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Storico

La follia verticale

Pubblicato il 09/07/2022

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Ecco il rifugio. Finalmente. Una grotta scavata nella roccia. Abbiamo scaricato viveri e materiali di sussistenza, pali di alberi per rinforzare i reticolati, proiettili per i cannoni. Anche loro, i cannoni, li abbiamo trascinati a braccia, poi issati con funi e cavi d’acciaio e quindi ancorati a terra. Sassi, acqua, buche, crepacci. Fatiche immani. Senza i muli sarebbe stato impossibile. Tracciamo strade coi picconi, disegniamo reti di sentieri, per rendere la montagna meno dura da arrampicare e da riempire. E poi neve, freddo e vento. La discesa è impresa ancora peggiore, col rischio di scivolare e precipitare in un canalone. Non solo la guerra uccide, ma anche questa montagna infida che separa la nostra terra da quella del nemico.

Eppure è proprio qui che dobbiamo combatterci. E io che credevo fosse solo luogo per stambecchi e camosci. E aquile. E io che immaginavo eserciti che si affrontano in campo aperto lanciati, correndo, l’uno contro l’altro, sulla linea di battaglia al suono dei tamburi che scandiscono i tempi della carica. Il nemico qui non lo vedi. E’ diluito, nascosto, interrato, in agguato dietro ai massi, separato da fitto ferro spinato che lo lascia solo immaginare. E lui non deve vedere noi. Tutti a trasformare febbrilmente e con travaglio infinito una montagna selvaggia, una frontiera astrusa. A creare avamposti a fil di cielo. E a morire per difendere delle rocce.

Franco era rientrato nella caverna che ci dava riparo che appena albeggiava. Aveva il viso stanco, increspato da un sorriso ironico. Gli occhi che si rivolgevano verso l’alto. “In una notte ho steso da solo chilometri di filo telefonico. Pensa che per impiantare una linea telefonica al mio paese ci hanno messo dieci anni.” Marco guardava come estasiato quella lunga fila di pali conficcati nella pietra che salivano allineati. La teleferica, la macchina volante, stava piano piano prendendo forma. Ancora poco ed avrebbe irriso le mulattiere che avevamo appena tracciate, sorvolandole, infaticabile, coi suoi enormi carichi.

Quella nostra esistenza che prima si svolgeva ferma, solita, supina ai ritmi e ai tempi della natura e dei mestieri, incrocia ora la frenesia estrema di questa follia verticale. Un piano inclinato, dove i tempi della vita si alterano, e si confondono come in una vertigine. Circondati dalla tecnica, dai motori, dai loro frastuoni, dalle chimiche nubi bianche, da forze che violentano lo spazio e i colori e che mutilano foreste, noi brulichiamo, ormai riuniti in tribù, e ridiventiamo abitanti del bosco. Costruiamo fortificazioni, scaviamo la terra per accomodare rifugi che ci proteggano dal mondo esterno e per attrezzare trappole, ci scaldiamo con la legna; alla mercé di frane e valanghe affiniamo i sensi per percepire i pericoli, e a volte ci lanciamo, urlando, uomo contro uomo, agitando spade, mazze e pugnali infilzati sui fucili.

Dobbiamo mantenere la posizione. Dobbiamo impedire al nemico di avanzare. Ma la vera guerra è contro la montagna, ostile più del nemico in divisa. Ci si oppone, ci sommerge, ci sfianca, ci costringe all’angolo. Lo spazio che ci concede è angusto; ci si muove ben coperti, spesso carponi. Noi la si gremisce, la montagna. Si riempie l’aria di odori di cucina, zolfo, benzina ed escrementi e si rompe il silenzio col boato delle mine, il rimbombo dei motori, e col cozzare dei picconi sulle pietre.

E’ inverno. Nevica da giorni, senza mai smettere. Il gelo è diventato insopportabile. La neve riverbera luce che brucia gli occhi. Non riceviamo più ordini dai Comandi, siamo isolati. Le lettere da casa mi parlano di affetti e di campagna da curare. Sembrano scritte in una lingua diversa da quella che ora è diventata la mia. Portano pensieri annebbiati, che faccio fatica a ricondurre alla mente. I ritmi di questa vita si fanno ogni giorno più intensi. Le minacce crescono e ci circondano. Nella pace non spera davvero più nessuno qui. Le ragioni dei soldati stanno sotto alla suola delle scarpe. Io, ormai, sono contento solo di arrivare a sera. E non vivo e immagino più altro che non sia l’orizzonte che mi circonda. Non arriva mai quella licenza per tornare qualche giorno a casa mia. Ma ho smesso di pensarci.  

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Ondine ha votato il racconto

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omALE ha votato il racconto

Esordiente

narrazione poeticaSegnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

La Sapienza della scelta delle parole qui crea una scrittura che si avvicina alla poesia. Tracciamo strade coi picconi, disegnano reti di sentieri — Noi brulichiamo, ormai, riuniti in tribù. Insomma grazie per il piacere della lettura che descrive questa pagina di storia, che in questi giorni risuona più di altri. Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Paola Zaldera ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, complimenti.Segnala il commento

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di caio bongiorno

Esordiente
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