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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

La foto

Di Walter White - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 16/08/2017

Un uomo disilluso si trova a un bivio. A volte basta una foto a condizionare una vita: in meglio o in peggio? Dipende.

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«Scatta una foto degna di questo nome e portamela.» Così mi ha detto.

Mia moglie mi attendeva, incazzata, nel nostro bilocale.

«Scatta una foto degna di questo nome e portamela.» Così mi ha detto.

Il direttore della filiale bancaria mi attendeva, incazzato, nel suo ufficio profumato e ricco di vetri.

«Ci provo.» Così risposi al mio responsabile. Mi guardò schifato, lui era certo che non gliel’avrei mai consegnata quella foto. Era un coglione. Solo uno dei tanti incazzati: con il mondo in generale, con me in particolare.

Anch’io ero certo di non essere in grado di fotografare qualcosa che potesse salvare il mio lavoro. Ero giunto al punto nel quale un calcio in culo, ben assestato, sarebbe stato ben accetto e forse benvenuto. Ero sul bordo, nient’affatto comodo, magari cadere nel fondo non sarebbe stato un peggioramento, inoltre la caduta sarebbe stata comunque un viaggio.

La mia reflex ciondolava sulla mia spalla destra. Non scattava una foto decente da… da quanto, per Dio? Aveva mai scattato una foto decente?

Provai con un campanile, avvolto per metà da un ponteggio arrugginito, sembrava un dente marcio.

Provai con un bimbo sudicio che rincorreva, tra le pozzanghere, una palla sgonfia. Non ero in una favelas brasiliana ma la foto faceva pensare proprio a quella.

Provai con un cartellone pubblicitario: labbra carnose, un occhio amicante e l’altro mancante, stracciato; sotto, faceva capolino la pubblicità di un suv.

Provai con un cane, mansueto prima, ringhiante poi. Per poco non vomitai.

Una serie di prove, questa era sempre stata la mia vita, una lunga, ininterrotta, casuale serie di prove, senza una traccia, senza un guizzo.

In mezzo alla strada, con un licenziamento imminente ad attendermi e tutto quel che ne sarebbe conseguito: divorzio, sfratto, forse fame, forse rabbia, forse noia, il cellulare reclamò la mia attenzione. Lo presi. Lo guardai.

«Pronto.»

«Salve sono Rita della compagnia telefonica…»

«Addio bella.»

Call center del cazzo, pensai. È buffo, pensai, in quali momenti possa coglierti una telefonata. Riflettei sul fatto che potessi trovarmi a seppellire un figlio, a far l’amore, a confessarmi… se non avessi spento il cellulare, sarei stato costantemente nel mirino di una telefonata possibile. Un bersaglio mobile.

Spensi il cellulare. Pensai di gettarlo. Lo tenni in tasca.

La foto! La cazzo di foto! Pensai.

Ciondolai senza meta e senza un’idea sensata in testa, poi piombai nel mezzo del soggetto della mia foto, quella che avrebbe rimesso tutto a posto o, forse, quella che mi ha condannato al proseguo della mia vita scialba.

Piombai in una strada.

Una casalinga col suo bimbo troppo cresciuto in braccio; un prete vestito da prete, dalla lunga chioma e dalla camminata elegante; uno chef con le mani in tasca, che passeggiava vestito, appunto, da chef; un operaio che portava a spalla un pesantissimo, nodosissimo e bellissimo tronco di ginepro; un ridicolo bambino che ridicolmente giocava in mezzo alla folla; un probabile impiegato che camminava a testa alta; una splendida ragazza alla quale un ragazzo palpeggiava il sedere, sollevandole, in parte, la sua gonna; un ragazzo che palpeggiava il sedere a una splendida ragazza, sollevandole, in parte la gonna.

Afferrai la reflex, in preda al panico di perdere l’attimo, cercai una posizione rischiando d’inciampare. Non inciampai. Per poco la reflex non mi sfuggì di mano. Non mi cadde.

Mi posizionai, osservai, scattai.

