva capito.

Comunque, l’altra sera feci troppo in fretta a raggiungere la casa, rivedo il gesto svogliato con cui introdussi la chiave nella serratura. Non avevo alcuna voglia di rientrare, questo è un fatto, ma ho un senso del dovere molto spiccato.

Trovai Marina in sala da pranzo, stava apparecchiando. Indossava una tuta color pesca e si era legata i capelli a coda di cavallo, un’acconciatura inconsueta che mi piacque molto. L’abbracciai da dietro, passandole il braccio con cui tenevo le rose oltre le spalle. Lei si voltò a ringraziarmi con un sorriso da bambina che subito mi fece eccitare. Era irresistibile. La mia intenzione, no, la mia attenzione si concentrò sulla camera da letto verso la quale stavo per spingerla – la sera prima avevo ecceduto, va detto, ma non avevo dubbi che avrei saputo farmi perdonare – quando vidi il vassoio. Campeggiava sulla credenza accanto al tavolo da pranzo. Mi ipnotizzò l’avvallamento sulla superficie, si vedeva proprio l’impronta della sua nuca - non avrei mai pensato che potesse deformarsi così.

Posso affermarlo con la mano sul cuore: la sera prima ero tornato a casa con le migliori intenzioni, fare molto sesso possibilmente prima di cena, mangiare, bere un buon vino e andare a letto. Ma Ludovico piangeva senza interruzione. Mi disturbava e mandava alla malora tutto il mio programma. Quantomeno la parte iniziale.

Vai di là e fallo stare zitto - le avevo detto.

Marina c’era andata di là e quel pianto infernale era cessato. Tutto sarebbe andato bene, solo che lei non tornava più. Mi aveva lasciato lì come uno stronzo. Allora l’avevo chiamata urlando – Marinaaaaaaaa – e lei era tornata con il bambino in braccio, che nel frattempo aveva ricominciato a piangere.

Deve stare zitto, ti ho detto!

Marina si era seduta sulla poltrona, dandomi le spalle.

Ludovico continuava a urlare e mi ero accorto che anche lei singhiozzava. Cosa cazzo aveva da piangere. Le avevo gridato di smetterla, di far smettere il bambino, mi faceva scoppiare la testa tutto quel rumore. Che io ero stanco, Cristo, avevo lavorato tutto il giorno. Ma niente, nessuno dei due smetteva di piangere. Era stato un attimo, lo sguardo mi era caduto sul vassoio, l’avevo afferrato e abbattuto con tutte le mie forze sulla sua nuca. Marina si era accasciata di lato, Ludo era caduto dalle sue braccia.

E dunque la sera dopo, proprio mentre immaginavo di andare finalmente a scoparmela di là, mi ero bloccato. Ero come stregato dalla concavità impressa sulla superficie argentata del vassoio. L’ammaccatura rifletteva il mio volto, deformandolo - ma sì, avevo sbagliato la sera prima, poi però le avevo prestato tutte le cure. Del resto si era ripresa subito, le avevo chiesto scusa, anche se insomma, rimango dell’idea che avrebbe potuto evitare tutta quella confusione.

Ebbi improvvisamente un’intuizione, capii il senso di quella coda di cavallo. L’aveva fatta a protezione della sua nuca, caso mai mi fosse venuto in mente di fracassarle un altro vassoio in testa. Questa sua idea era così stupida, così incredibilmente puerile da provocare in me un’ondata di tenerezza. Nacque da qui, nel plesso solare, e si propagò a tutti i distretti. Alle mani, che mi tremavano mentre l’accarezzavo. Agli occhi, che frugavano umidi il suo sguardo allarmato. Mi commosse, la sua stupidità. L’abbracciai e la sospinsi con più delicatezza verso la camera. Era una bambina, andava amata come una bambina. La spogliai con calma, senza strapparle i vestiti, e ci amammo tanto, chiedendoci scusa e perdonandoci.

Perché lei la capiva, la mia tenerezza. E capiva che aveva bisogno del mio perdono, per essere così disperatamente stupida. E anche un po’ troia, come ben sapevamo entrambi.

Non volevo starci a pensare, a questa cosa del suo essere un po’ troia. Avevo da tempo preso alcune misure: le avevo proibito di uscire se non con me, la spesa ce la recapitavano a casa, e amicizie non le servivano.

