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La data di scadenza

Pubblicato il 03/06/2018

Che cosa succede quando ad un uomo che ha rovinato la sua vita e quella degli altri viene detto che forse non ha molto da vivere? Come impiegherà il suo tempo?

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Dalla finestra il grigio sovrastava tutto. Il posto in cui viveva non era il genere di luogo in cui avrebbe scelto di finire i suoi giorni, ma i tempi in cui la vita era fatta di soldi e lustrini era finita.
Prese le chiavi, le sigarette, il portafoglio, la giacca. Si guardò allo specchio. Si sistemò i capelli e uscì. L’eleganza come forma di rispetto nei confronti del mondo: non un vezzo ma un dono di bellezza.
L’ambulatorio non era lontano, voleva essere puntuale ma faceva sempre più fatica a fare le cose. Non amava i dottori. Mal sopportava gli dessero ordini. Sapeva che il dottore gli avrebbe detto di smettere di fumare e di mangiare sano. Il cibo era l’unico piacere che non lo aveva mai tradito, lui invece aveva tradito facendo del male a chiunque.
La sua vita somigliava alla trama di quel film in cui il protagonista era costretto a rivivere sempre la stessa giornata.
Tutte le mattine si svegliava confuso, dolorante, nauseato, in colpa. Poi, come una lama che si conficca nella testa, i ricordi riaffioravano. Piangeva, chiedeva perdono, si riprometteva di essere forte che non sarebbe più successo. Arrivata la sera tutto ricominciava.


“L’aspettativa di vita in teoria potrebbe essere abbastanza buona” aveva detto il dottore, neppure stesse parlando di una stecca di cioccolato. Il medico continuava a parlare ma non lo sentiva. Tutto era nero, silenzioso, senza aria o pensieri. Si chiedeva come potesse sistemare le cose. In qualche modo era sempre riuscito a sistemare le cose. Non era vero. Gli altri lo avevano sempre fatto per lui.
Non aveva mai pensato alla morte nemmeno nelle situazioni peggiori. Improvvisamente la morte irrompeva nella sua vita. Non sapeva che fare. Nessuno con cui consigliarsi, condividere il dolore, piangere. Nessuno a dirgli che sarebbe andata bene tenendogli la mano.
Ogni tanto la voce del dottore attirava la sua attenzione ma non gli interessavano tutte quelle parole voleva sapere solo quanto tempo.
“Signor Conte, ha capito quello che le ho detto?”
Il dottore amava lavorare in consultorio, dava un senso alla sua vita ma era dura. L’uomo che aveva di fronte era un altro disperato a cui la sorte aveva tirato un brutto tiro. Abitava nelle case popolari, divideva l’alloggio con altri derelitti e doveva centellinare i soldi.
“Sì, dottore ho capito. Ho un tumore. E’ l’unica cosa che riesco a elaborare” rispose l’uomo.
Quell’uomo lo aveva sempre incuriosito gli sembrava diverso dagli altri ma in comune con loro aveva la solitudine.


Il buio si era impadronito della stanza. Il dottore aveva parlato di un’operazione per diminuire la massa tumorale e a quel modo avrebbero potuto capire quanto tempo gli rimaneva. Era l'unica cosa che voleva sapere: il tempo. Lo sentiva scorrere. TIC, TAC, TIC, TAC… come le lancette dell’orologio. PLIN, PLIN, PLIN… come un rubinetto che perde. Il tempo scavava la vita come la goccia la roccia. Il suo tempo era diviso in prima e dopo. Prima che cominciasse a bere, dopo che aveva smesso. Prima che ricominciasse a bere, dopo che aveva ricominciato. Prima che se ne andasse, dopo che se ne era andato. Prima del consulto dal dottore, dopo il consulto dal dottore.
Una serie infinita di prima e dopo che avevano continuamente rimescolato, cambiato, deviato le sue certezze, i suoi dubbi, le sue fragilità, la sua vita. Non era stato in grado di tenere un punto fermo, di essere un punto fermo. Ma non poteva. Avrebbe dovuto spiegare quando e perché la vita aveva cominciato a dividersi. Come avrebbe potuto spiegare che il prima era stato cancellato e il dopo aveva inghiottito il suo futuro. Aveva voluto risolvere tutto da solo. Dimenticare.
Non aveva risolto niente. Non aveva dimenticato e si era trasformato in tutto quello che non voleva essere: debole, fragile e sconclusionato.
Poi era arrivata lei alla quale non era mai riuscito a dire di no. Avrebbe dovuto dirlo, avrebbe dovuto imporsi ma appena lei piangeva lui capitolava e quando tutto era stato troppo, diventando insostenibile, aveva fatto quello in cui era imbattibile: scappare.


Era la sua foto preferita. Loro tre e il cane. Eva aveva cinque anni ed era felice. Di lì a poco uno dei “dopo” di suo padre le avrebbe devastato la vita. Forse pure sua figlia aveva cominciato a vivere di “prima” e “dopo”. Non la vedeva da anni. Gli restava una foto e un numero di telefono. Gliela aveva mandata la sua ex moglie prima di morire sperando in un riavvicinamento fra lui e Eva. E ora con che coraggio poteva chiamarla? Sarebbe sembrato un egoista. Ma non voleva qualcuno che gli tenesse la mano, non voleva il perdono. Aveva bisogno di sistemare le cose. Ora sapeva quanto tempo aveva a disposizione. Qualunque cosa fosse accaduta aveva bisogno di fare in modo che in sua figlia non rimanesse un punto interrogativo. Aveva bisogno di spiegarle, di parlarle, di farle sapere i suoi perché.
Gli tremava la mano.
Schiacciò i tasti del cellulare.
Uno squillo, due squilli, una voce: “Pronto?”
“Pronto… ehm… Eva, sono tuo padre”.

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Giuliabel ha votato il racconto

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Michelangelo67 ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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