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Horror

La Compilation

Di Howl
Pubblicato il 26/08/2020

24 Visualizzazioni
13 Voti

Dark Entries, Bauhaus


Non riesco più a dire se la strada si rinnovi o se sto attraversando la stessa identica immagine capovolta. La verità è che sto investendo la notte; la vedo contorcersi contro il parabrezza. Ed è bello, e mi va bene che sia così. Posso sopportare di allontanarmi, di essere solo, ancora. Lo preferisco al mio volto scavato contro il lunotto posteriore di quell’auto funebre. All’addio. È una scelta farsi del male in questo modo, girovagare per un paese che nemmeno conosco sino a perdermi. Ma sono salvo, ancora una volta, vivo, per quanto possa valere. Perché, nonostante tutto, questo tormento mi è più lieve di un mucchio di terra. E di una maledetta bara.


Atmosphere, Joy Division


M’immergo nell’oscurità del posto in cui lui è nato, cercando di strizzare via ogni goccia di sangue dal mio cuore malato. I ricordi si mostrano e fuggono, ma non mi appartengono. Mordono sino all’osso. È la sua vita stesa ovunque. Io non c’entro nulla con la storia della sua giovinezza, dei momenti passati a rincorrere un’identità. Deve essere da queste parti, ancora, deve esistere in una sfera. Il tempo ha lembi che si possono strappare così da vedere oltre il consequenziale. Dobbiamo solo sapere dove rivolgere lo sguardo per scoprirne i pertugi. Infilarvi le dita e tirare i tessuti della realtà. Oltrepassare.

Tutto attorno vedo le sfere, sono anime conservate di eventi passati e futuri, ciò che per noi ha un’incidenza diretta con il vissuto. Sto tremando, in questa dimensione si assidera se si sosta troppo a lungo. Si diventa astratti.


The Killing Moon, Echo & The Bunnymen


In lontananza, sulla cima di una collina che sormonta il paese, si staglia una sequoia spirituale che pulsa di luce fredda, opaca come una cataratta. Dalle sue fronde zampillano disordinati degli esseri inconsistenti, lunghi spettri, raggi vermiformi sudici e mollicci che si insinuano negli stretti vicoli, negli edifici tristi, attirati dai lampioni, dai fanali delle automobili, dalle luci al neon delle insegne dei locali, tenuti bassi da una foschia che si dirama dalle radici della sequoia. In questa foschia, le sfere nascono e scoppiano come bolle di sapone, mostrando immagini e rivelazioni. A volte le immagini faticano a prendere forma e danno una consistenza, una loro interpretazione a ciò che era, o sarà.

Cosa sto cercando in questa mostra di atrocità ancora non mi è chiaro. Forse un ultimo singhiozzo della sua esistenza, qualcosa che, in un evento così vivificante di ricordi come può essere una sepoltura, abbia risvegliato un circolo di immagini legato al suo passaggio su questa terra. In questo posto dimenticato da Dio, lui è nato, cresciuto e si è allontanato. Ha passato vent’anni della sua vita, lasciando delle cicatrici spaziotemporali. In esse voglio perdermi, solo per vederlo, un’ultima volta, sorridere.


Love Will Tears Us Apart, Joy Division


Ho visto; il mio volto che si rifletteva come uno spettro sul vetro al di là della sua bara. Il dolore è come uno specchio deformante.

L’hanno portato via da me dopo trent’anni. Eppure cos’è il tempo se non un ladro?

Ma il tempo è anche un avido collezionista delle sue rapine e le conserva nella sua dimora. Il ricordo. È lì che sto andando, anche se non è equo pagare il biglietto per lo spettacolo di ciò che mi apparteneva.

I riverberi – le cicatrici – sono ciò che resta della sua identità, ciò che il Tempo conserva e prova a restaurare a suo modo. Sono come rappresentazioni, si muovono e interagiscono con l’ambiente fisico. Sono influssi a volte benefici, a volte maligni, che gli esseri umani non possono vedere a occhi nudi. Solo la corrente dentro di loro li avverte e con essi muta.


