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Saggi

La felicità nell’era della globalizzazione. Da Leopardi a Foucault.

Pubblicato il 14/04/2019

La mio svolgimento della seconda traccia della tipologia C nella prima simulazione della prima prova. Spero che vi piaccia, io mi sono divertita molto nello scriverla .

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La felicità nell’era della globalizzazione. Da Leopardi a Foucault.


-Considerazioni iniziali. La ricerca della felicità nel tempo-

“La felicità è un certo modo di vivere e di agire bene”, scrive Aristotele nell’Etica Nicomachea, presentandola come uno stile di vita, una serie di regole autosufficienti tra loro che permettono all’uomo di vivere “bene” ed essere quindi felice.

Tale ricerca è stata compiuta dall’uomo nel corso del tempo, il vivere felice, la possibilità di raggiungere uno stato di pace e gioia ha portato l’essere umano a riflettere sui modi in cui essa poteva esser raggiunta.

Non solo nell’antichità, con i padri della filosofia occidentale come Aristotele o Platone, ma anche nel seguir dei secoli, in ogni luogo del mondo, la ricerca della felicità s’è evoluta con l’uomo.

Nella Danimarca ottocentesca Soren Kierkegaard ci pone tre possibili vie per sfuggire all’imponenza della scelta, parafrasando, alla nostra stessa interiorità, che eternamente pretende da noi qualcosa.

Egli ci propone una felicità che nasce e termina in noi stessi, senza aiuti esterni, senza dipendenze che non siano legate ad una dimensione spirituale o artistica.

Ma non sempre questo tipo di felicità è sufficiente.

In Italia, Giacomo Leopardi, animo sensibile e perciò atrocemente tormentato, ricerca il suo modello di felicità in una qualsiasi occupazioni, come se solo gl’impegni complessi possano diluire tutti i pensieri che lo assediano giorno e notte, imponendogli di sentire ogni cosa e, per tentare di liberarsene, scriverla.

Nel suo “Zibaldone” egli ci propone una visione della felicità umana che nasce dalla necessità d’un impegno, di dare un senso alla proprio esistenza, e si domanda come sia possibile viver felici quando non si vive che “scioperati e spensierati [...] senza aver mai posto uno scopo cui mirare abitualmente”.


-Ed oggi? La felicità come maschera omologante-

Nella moderna complessità di oggi, in cui l’uomo per essere felice deve anche esser in grado di adattarsi agli altri, cosa resta dell’ideale di felicità leopardiana?

Nel mondo di oggi la felicità è intesa come “ricerca della compagnia altrui”, essere felici significa essere accettati dalla società, chi non indossa la maschera che essa impone non può farne parte, diviene un escluso, un disadattato. Aiutandoci con Pirandello, un infelice.

Se non ci si omologa, se non ci si adatta agli standard che gli altri c’impongono si diviene “estranei” e, pur svolgendo un lavoro, non si potrà essere felici poiché tutti ci rifiuteranno.

Ciò che propose Leopardi, ormai, non basta più.


I giovani di oggi hanno dimenticato l’importanza del nido pascoliano, per l’autore fonte inesauribile di felicità pur nella sua essenza fragile, e preferiscono cercare altrove, fuori dal nucleo familiare, la loro personale felicità.

Si smarriscono nell’etica del consumismo, si legano a “cattive amicizie” pur di sentirsi accettati, parte di un gruppo.

La ricerca della felicità diviene omologazione, i ragazzi indossano le maschere pirandelliane e si rendono tutti uguali, comuni, tutti appiattiti ad una “felicità collettiva” e perciò apparente.

Nel mondo globalizzato tutti sono gli “affaccendati” senechiani, tutti hanno un ruolo, uno scopo, che però si svuota del suo significato quando l’uomo “resta solo e resta nessuno” (per citare ancora Pirandello).

La totale dipendenza dagli altri, l’appiattimento ad “una dimensione” pur di entrare nella massa, ha portato l’uomo a dimenticare cosa sia la sua felicità individuale, quella che proponevano Pascoli e Leopardi, che si rifletteva per il primo nell’idillo campestre, nelle gioie della famiglia, e per il secondo in una società che non fosse omologazione ma reciproco aiuto, “catena” in grado di sostenere ogni uomo in difficoltà, senza fargli smarrire se stesso.


-Conclusioni. Cosa resta dell’uomo felice?-

Oggi, invece, in un mondo egoista in cui l’uomo si relaziona con l’altro solo se vuole ottenere qualcosa da lui, cosa resta della possibilità di essere felice?

Smarrire se stessi è un rischio sempre presente, ci ricorda Foucault, ma in quanto tale può anche esser evitato.

È necessario che l’uomo non perda se stesso ricordandosi cosa rappresenta la sua individualità, inseguendo i suoi desideri ed alimentando le sue speranze, anche se ciò lo dovesse portare ad un allontanamento dagli altri.

La felicità personale non vale il prezzo che impone la società, direbbe Nietzsche.

Bisogna mostrarsi in grado di esser felici individualmente, affinché poi lo sia la società tutta.

Bisogna ricordare ciò che proponeva Seneca, essere felici significa svolgere un’occupazione, ma senza scordare il tempo per la contemplazione del sé, per immergersi in se stessi e scoprire cosa, nel nostro piccolo, ci rende davvero felici.

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Interessante. Attenzione, c'è qualche refuso. :)Segnala il commento

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