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Narrativa

La fine della sogliola

Di Carlotta Balestrieri - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 03/08/2017

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Ripetete queste parole come un mantra: “Ieri nuotavo nel mare e oggi annego nell’olio; ieri vivevo in libertà e in perfetta salute e oggi sono soltanto un cadavere”.

Non fa un bell’effetto, vero?

Ma per farvi comprendere meglio il mio stato d’animo, fate uno sforzo d’immaginazione e cercate di mettervi nei miei panni: nelle ultime ore sono stata pescata, scuoiata, sbudellata, cotta in padella, unta con cura e adagiata su questo affare rotondo senza neanche un intingolo di accompagnamento.

Adesso lo capite perché detesto così tanto gli esseri umani?

La bambina con le guance giganti che incombe su di me, mi guarda di traverso, indecisa se ubbidire alle insistenze di mamma e nonna oppure fare lo sciopero della fame.

- Assaggia che è buono!

- Non fare i capricci!

Ma lei temporeggia: afferra la forchetta, la sventola, la gira, la batte su piattotavoloebicchiere, la lecca, se la passa sui denti e poi si pettina i capelli.

- Cos’è, vuoi rimanere sempre piccola?

La bambina è dubbiosa - ci sta pensando - poi si decide: con uno sbuffo libera il ciuffo dai rebbi, stringe la posata con entrambe le mani e se la alza sopra la testa a caricare di potenza l’affondo, di cui - ahimé - sono l’inerme bersaglio.

Ormai rassegnata, mi preparo all’impatto, ma la nonna, tutta presa a gesticolare contro il figlio e il marito che le stanno seduti di fronte, ingombra la traiettoria con una mano e finisce infilzata al posto mio. Dalla sua pelle macchiata dall’età esce qualche goccia di sangue; dalla sua bocca, maledizioni e improperi.

- Vuoi stare più attenta? Mi hai fatto male!

La bambina si spaventa, molla la presa e schizza d’olio la preziosa tovaglia coi festoni cucita e ricamata da una lontana parente ormai defunta da vent’anni.

Ora che l’attenzione non è più su di me, riesco a rilassarmi un momento. Se potessi approfittare dell'occasione, scivolerei fuori dal piatto, giù per il tavolo, oltre la porta di casa e poi via fino al mare; perché essere morta è già di per sé un’ingiustizia, ma essere morta e poi masticata da un bipede scemo è, ad esser gentili, una porcata immonda. Purtroppo, però, non posso scappare, quindi resto in attesa e mi aggrappo alla vile speranza di risultare, perlomeno, indigesta.

- Certo, cara, che tua figlia non l’hai proprio saputa educare!

Nonostante l’offesa, la madre non risponde, ma lancia sguardi disperati al marito che, invece di difenderla, si leva d’impaccio ficcandosi in bocca mezza micca di pane. All’anziano e alla bambina quel gesto non passa inosservato e, senza attendere oltre, lo imitano imbottendosi a loro volta di cibo.

Ora che le due donne tacciono, il biascicare di mandibole è l’unico suono che resta. Ma è un suono sinistro e inquietante; il suono di un argine che sta per traboccare.


Quando la piccola comincia ad agitarsi sulla sedia e a giocare col bicchiere, la madre interviene sussurrandole di calmarsi, ché altrimenti nonna si arrabbia. Tutti, però, la sentiamo, e io mi chiedo se non l’abbia fatto apposta a parlare così piano da sembrare innocente e tuttavia abbastanza forte da farsi ascoltare.

La vecchia brontola appena, ma si vede lontano un miglio che è sul punto di esplodere: gli occhi cattivi che si ritrova, sono - se possibile - ancora più famelici e feroci di quelli degli squali.

Evitando il suo sguardo, la giovane madre la ignora, quindi afferra la forchetta e la avvicina a quel poco che resta di me.

– Allora, tesoro, mangiamo il pescetto?

Ma la bambina spinge via il piatto che cozza contro la bottiglia d’acqua che a sua volta si rovescia direttamente sulle gambe della nonna, dando il via, finalmente, alla lite tanto attesa.

Mentre l’anziana signora dà forza ad ogni insulto facendo tintinnare le stoviglie con colpi ripetuti del pugno, l’altra ringhia al suo indirizzo in difesa della figlia.

I due uomini, immobili e ricoperti di briciole, osservano la scena senza fiatare e, per quanto la cosa mi faccia impressione, a vederli così schiacciati contro il muro, mimetizzati alle piastrelle grigie della cucina, mi ricordano quando ero viva, con metà del corpo bruno e marezzato per nascondermi nella sabbia e sfuggire ai predatori.

Dall’atteggiamento della bambina, intuisco che anche lei vorrebbe confondersi con l’ambiente, ma non può: benché non sia responsabile del declino di questo pranzo, ne è comunque la causa scatenante.

Il caos che risuona tra le pareti, mi costringe a pensare ai rumori ovattati del mio mare e alla ferocia della natura subacquea che, però, si scatena solo col fine nobile della sopravvivenza. Quella terrestre, invece, non la capisco: divampa senza ragione e si spegne prima di aver raggiunto uno scopo.

Adesso la piccola mi sta fissando. Dopo un breve tentennamento, afferra il piatto su cui sono distesa e lo spinge con forza verso l’alto. Seguita da una scia d’olio, mi ritrovo a volare verso il soffitto, sfiorare il lampadario e poi ridiscendere giù, sotto gli occhi esterrefatti dei presenti che seguono la mia traiettoria con evidente apprensione.

Il silenzio, ora, è totale; nessuno sembra in grado di reagire. Atterro con uno schianto sulla testa implume del nonno, scivolo sulla sua fronte, sul viso, sui calzoni e poi precipito sulle piastrelle fredde, in mezzo a polvere, briciole mangiucchiate e chissà cos’altro.

Con la certezza che così ridotta non mi mangerà più nessuno, tiro un sospiro di sollievo, ché anche se dalla morte non posso più tornare, di finire digerita da un umano, almeno, me lo sono risparmiata.

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Gianna Manfré Veronesi ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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La parte del "Bipede scemo" e della "Testa implume" sono semplicemente fantastiche!Segnala il commento

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anna siccardi ha votato il racconto

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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