Mise in tavola uno spezzatino di maiale con le patate. L’ho detto, non volevo starci a pensare. Ma quella carne era troppo dura.

Questa carne è immangiabile - dissi.

Hai ragione, mi dispiace. La prossima volta la ordinerò da un’altra parte.

Faceva la furba.

Non credo proprio che sia colpa del fornitore - sillabai.

Ah, no?

Percepii una nota ansiosa, che aumentò i miei sospetti.

No, è che l’hai cotta troppo rapidamente. Cos’hai fatto oggi, in tutto il giorno?

Le solite cose, Achille. Ho riordinato, guardato un po’ di tele. E poi sono stata dietro a Ludo. Sai quanti progressi sta facendo? A cinque mesi imparano già un sacco di co…

Sei stata su internet. Hai usato Facebook, vero?

No, lo so che non ti fa piacere - la voce le tremava.

Dimmi la verità, stronza!

Aveva gli occhi pieni di lacrime. Lo sapevo bene che non era perché stavo già controllando il suo cellulare. No no, era un vero autogoal, quel pianto. Era pentimento, era un'ammissione di colpa.

Doveva essere un argomento chiuso: le avevo già spiegato che per una donna bella come lei stare sui social era peggio che andare in giro in minigonna. Era un messaggio preciso per i campioni della tastiera, uomini di tutte le età che non vedevano l’ora di farle sapere cosa le avrebbero fatto, come l’avrebbero toccata.

Gettai lontano il cellulare, mi avvicinai di più a lei. Stava seduta, con il viso inondato di lacrime, adesso, e il seno che si alzava e abbassava nel respiro affannoso. La immaginai mentre con quello stesso seno proteso in avanti chattava con qualcuno.

Maledetta troia, non lo capisci? Come posso proteggerti, se ti comporti così? Cosa vorresti da loro, eh? Cosa manca alla tua collezione di esperienze? Vorresti che orinassero su di te? Vorresti che ti soffocassero?

Le misi le mani intorno al collo e chiusi gli occhi. Aveva il collo lungo, Marina, le mie dita aperte a ventaglio non bastavano a coprirlo. Sarebbe stata un soggetto perfetto per Modigliani - credo anche per il colore degli occhi, per quella frangetta scura. Comunque. Percepii sotto i polpastrelli la grana perfetta della sua pelle ed esplorai con lentezza i piccoli rilievi delle sue vertebre cervicali. Stava ferma, come a facilitare la mia ispezione. Come se la stessi visitando, ecco. Aprii gli occhi a guardarla: mi aspettavo di vedere la paura. Ne avrei avuto pietà, sono sincero.

Invece, Marina aveva assunto un’espressione che potrei definire di sollievo. Ingenua fino alla fine, c’è poco da dire. Pensava, nella sua testolina, che fossi all’apice della furia. E che dopo averla colpita mi sarei calmato, sarei tornato a essere il marito amoroso - più amoroso, perché pentito. Quella sua aria speranzosa, quasi leggera direi, mi disgustò. Affondai i pollici nella sua gola e premetti finché non sentii l’osso ioide cedere sotto le mie dita. Lei si accasciò sulle gambe, ma io la sostenni.

La trascinai verso la porta d’ingresso. Se qualcuno ci avesse visto attraverso i vetri delle finestre, avrebbe pensato che stavamo ballando. Ci muovevamo come un unico corpo, un’intesa di danza perfetta.

La scaraventai giù per le scale e dopo pochi secondi iniziai a gridare:

Noooo, Marina! Aiuto! Aiutatemi!

Mi precipitai su di lei, mentre alcuni condomini uscivano già dalle porte dei loro appartamenti:

Cosa è stato? Che succede?

La distesi, allineai le gambe scomposte, la testa rispetto al corpo. Mi videro tutti, mentre cercavo inutilmente di rianimarla, mentre abbracciavo il suo corpo perfetto. Mi guardarono girarmi di lato e in ginocchio vomitare sul pianerottolo. Stavano tutti intorno a noi, facevano rete a contenere il nostro amore spezzato, che non si perdessero frammenti. Mentre baciavo la sua bocca rossa appoggiarono le mani sulle mie spalle, e con rispetto, con amore direi, cercarono di allontanarmi da lì. Mi presi ancora un attimo per chiuderle gli occhi, perché altri non scorgessero le tracce della sua colpevolezza, poi lasciai che mi consolassero.

