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Narrativa

La crepa

Pubblicato il 13/04/2020

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C’è una crepa sul soffitto. La osservo da qualche ora. Cerco di tenere gli occhi fissi su di lei, fino a quando non mi bruciano e li sento implorare di chiuderli. Basterebbe un piccolo impulso spedito al cervello per metterli a tacere e smettere di provare questa sensazione devastante. La pelle di lui mi dorme accanto, attorcigliata al bluastro delle lenzuola. Il suo respiro dormiente mi arriva fino alle orecchie. Vorrei riuscire ad allungare il braccio fino alla sua schiena e seguirne dolcemente i tratti, sentirne la consistenza sotto i polpastrelli, avvertire quelle sensazioni che si avvertono quando si fanno cose di questo tipo. E’ la terza volta che ci provo, ma la mano si ferma a metà tragitto, in un’area indefinita. Basterebbe qualche centimetro per vincere la paura della fragilità ed, invece, le cinque dita maledette restano avvinghiate al materasso, impegnate nella lotta contro il terrore di mostrarsi vulnerabili. Le vedo diventare rosse dalla tensione, pulsano e allora le ritraggo, portandomi addosso il dolore della resa.

E’ il corpo della persona che ami, mi ripeto costantemente. Non c’è alcun pericolo in quel lembo di pelle che vorresti fosse tuo e che quattro mesi fa ti ha chiesto di sposarlo. Eravamo nella baita in montagna, che aveva prenotato per le vacanze di Natale. Aveva messo su un pezzo di Etta James e davanti a due tazze di tè all’arancia, aveva espresso il desiderio di ascoltare insieme “At last” ogni giorno della sua vita. Fu allora che fece un piccolo movimento con la testa, portando le sue labbra alle mie ed io risposi nell’unico modo in cui sapevo rispondere quando certe domande mi vengono fatte all'improvviso : mi scostai lentamente, prima di baciarlo. E’ un riflesso del tutto involontario, quasi come se il mio corpo prendesse una via del tutto differente rispetto ai desideri e non ci fosse verso di farli incontrare a metà strada. Non disse nulla ma mi accorsi della collera che gli si accese negli occhi. Trapelava in silenzio dalle sue iridi scure e mi ricordava quanto fossi estremamente inadatta ad amarlo. Quella notte piansi, odiandomi.

Il braccio di lui si muove confusamente, finendo la sua danza attorno al mio ventre ed alcune voci stridule di bambini raggiungono la camera da letto. Devono essere i figli di Caterina, la donna che abita al piano di sotto. La domenica mattina suo marito li accompagna ai giardinetti , per poi rincasare sempre tardi per il pranzo. Il suono squillante dei campanellini delle loro bici mi riporta alla mente un’altra domenica. Ero con mia sorella e mia madre ci aveva portate in una piazzola di cemento per provare i nuovi pattini a rotelle. Adele aveva cinque anni ed una marea di capelli biondi che le incorniciavano il sorriso. Ci sedemmo su una panchina mal verniciata per prepararci, quando mi accorsi che lei stava indossando i miei pattini anziché i suoi. Non le diedi il tempo di controbattere, le tolsi perfino quello per respirare e mi avventai su di lei. Sentii i suoi capelli aggrovigliarsi attorno alle mie dita, le sue guance diventarono polpa sotto le mie unghie e gli occhi le si riempirono di lacrime. Mi implorava. Mi implorava. Mi implorava. Ma la furia non smetteva. Il cuore mi si frantumava davanti a quelle urla disperate, ma il corpo continuava. Non avevo più il suo controllo. Mi fermai soltanto quando, stanca ed affannata, mi si scagliò addosso una imponente paura: ero diventata esattamente come mio padre. La sua furia stava mangiando anche me. Anche io, come lui, stavo imparando a strozzare i sorrisi delle persone che amavo, a suon di pugni e schiaffi. Mi lasciai cadere a terra e vomitai.

Farfuglia qualcosa nel sonno. Ormai è quasi mezzogiorno ed il tempo in questa stanza sembra essersi fermato. Mi avvicino lentamente, cercando di non svegliarlo. Non voglio che legga sul mio volto la fatica immane di amarlo e toccare quell’amore. Gli sono ad un millimetro dal viso, sento il suo respiro confondersi col mio. Lentamente afferro la sua mano intorno al mio ventre ed intreccio le dita. Non riesco a respirare e le gambe mi tremano. Sento la paura scorrermi lungo la schiena. Sfioro le sue labbra calde. Poi mi arrendo: le ritraggo, per ingoiare le lacrime.

Ritorno al mio posto. Fisso il soffitto. C’è una crepa. Chissà da quanto è lì.

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Philostrato ha votato il racconto

Scrittore

molto brava, quella crepa è l'immagine-metafora del loro rapporto. Qualcosa di misterioso l'ha rotto, noi non sappiamo bene cosa ma non importa. Non è da tutti creare correlazioni tra interiorità ed esteriorità.Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Sì che mi è piaciuto. L'ho trovato molto centrato, molto verosimile. E molto ben scritto.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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Editor

sinestesia. dolore. solitudine. e quei rumori che giungono da fuori: raccontano come la vita sia altrove. di certo non su quel letto, non in quel matrimonio.Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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Editor

Wow, mi hai lasciata senza fiato, ho provato le stesse sensazioni della protagonista mentre leggevo. "Non voglio che legga sul mio volto la fatica immane di amarlo e toccare quell’amore". Stupendo, bravissima. Segnala il commento

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nickmolise ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Valentina Raniello

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