I Can’t Escape Myself, The Sound


Nella notte, emergono entità, come pozze che si allungano e divorano strati di tempo rappreso. Li risucchiano. Buchi mucosi che gorgogliano la luce in essi racchiusa.

Osservo queste budella di oscurità, che si dilatano e raggrinziscono, come organi aperti e palpitanti. Sono dense e bollenti, razzolano e strillano come porci nutrendosi di scarti e vita inutile.

Queste orrende spazzine hanno un nome: Ganorrah. Da esse mi dovrò tenere alla lontana. Nel momento in cui il mio corpo diverrà sempre più sottile e inconsistente, esse ne avvertiranno l’odore, e verranno a cibarsene. In questo mondo al di là del mondo io sono un’anomalia, un essere neutro, sospeso, disperso. Ancora intatto, ma prossimo a dissolvermi in particelle.

Attraverso il corso principale e gli spettri vermiformi, che cadono dalla sequoia sulla collina, prendono a danzarmi attorno, attirati dai fasci di luce.

I morsi del gelo si fanno più violenti, così, cercando di attenuarli, accendo al massimo il riscaldamento, ma è proprio per questo che gli spettri vengono ad accumularsi e si ammassano sul cofano, sul parabrezza, sulle portiere, sul tettuccio. Li scaccio azionando il tergicristalli, alcuni finiscono schiacciati dalle ruote, scoppiettando come fuoco di legna. Quelli che rimangono si attaccano ai finestrini, cercando di succhiare via il calore. Si contorcono, sbattendo la coda.

Suono il clacson e il rumore li spaventa, un attimo, perdono il contatto e si allontanano. Ma poi ritornano, rabbiosi.

Mi fermo a bordo strada, in prossimità di un parco, prendo un grosso respiro e provo a valutare le alternative. Sotto il rumore ostinato degli spettri, la prima scelta rimane quella di riprendere il controllo dei miei umori. Cerco di placare la mia rabbia, il mio stato ansioso. Respiro. A poco a poco, anche gli spettri sembrano indebolirsi, si placano e rimangono solamente accalcati a ridosso del calore emanato dalla mia automobile. La spengo e gli spettri, vedendo essiccata la loro fonte, si distaccano e riprendono a svolazzare.

Rimasto solo, con il ticchettio del motore che si raffredda, avverto sottopelle la mia corrente agitarsi. Tornano i morsi del gelo, il respiro si condensa.

È così forte il mio bisogno di rivederlo? Di assistere agli intrecci della sua vita, in una dimensione nella quale esisto solamente come corpo estraneo?


The Figurehead, The Cure


Nelle vicinanze, due Ganorrah si azzuffano per il pasto, strappando dalle estremità un lenzuolo di materia cosmica. Grugniscono, entrambe insoddisfatte, alzandosi sulle zampe posteriori e allungando il collo. Annusano l’odore di sporcizia, raspano. Poi si accorgono della mia presenza dall’altro lato della strada, tra le sterpaglie, vicino a un edificio diroccato.

Le Ganorrah, tramutate in entità antropomorfe fatte d’ombra, alte, magre, ricurve, avanzano ad ampie falcate per il parco illuminato dai lampioni. Le osservo con il cuore in gola. Si avvicinano. Un passo dopo l’altro, le gambe come trampoli, incombono sulla loro preda.

Le Ganorrah si squagliano in pozze nere e inzuppano l’auto abbandonandomi all’oblio. Sento le lamiere che cigolano sotto il loro peso. Dal parabrezza si spalancano quattro occhi che bruciano illuminando l’abitacolo come una camera oscura. Mi scrutano.

Un rantolo, accartocciato, pesante e incessante si sparge dalle piccole grate del riscaldamento. Di li a poco ne trabocca fuori una polvere nera che s’addensa nel seggiolino di fianco al mio. Lo stesso processo si ripete per l’altra entità che prende forma nei seggiolini posteriori. Faticano a mantenere una loro consistenza e si deformano di continuo, gorgogliando dentro figure senza identità.

Mi osservano, annusano, prima di mostrarmi le loro fauci slabbrate aperte in un sogghigno.