Ultimo secondo utile. Dopo di che, tutti i cellulari, escluso il mio che avevo spento, iniziarono a squillare:

Squillò il cellulare della casalinga che rispose ansimante e frettolosa, con voce stridula e fastidiosa: squillò il cellulare giocattolo di suo figlio che, in braccio alla madre, prese a frignare e a pestare il suo giochino sulla testa della madre; squillò il cellulare del prete che rispose senza perdere la sua eleganza di movimenti; squillò il cellulare dello chef che si limitò a, nell’ordine: grugnire, sbuffare, annuire, chiudere la chiamata, sputare; squillò il cellulare dell’operaio che nel rispondere si prodigò in un’esibizione di forza ed equilibrismo notevole: con la destra afferrò il telefono e rispose, con la sinistra provò a tenere in equilibrio il grosso tronco, ci riuscì per qualche secondo, poi si sbilanciò, rovinò per terra, si rialzò prontamente, sempre con il cellulare in mano, vicino all’orecchio, guardando il tronco per terra; squillò il cellulare del probabile impiegato che sorrise spalancando così tanto la bocca che avrebbe potuto ingoiare il mondo intero; squillò il cellulare del bambino che giocava in mezzo alla folla, rispose con un secco “no”, un ribelle “no” e un ultimo, definitivo, “no”; squillò il cellulare della bellissima ragazza che rispose senza curarsi della mano che la palpava e squillò anche il cellulare del ragazzo che rispose continuando a palpare senza partecipazione, né trasporto, né eccitazione, né arroganza.

Ebbi l’impulso di prendere il mio cellulare e di accenderlo, per sentirlo squillare e unirmi, folle, ai folli. Ebbi l’impulso di urlare, di fuggire, di prendere quei cellulari uno per uno e distruggerli e mangiarli e lanciarli in aria e mandare affanculo chiunque stesse telefonando.

Il mio responsabile osservò la foto, l’osservò a lungo senza dirmi nulla, pareva non respirasse.

«Tu sai chi è Balthus? No che non lo sai.»

«Io…»

«Tu sai cosa è La Rue, il quadro? No che non lo sai.»

«Io…»

«Questa foto ti salva il culo, per ora. Non so come sia stato possibile ma, tu hai scattato una foto che sembra -quel quadro- altri soggetti, altra strada, altri abiti ma, sembra quel quadro. Questa foto è perfetta, ci si potrà ricavare una bella storia. Brav… ehm abbiamo finito, vai in ufficio, ti pagano per lavorare.»

Sono sincero, soprattutto con me stesso, non sapevo chi fosse questo Balthus, un pittore, avevo immaginato, ma non lo sapevo, quel coglione del mio responsabile aveva pienamente ragione.

La foto venne pubblicata e ci ricamarono sopra una storiella niente male, una di quelle cazzate sulle coincidenze, sull’arte che si propaga nel tempo come cerchi concentrici creati da un sasso scagliato nell’acqua. Scattai quella foto, non persi il lavoro, non divorziai e la banca non mi sfrattò.

Oggi sono ancora sposato, ho estinto il mutuo e sono un pensionato. Sono uno dei tanti fessi che gira a caso su questa terra. Mi chiedo ancora se trovarmi in quel preciso istante in quel preciso posto con quelle persone, sia stata per me una coincidenza benevola o una condanna.

Se non avessi consegnato quella foto, magari sarei stato licenziato e tutto il resto, poi… poi magari sarei diventato un pittore, uno di quegli artisti di strada e magari… magari avrei dipinto un quadro migliore di quello dipinto da Balthus.

Non lo so. Il flusso di pensieri è interrotto dallo squillo del cellulare: mia moglie, dalla cucina che sta a tre metri dalla stanza nella quale io penso, mi chiama per chiedermi se una minestra di dadi può andar bene per pranzo. Minestra di dadi, cazzo, che vita di merda.

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IsabelArcher ha votato il racconto

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Credo che andrebbe migliorato... togliendo Segnala il commento

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