La signora Lucia, del primo piano, pianse per la fine tragica della coppia più bella che avesse mai incontrato. Ernesto Bindi chiamò l’ambulanza, sua moglie Elvira andò a prendermi un bicchier d’acqua. E Mario Benedetti, che viveva lì da più tempo di tutti, già andava raccontando di essere uscito sul pianerottolo per innaffiare le piante e aver visto Marina che usciva di corsa fuori dalla porta e inciampando probabilmente nei lacci delle sneakers rotolava giù per le scale senza un fiato. Ciascuno cercava, e non trovava, le parole adatte a calmare la mia disperazione.

È venuta mezza città al funerale, mi hanno sommerso di fiori e di abbracci. Ché non lo meritavo un dolore così. Proprio io, Achille, il dottore gentile.


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Violeta ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Sapientemente sviluppata, in un crescendo d'incubo.Segnala il commento

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Ettore M. ha votato il racconto

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una scena alla Tarantino, registicamente perfetta eppure vuota nella misura in cui è colma di una esecuzione in grande stile. una verosimiglianza dell'estremo. un Jules Winnfield che aspirava a diventare asceta, e che uccide verseggiando Ezechiele 25:17. Se questo era l'intento, direi che si, ci sei riuscita.Segnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Maiolo Mario ha votato il racconto

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Dopo la figura del pedofilo, quella del femminicida, una sorta di Spoon River dei personaggi più abietti con la telecamera puntata al loro interno, per coglierne la complessità. E come già il pedofilo, anche il buon dottore è capace di cogliere la poesia del creato, dagli storni al rosso delle foglie degli aceri che accompagnano le meditazioni post lavorative. Uno sguardo misericordioso, dunque? Tutt'altro, ce lo dice il disagio che si prova andando avanti nella lettura e la consapevolezza che l'orrore può e sa convivere in noi con la bellezza e la poesia. L'autrice, con la consueta grazia, in qualche modo ricorda che "la banalità del male" impone di non abbassare mai la guardia sulle insidie del quotidiano. Ottima scrittura.Segnala il commento

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Antonella Avolio ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Ti conosco un pochino e sono certa che non hai scritto questo racconto per esperienza personale. Potresti aver raccolto le confidenze di qualcuno, magari un’amica che si è trovata in questa brutta situazione, ma sono più propensa a credere che tu ti sia documentata, leggendo e approfondendo testimonianze di violenza domestica. Così come avranno fatto, ieri e oggi, i grandi romanzieri che hanno scritto d’avventura, di fantascienza, d’amore. Quasi nessun giallista è stato un commissario di polizia o un assassino, nè tantomeno avrà pranzato con un serial killer per carpirgli metodi e motivazioni. Semplicemente sarà andato a cercarsi il materiale presso le fonti che riteneva più opportune. Per questo uno dei commenti che ho letto qui sotto, più che farmi indignare mi ha fatto sorridere. Per scrivere un testo come questo bisogna tenere a bada la fantasia e basarsi su fatti e notizie documentate, aggiungendo in modo equilibrato quegli elementi che fanno di un fatto di cronaca un racconto. E in questo senso mi pare che tu ti sia mossa benissimo. La narrazione sfrutta un crescendo senza esagerazioni e i toni sono quelli giusti, i fatti raccontati da lui (scelta coraggiosa), lui che si convince di essere nel giusto, di farlo solo per una sorta di protezione. L’assenza del pensiero di lei e le sue deboli reazioni unite all’accettazione di questo amore malato rendono più che convincente il racconto. Scontato scegliere questa giornata per pubblicarlo? No, non lo è.Segnala il commento

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Frato ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo racconto Silvia. E perfettamente in tono con l'ipocrisia della denigrata (a parole) violenza sulle donne. Spesso succede proprio così: è difficile resistere alla tentazione di prevaricare, se possiamo farlo. Ciao, Roberto.Segnala il commento

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Emidia ha votato il racconto