Sono ancora in vita perché per loro rappresento una novità. Vergini alla mia esistenza, cercano di copiare il mio aspetto, risultando come un ombra sgualcita di me stesso.

Grugniscono come se volessero comunicare, ma il loro linguaggio mi è incomprensibile. Allo stesso modo cerco di parlare ma loro, a specchio, distorcono la mia voce. È tutto quanto inutile, nel momento in cui avvertiranno un mutamento nella mia natura non esiteranno a divorarmi.

Non posso allontanarle per cui devo arrendermi all’idea di portarle con me come corpi estranei, passeggeri, parassiti.

Faccio per accendere l’automobile, ma la Ganorrah che mi è di fianco allunga un arto sgocciolante e mi ferma, e io avverto la sua presa come fosse un paradosso, come gelo che brucia. Allo stesso modo, si ritrae, si rattrappisce e strilla inorridita. Ha lasciato, sul dorso della mia mano, un’ustione che sfrigola.

Urlo un insulto a lei che lo rimbalza stridulo.

Stringo i denti e riprovo a mettere in moto l’automobile. Questa volta la Ganorrah si rintana su se stessa. Il brontolio del motore fa presa su quei pochi spettri rimasti nei paraggi. Contemporaneamente si accende la radio, i The Cure suonano The Figurehead. Alzo il volume e ingrano la marcia, lasciando quel covo tra le sterpaglie al di là del parco. Gli spettri riprendono ad ammassarsi sull’automobile ma, questa volta, avvertendo la presenza delle Ganorrah, si allontanano terrorizzati.


Disintegration, The Cure


La strada si apre come un’autopsia, mentre le Ganorrah borbogliano tra loro. Mi fanno sentire come l’autista sobrio di due ubriachi. Tutto attorno, casermoni grigi che crescono come denti storti. Passato un angolo, dopo un semaforo che balbetta, la mia corrente freme, mi dà uno strattone e pare quasi voler uscire dal corpo per infittirsi con la visione che le si para davanti.

Una sfera prende forma, mostrandomi qualcosa che fatico a comprendere: una testa abnorme in un corpo di fanciullo. Non ne conosco la fisionomia, eppure mi risulta familiare. L’essere cammina lungo il marciapiede, saltellando, facendo dondolare la testa che si torce in modo innaturale. La testa non è in armonia con il corpo, sembrano viaggiare su due stati d’animo opposti. Come se identità e azione fossero scissi.

Il collo, non reggendo più il peso della testa, cede e si spezza. La carne si sfilaccia, lacerandosi, e la testa cade a terra. Il corpo, come libero da un fardello, la prende a calci, la fa rotolare davanti a sé. Il mostro continua a calciare la testa, la spinge sino a un edificio fatiscente. Un ultimo calcio tirato con foga fa esplodere la testa come una zucca marcia. Il mostro, imbrattato di materia grigia, corre verso l’ingresso dell’edificio, ma prima di svanire al suo interno, si ferma, si volta e mi fa cenno di seguirlo. Istanti dopo, una coda tozza di sfera striscia fuori dall’entrata e torna a prendermi. Mi tracanna, sbattendomi e mescolandomi con la mia automobile e le Ganorrah. Entriamo di forza dentro la visione, facendone parte come fossimo il Caos raggrumato. Mi rimangono solo i miei pensieri e un punto di vista. Il mio corpo si è disperso in un groviglio di lamiere, carne e liquame.

Tuoni. Segnacci impressi, colati pesanti sulla materia del tempo in un disordine che prende lentamente vita. Le forme si amalgamano e ciò che all’inizio era incomprensibile risulta quantomeno interpretabile.

Noi, siamo un bolo, masticato e sputato dentro un lungo cunicolo polveroso e peloso che fermenta di blatte. Si muovono scricchiolando, pigolando, zampettando veloci verso il grembo di una grande lumaca sgusciata e sgocciolante. Vedo, tra la moltitudine, il mostro, che segue la processione.

La lumaca apre quella cavità bavosa e sdentata e si sazia di quante più blatte riesce.

La visione vibra, trema, si spacca e viene succhiata via.

Rimane il color bianco e il mostro, al quale sta spuntando un’altra testa.

Cresce sotto i miei occhi e a quel punto, l’impressione di familiarità si tramuta in certezza: il suo volto. Mi accorgo di non avere più mani per accarezzarlo, voce per rassicurarlo, quest’inferno risvegliato dalla sua morte mi ha trascinato in qualcosa di immutabile, perché già avvenuto. È impresso, non si può violare.

Volevo incontrarlo nuovamente, disperdermi ovunque, forse non tornare mai più. Ma questo suo passato è solo un punto di vista. Tutto è filtrato dall’orrore della perdita. Ma la verità è che, nonostante la sofferenza, posso ancora raccontarlo.

Prima di svanire, lui mi lascia un’ultima traccia. Una canzone per ritrovarlo.

Il tempo è circolare, ritornerà tutto quanto, e tutto quanto si perderà. Il dolore che sto provando ora, che mi consuma… è comunque vita. Se ritorno al primo battito di ciglia, al primo nostro incontro, potrò riemergere e ritrovare me stesso.


The Ghost in You, Psychedelic Furs


Mi hai regalato una musicassetta. È tutto ciò che mi rimane di te. La sto ascoltando ora nella mia discesa all’Inferno. Un posto nel quale non potremo fare ritorno assieme. Nessuna ricompensa, nessuna salvezza.

L’ultima volta è stata il mese scorso, quando hai iniziato a stare male.

Conservo tutto, mi ha sempre aiutato a sopportare l’annebbiamento della mente, i ricordi che si dissolvono.

Ho un’intera cattedrale di oggetti a cui far ritorno. Spesso mi capita di abbandonarmi completamente dentro ciò che mi evocano. Pesco sogni e illusioni, sprofondo.

Dei nostri trent’anni passati assieme, ciò che più mi parla di te è questa musicassetta. È una compilation che avevi fatto per me. Indovinandomi. Non avevamo scambiato che poche battute, ma la sera dopo, al locale, ti eri presentato con questa cassetta nera e mi avevi detto di ascoltarla.

È cupa, ma è anche un paradosso, perché è piena di speranza, come tutto il dolore urlato. Purifica.

È stato il nostro inizio, quando abbiamo parlato non sapevi chi fossi, io non sapevo chi fossi.

Come tutti gli inizi, si và incontro all’indefinito. È tutto così perfetto, e allo stesso tempo basterebbe poco per farlo rovinare a terra. Come un castello di carte da gioco. Il nostro è rimasto in piedi.

Se ripenso al tuo sorriso, la prima volta che ti ho visto…

Il mondo esplode, come un enorme parata di fuochi d’artificio nel cielo estivo già pieno di stelle e tutti stanno a guardare e si è felici come bimbi. Senza pensieri, solo con questo magnifico bagliore in cui perdersi.

Ritorno in vita, ritorno dall’inferno, ritorna tutto quanto. Queste strade, il mio corpo, la mia auto, la mia anima. È notte, c’è il dolore. Ma c’è dell’altro.

Una canzone.

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Fai come Orfeo. Ti inabissi, con la musica. E poi riemergi, con la musica. Creando un ponte potentissimo sulla perdita.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Grande capacità di innestare la tua scrittura su un testo altro. Si percepisce anche la musica, che squarcia i resti, ancora vitali, delle emozioni che ti circondano... delle quali ti ammanti, strusciandoti addosso ai tuoi lettori, in una prossimità dolorosa e disgregante. Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

La prima parte esprime il moto dell'anima, le note cupe di un dolore che è anche nostalgia di qualcosa che è presente nella canzone ed assente in chi manca. Ma ho preferito ancor più il finale, dove sei diretto. Le persone che ci lasciano ci lasciano molto.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Andreasololettore ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Graziano ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Definirlo intenso è poco. All'inizio mi ha fatto pensare a Elisabethtown, film che amo molto nonostante le gotine di Orlando Bloom: anche lì c'è un funerale, un viaggio da affrontare ascoltando canzoni. Ma poi il tuo racconto ha preso un'altra strada, più dolorosa e piena di ombre e fantasmi. Cupa. Sembrava senza salvezza, e invece, alla fine, è salvifica. Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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di Howl

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