Esordiente

Devo scindere la forma dal contenuto. La forma è ben fatta. Ha delle immagini efficaci e emotivamente valide come tutte le descrizioni dei viali esterni alla casa. Nel contenuto credo sia inverosimile. Mi dirai l’arte non deve essere verosimile (lungo discorso, ma sostanzialmente esiste una verosimiglianZa anche nelle storie piu assurde, nelle favole, nei fantasy etc, una coerenza dell’impianto e delle premesse degli escamotage narrativi: ti faccio un esempio la trama di “perfetti sconosciuti” è una è una cavolata perche nessuno giocherebbe il gioco del film e siccome poi il regista non è bunuel non poteva permettersi di non rispettarle certe regole base. (A proposito dello stile che si puo permettere tutto). Venendo al testo tuo credo che statisticamente nel ceto medio alto da te descritto le violenze sono psicologiche (denigrazione, ignoramento etc) spesso sono reciproche, quel tipo di violenza fisica spiegato così non rende la denuncia di un problema. Andava non messo uno psicopatico totale e una specie di santa sul modello di al letto Col nemico. Andavano calibrati diversamente a mio avviso. Ripeto a mio avviso. Grazie per avermi dato motivo di riflettere col tema non spinoso ma doloroso e nauseabondo che hai affrontato. A questo serve il confronto per me. Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

Esordiente

coraggiosa, sì … e grazie Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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doktor ha votato il racconto

Scrittore

Bisogna estrarre da questo racconto ciò che ha di più riuscito, vale a dire la figura di Achille, animato da una pulsione violenta che non sa e non vuole reprimere e, insieme, desideroso di strappare una maschera sociale che gli va stretta e lo soffoca. Quel continuo doversi occupare degli altri, essere gentile con tutti, sopportare le "querimonie", sorridere sempre: è troppo. E così, alla fine, riesce paradossalmente a rovesciare la situazione ottenendo di essere compatito per una disgrazia che egli stesso ha prodotto. I ruoli sono gabbie e scardinarle è spesso un disastro per sé e per gli altri. Nota a margine (nel caso qualcuno la legga ): la "violenza sulle donne" va qualificata come violenza "dei maschi" (alcuni) sulle donne. Solo così il concetto appare identificabile e predicabile. È un fenomeno che, sciaguratamente, esiste, ma che non deve portare all'oblio o alla sottovalutazione delle altre forme di oppressione politica ed economica che investono miliardi di persone su scala mondiale e che, nella loro essenza, sono indipendenti dal sesso.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

hai fatto una cosa coraggiosa, Silvia, per via del tema e soprattutto del punto di vista, questa prima persona scomoda, complicata, che viene voglia di allontanare e invece ci sei entrata dentro. brutto brutto, cioè bello; non hai messo da parte il tuo stile e certi dettagli, certe costruzioni nel tuo stile, servono qui ad aumentare l'impatto. Segnala il commento

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Antonio M. ha votato il racconto

Esordiente

Oooooh!!! Ancora non avevo letto in Typee quella che in inglese si chiama "Golden shower"! Segnala il commento

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Antonietta Cocco ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo testo Silvia. Grazie. Non badare a certi commenti, non meritano il tuo tempo.Segnala il commento

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Dalia ha votato il racconto

Esordiente
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Novalis ha votato il racconto

Esordiente
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Bruno Gais ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Silvia, per questo racconto io ti ringrazio a nome di mia figlia e mia moglie. Spero che mio figlio, il maggiore, rispetti sempre la sorella, la mamma la fidanzata con la stessa serietà e rigore della tua scrittura. Certo occorre sapere e voler leggere e comprendere quello di cui si parla e le motivazioni per cui si scrive... a quello ci penso io... ma ci vogliono scrittrici come Te per darmi e darci una mano. Grazie.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Perdonami Silvia se questa volta mi permetto di occupare il tuo spazio per manifestare la mia indignazione verso il critico onnisciente, onnipresente e onniveggente che da mesi invade Typee con i suoi sproloqui inappropriati e sessisti, i commenti violenti e triviali. L'utente in questione è un esordiente che, in mancanza di mezzi e meriti, si fa notare con modi che farebbero arrossire anche chi è poco incline a mantenere un barlume di contegno civile. Impone diktat, non si sa bene in funzione di cosa, blatera di contenuti di cui non c'è alcuna traccia nei suoi scritti, impone uno "stile" che a suo dire avrebbe dovuto indurti a scrivere frasi come: "Amore mio, perdonami, ma la fregna [sorca, fica, topa, …] di una trentenne ha proprio tutto un altro sapore”. In più, definisce le scrittrici "suorine" e si permette persino di chiedere a una utente se quando "scopa pensa alla sua vagina". Chiedo l'intervento della Redazione. E non lo faccio privatamente, ma qui, dove tutti possono leggere. E' tempo di porre fine alle insulsaggini di chi non ha alcun rispetto per le donne. La violenza verbale non è meno grave di quella fisica.Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello coinvolgente emozionante… complimenti Segnala il commento

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Dannella ha votato il racconto

Esordiente

WOW! non ho parole... grazie.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

GrazieSegnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Sarò breve. Rende l'idea, non tanto della violenza in sé, troppo semplice, ma di ciò che sono le dinamiche, del prima e del dopo. Stretta di mano e abbraccio Poi, purtroppo, domani sarà il 26, e le violenze, di qualsiasi natura (fisica, verbale, psicologica) , sesso, età, religione e colore, saranno accantonare sino al prossimo caso. Per questo, però, in pochi scendono nelle piazze. Aggiungo dopo. E Fabiani le ha subite? , spero di no, e quindi cosa ne potrebbe sapere nel caso fosse ancora intatto? E forse l'autrice le ha subite, spero di no. Cosa ne sa il Fabiani. Veramente una pessima uscita, completamente fuori luogo. Io mi vergognerei, fuori, dentro e davanti allo specchio, ma anche domani, per intenderciSegnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

“Scrivi solo di ciò che conosci” è un diktat. Una cosa posso conoscerla per esperienza diretta (l’ho vissuta sulla mia pelle), per esperienza indiretta (conosco bene una o più persone che l’hanno vissuta sulla loro pelle), o per via teorica (ho studiato tutto lo scibile) o qualunque combinazione delle tre. Qui, esattamente, in che situazione ci troviamo? Sperabilmente non hai mai vissuto nulla di simile e non conosci nessuno che lo ha vissuto; e da come scrivi (dalla scelta dei dettagli che usi) ho la sensazione che fortunatamente sia proprio così; quindi ti rimane solo la conoscenza teorica, il che vuol dire – in concreto – aver esaminato decine e decine di denunce di donne a cui è successo qualcosa di simile o aver parlato con almeno un uomo che ha fatto qualcosa di simile; ma (dai dettagli che usi) non credo che tu l’abbia fatto. E allora qual è la base di conoscenza di questo racconto? Non c’è. Il racconto si appoggia su un cliché già visto mille volte nei film, o forse sfrutta notizie di stampa, e non fa altro che riproporne l’ennesima variante romanzata. Trai da te le conclusioni sul suo valore artistico (o credi sia meraviglioso solo perché tratta un argomento delicato? Ti è chiara la differenza tra "contenuto" e "stile"?). Ti ostini, poi, a scegliere PoV particolarmente complessi, quando hai già serie difficoltà a gestire il PoV di te stessa (come dimostrano i racconti autobiografici). Se questa non è presunzione, allora non so proprio dire cosa sia la presunzione.Segnala il commento

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FilippoDiLella ha votato il racconto

Esordiente

Per un narcisista patologico è sempre colpa della vittima (non avrebbe dovuto fare/dire così o cosà ecc), quando poi si riesce a convincere anche altri che è così si sfiora quel capolavoro moderno (ma nemmeno troppo) che tra me e me chiamo "impunità sociale" o "giustificativo sociale", che poi si traduce in un compatimento del carnefice. La frase "vestita così l'ha cercata" è un esempio su cui riflettere. Marina sembra proprio preda non solo di un Achille violento, ma anche e soprattutto vittima del "Achille dottore gentile", cioè dell'apparenza innocua che cela e nutre il suo lato narcisista. Mia opinione: è un racconto ben riuscito.Segnala il commento

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carlomariavadim ha votato il racconto

Esordiente

Molto coinvolgente.Mi è piaciuta la tua descrizione della psicologia del protagonista: così veritiera e così tragica. Ottimo racconto, giusto oggi che è la giornata celebrativa della violenza sulle donne. Brava!Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

È molto bello, così bello che ho vergogna a dirlo. La follia, la cattiveria di questo omuncolo vista coi suoi occhi giustificativi. Con lo stomaco che mi si contrae quando le carte si svelano e il mostro appare per quello che è. E quando la fa franca. Argomento adatto a questa giornata che si ripete ogni anno sempre uguale.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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di Silvia Lenzini

Scrittore
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